Un sogno al femminile: le metafore dell’evoluzione

Feb 8, 2026 | Matriarcato e Femminismo | 0 commenti

Articolo pubblicato sulla rivista Amazon Quartely nel 1974. L’autrice, Barbara J.L. Starrett (1938-2010), è stata una psicoterapeuta e una figura di spicco per il femminismo di quel periodo. I suoi scritti e le sue conferenze hanno avuto un’influenza significativa, contribuendo a diffondere e approfondire le riflessioni femministe dell’epoca.

Non sappiamo (cioè non abbiamo osservato, oggettivamente, nel modo scientifico maschile) molto sull’evoluzione. Pensiamo che sia il risultato di mutazioni innescate dalla necessità di adattarsi all’ambiente. A parte questa descrizione di causa-effetto, non sappiamo come funziona il processo evolutivo o perché funziona. Alcune specie non si evolvono. I membri della stessa specie si evolvono a ritmi diversi e talvolta in modi diversi. Non sappiamo perché. Sappiamo che l’evoluzione procede in direzione della sopravvivenza, della vita. E sembra che l’evoluzione si traduca in una continua differenziazione, specializzazione e complessità, cioè in nuovi organi, arti e capacità che permettono alla specie di sopravvivere. In altre parole, tutto ciò che sorge non converge ma sviluppa differenze. Immaginate ora una specie che si è evoluta a tal punto che i suoi membri iniziano a sentire di appartenere a un’altra specie, sono consapevoli della loro diversità e hanno sviluppato una coscienza di sé che non è spiegabile con i simboli, le forme, le mentalità, il linguaggio, l’arte e la cultura contemporanei. Le donne sono ora a questo punto.
Abbiamo vissuto per secoli con il nostro ingegno, come popolazione oppressa e indifesa. Ma non abbiamo abbandonato Madre Natura, nonostante i condizionamenti massicci e brutali, e lei non ha abbandonato noi. Ci sono voluti quattrocento anni per spazzare via l’ultima grande concentrazione di donne evolute (le streghe, le sagge), ma alcune di loro sono sopravvissute al tempo dei roghi e i loro geni hanno viaggiato nei secoli fino a noi. E noi lo sentiamo, lo sappiamo. Stiamo iniziando a vedere nel passato e nel futuro, a guarire e a creare di nuovo, a essere consapevoli delle nostre singolari capacità, a lasciare fluire l’energia e a comunicare tra di noi in modi nuovi. Ci stiamo persino accorgendo di poterci evolvere consapevolmente; che il nostro nuovo “organo” è qualcosa che ci permette di volere la nostra prossima evoluzione. Più diventiamo consapevoli del nostro processo evolutivo, più abbiamo il potere di volerlo e dirigerlo: un incredibile salto evolutivo, una macro-mutazione paragonabile allo sviluppo del linguaggio e con dinamiche simili. Non dobbiamo sorprenderci. I sensitivi che conosciamo, i lettori di fondi di caffè e i chiromanti, i guaritori, i counselor e i chiaroveggenti, non sono forse quasi tutti donne? Non abbiamo tutte quello che chiamiamo “intuito” e non abbiamo letto tutte nella mente delle nostre amiche? Non abbiamo avuto tutte intuizioni e sogni che si sono avverati?
Molto tempo fa, le donne hanno sviluppato un organo speciale per il solo scopo di provare piacere sessuale. Gli uomini non hanno un organo equivalente. In effetti, la conoscenza maschile sul ruolo della clitoride è talmente vaga che l’hanno quasi completamente ignorata, costruendo un’intera mitologia del sesso intorno all’utero e alla vagina. Se un organo simile venisse sviluppato dagli uomini, possiamo essere certe che alle donne non sarebbe permesso di ignorarlo. Siamo state tutte addestrate, educate e condizionate a modelli di pensiero maschili nello stesso modo in cui siamo state condizionate ad accettarne i modelli biologici: gli “standard” – le modalità prescritte – sono dati, orientati e definiti dagli uomini. Per le donne possono essere contro-evolutivi, disevolutivi. Voglio aprire un attimo una parentesi e parlare dei modelli. I modelli sono dinamiche non verbali, non pittoriche, prive di forma, sono intense e si insinuano in profondità nella nostra mente. Il linguaggio, i simboli, i miti, la cultura, l’arte, i sogni, le strutture sociali, le modalità di pensiero, ecc. sono tutte loro espressioni. (Qualcosa di simile a un modello potrebbe essere un archetipo, ma quest’analogia è limitata perché abbiamo troppe nozioni preconcette sugli archetipi e sui loro significati). I modelli informano sia la mente che il corpo. Possono essere naturali e innati, oppure innaturali e imposti/condizionati e cambiano da individuo a individuo. Possono variare molto da un gruppo a un altro. Ci sono modelli che hanno informato la società e la cultura per secoli. Li chiamerò modelli maschili. Ci sono però nuovi modelli che stanno emergendo, quelli femminili. E non sono gli stessi.
L’altra sera, in televisione, un eminente scienziato ha annunciato che presto i computer pianificheranno e gestiranno ogni fase della vita sulla Terra. Ha detto addirittura che a breve il computer rappresenterà l’evoluzione su questo pianeta, sostituendo, superando e forse eliminando gli esseri umani, per diventare l’ultima specie evoluta e auto-evolutiva. Il computer è tutta forma, tutto intelletto, tutto sistemi e regole. Nessun corpo, nessuna emozione “ostacola” il suo funzionamento. In altre parole, non è vivente. È morto. Ma il computer è il risultato diretto dei modelli maschili. È l’espressione finale della mentalità dell’oggettività/logica/ragione/metodo scientifico, magistralmente priva di emozioni e di corpo. C’è stato forse un tempo in cui la razza umana ha avuto bisogno di questi modelli per sopravvivere, ma ora sono contro-evolutivi e anti-vita. I vecchi modelli maschili sono solo morte. Ne dubitate? La cosa più simile a un computer “vivente” che conosciamo è l’idiot savant1. Queste persone sono tutte di sesso maschile. Sono tutti matematici, non esistono poeti o filosofi idioti. Le loro menti calcolano con una rapidità e una precisione disumane. In altri tipi di processi mentali sono gravemente ritardati. Ne spuntano sempre di più, ne sono un esempio i ragazzi che ottengono il dottorato in fisica a sedici anni.
La società maschile ha limitato, svalutato e, credo, peggiorato le proprie emozioni al punto che solo quelle associate all’attività aggressiva e sessuale (attività ed emozioni che si sovrappongono e spesso sono la stessa cosa) hanno un valore positivo. Anche queste emozioni sono considerate di gran lunga inferiori all’oggettività priva di emozioni così stimata e idolatrata. Sono ammesse per una sorta di senso pragmatico, ma sono pulsioni corporee e quindi separate dall’intelletto superiore. Tuttavia, le emozioni e le pulsioni corporee devono essere espresse. Per cui la nostra società valorizza, in pratica, solo le emozioni sessuali/aggressive per gli uomini (anche se rende omaggio ad altre emozioni). Combinando queste due pulsioni autorizzate, oggettivandole e concentrando in esse tutto l’eccesso di sentimento che è il risultato della repressione emotiva, la società maschile ha fatto dello stupro l’espressione prototipica dei suoi modelli. È la dominazione dell’altro con la forza dell’altro: della natura, della terra e delle risorse, delle nazioni e dei gruppi “inferiori”, delle donne, del denaro, dei mercati e dei beni materiali. Il dominio con la forza si estende all’intelletto. (Si noti il linguaggio: “padroneggiare” l’oggetto di una disciplina, “farsene una ragione”). La sessualità è sempre stata definita in termini totalmente maschili. Non è un caso che i maschi definiscano il pene con eufemismi meccanici (colpire il bersaglio) o dolorosi (stupro): verga, attrezzo, trapano, affare.
La sessualità femminile è stata resa conforme alle definizioni maschili. La donna-bambina sperimenta “naturalmente” l’invidia del pene, che può essere sublimata nella moglie e nella madre, ma è sempre presente. Una donna che fa ogni genere di cosa è colpevole di esprimere la sua invidia per il pene, ma non di provarla. Freud ha affermato che una donna “matura” (leggi invalidata e condizionata) impara anche a raggiungere l’orgasmo vaginale, anziché quello clitorideo che le è naturale. Ancora oggi, gli uomini danno per scontato che le donne si masturbino con oggetti fallici (come nell’Esorcista) e che le lesbiche usino il dildo. Al pari di Freud, partono dal presupposto che le donne abbiano bisogno della penetrazione e del dominio del corpo per raggiungere l’appagamento sessuale. Sempre Freud ha dato un nome a questa indispensabile qualità femminile: masochismo. La più alta forma di appagamento (e di redenzione) femminile, così come definita dagli uomini, è la maternità. Il maschio proietta sé stesso, tramite un atto di dominazione, in un bambino, che la donna partorisce con dolore e di cui si prende cura in una vita di autosacrificio. Da lei ci si aspetta che controlli così bene le sue figlie femmine da far sì che anch’esse crescano come masochiste e vittime del modello mortifero. Vittima è una parola importante. È il sostantivo più descrittivo che abbiamo per designare il ruolo che le donne (e gli omosessuali, l’ambiente, la natura, le popolazioni del terzo mondo, ecc.) devono svolgere per recitare il dramma del modello necrofilo dominante. Per esempio, un travestito maschio (spesso ed erroneamente ritenuto un omosessuale) sa come diventare la proiezione maschile ideale della donna e si rivolge ad altri uomini eterosessuali. È la posizione di vittima, non il sesso della vittima, a eccitare il maschio comune…

Amazon Quarterly, fondata da Gina Covina e Laurel Galana e pubblicata dal 1972 al 1975, è una rivista lesbica e femminista americana sulla quale hanno scritto pensatrici come Robin Morgan, Audre Lorde, Yudy Grahn. Oltre a queste luminarie della scrittura femminista, Amazon Quarterly ha pubblicato opere di artiste e fotografe, il cui impegno per l’estetica si riflette anche nel suo layout elegante. si rifiutava di pubblicare annunci e operava con un budget ridotto che faceva affidamento sul lavoro volontario del suo pubblico.  Prefigurando l’etica fai-da-te del femminismo riot grrrl, la rivista metteva a disposizione guide per stampare il proprio magazine indirizzate a organizzazioni lesbiche.

La specializzazione contro-evolutiva riguarda il restringimento, il blocco e l’esclusione, l’apprendimento di sistemi che hanno una loro logica interna ma che possono non avere altri referenti. Ricordo quanto mi infastidiva a scuola quando i miei professori insistevano perché “circoscrivessi” il mio argomento, lo condensassi al massimo, spesso rendendolo insignificante, e lo riprendessi per quaranta o più pagine con un processo selettivo di citazione del maggior numero possibile di “esperti” che concordavano con me. Un punto, non correlato a nient’altro, ripetuto più volte con parole diverse, è una prestazione intellettuale e scientifica. Ecco l’obiettività. Le parole e gli altri simboli usati per sostenere/ripetere il punto o la proposizione o l’ipotesi originale sono chiamati dati, statistiche, testimonianze di esperti: “fatti”. Dovrebbe essere chiaro che un fatto è una funzione che il sistema pretende di convalidare. Il sistema psichiatrico, per esempio, può produrre interi volumi di fatti “oggettivi”, che convalidano tutti i presupposti di quel sistema, ma che spesso hanno invalidato la nostra esperienza individuale e collettiva, le nostre emozioni, i nostri pensieri, le nostre motivazioni e i nostri atti. Tutte/i noi impariamo a operare entro i confini di un sistema di fatti che si auto-perpetua e si auto-valida. Non è difficile, ma è un processo noioso, alienante e disonesto, progettato per uccidere la creatività, l’immaginazione, l’emozione, l’esperienza, le relazioni e le idee. E in questo processo unidirezionale perdiamo l’opportunità (forse anche la capacità) di pensare in una dinamica di plurifocalità, di vedere simultaneamente relazioni e livelli, di avere diversi o molti pensieri, fantasie e concetti allo stesso tempo. Il risultato finale del sistema dei fatti è coerente. Deve esserlo: tutto è la stessa cosa. Ma spesso è privo di significato e morto. E di nuovo il modello è la morte. Guardate le istituzioni maschili. Non c’è modo di funzionare come persona al loro interno. O sei la vittima o l’oppressore (il più delle volte entrambi) in un sistema verticale e sado-masochista. Il sistema stesso assorbe la responsabilità e la colpa. Ciò che ci rimane (oltre al pane) sono solo le emozioni giuste per il sado-masochismo e per una funzionalità oggettiva. Se continua a succedere qualcosa di brutto in una macchina politica (notare l’accuratezza del linguaggio), in un ospedale, in una chiesa, ogni persona in quella particolare istituzione può dire: “Personalmente non mi piace, ma è così (realtà, realpolitik); questa è la vita; è così che funzionano le cose; con tutti i suoi difetti è il meglio che abbiamo; sto lavorando per il cambiamento; dobbiamo accettare queste cose; ecc., ecc.” Lo sapete. Ma le cose continuano ad andare male perché il sistema è impersonale, una macchina. Nell’ambito della loro funzione istituzionale le donne e gli uomini possono fare o approvare o essere associati ad azioni che non penserebbero mai di fare personalmente. Ma in un’istituzione non si agisce come persone. Il sistema usurpa o neutralizza la responsabilità personale e assorbe la colpa e la coscienza attraverso l’imposizione di ruoli e funzioni coerenti e accuratamente definiti dentro confini definiti. I giudizi di valore, l’azione morale, le emozioni e le relazioni personali vengono distrutte all’interno della struttura impersonale ma internamente coerente con le linee verticali di potere del sistema. Allo stesso modo, anche le strutture sociali (classi, caste) esistono come insiemi di definizioni di ruoli e funzioni gerarchiche. La coscienza, le emozioni e la responsabilità personale sono relegate alla vita privata dell’individuo e non possono interferire con le regole, le funzioni e i limiti dell’apparato istituzionale. Così “affari e amicizia non si mescolano” e possiamo anche bombardare persone che non conosciamo e che non ci hanno mai fatto del male. Il modello è la morte, la morte degli esseri umani, delle emozioni umane, della sensibilità umana e della coscienza umana.
Non è da sottovalutare nemmeno la compenetrazione del mondo dell’arte in una rete istituzionale assassina e interconnessa. L’artista non è un pensatore/creatore solitario, separato dalle strutture della società. La donna artista invece può sentirsi a parte, poiché la sua esistenza come artista è di solito periferica, raramente o scarsamente riconosciuta. Può sentire di comunicare direttamente con gli altri, con la natura, con il cosmo. Una volta che decide di pubblicare o esporre, tuttavia, viene respinta o attratta dalle linee di potere verticali, che influenzano la sua arte e la sua vita. Critici, redattori, editori, espositori, media, agenti, pubblicitari, acquirenti e venditori d’arte, convergono per incastrarla nel sistema. Peggio ancora, esiste già un insieme di standard e valori “oggettivi” per l’arte, nei quali la donna dovrà inserire sé stessa e il suo lavoro, magari inconsapevolmente, cosa che può uccidere sia l’arte che l’artista. È comprensibile che tante scrittrici siano state (e siano) dedite all’alcol, alla follia e al suicidio. I Romantici, che insistevano sulla soggettività e sull’espressione stravagante delle emozioni, erano particolarmente attratti dalle droghe e tendevano a morire giovani. Le poche donne che sono state accettate come quasi-grandi dall’establishment dell’arte, anche se in modo paternalistico (vedi l’introduzione di Robert Lowell ad Ariel2), sono quelle che sono morte durante il processo e quelle che sono state costrette a vivere una vita doppia o solitaria. Gli standard di bellezza sono imposti e regolati per noi. La “bellezza” consiste in un insieme definito di valori: è misurabile. Gli standard oggettivi di giudizio estetico sono appresi. Sono definiti e controllati per noi e li apprendiamo nei soliti modi autoritari, meccanici, di causa-effetto.
Soffermiamoci su questi termini: “padronanza” di una tecnica o di uno stile; equilibrio; difetti strutturali o brillantezza; coerenza interna o unità. Aristotele, che ha inventato sia la mentalità di causa-effetto sia i più alti valori estetici, è ancora il principale arbitro dei criteri di giudizio per le arti e le scienze. Credo che l’arte, così come la conosciamo, informata dal modello di morte, espressa da valori imposti e da standard istituzionalizzati e “oggettivi”, sia estranea e distruttiva dei modelli evolutivi, quelli che ora emergono principalmente dalle donne. I valori estetici (giudizi su ciò che è o non è bello) sono misurati, definiti e analizzati. I critici e i professori di inglese, che si guadagnano da vivere con questo tipo di attività, impiegano il metodo oggettivo e “scientifico” per le loro valutazioni dell’arte. I loro giudizi derivano da standard acquisiti e sono espressi in un linguaggio tecnico, logico, erudito e privo di emozioni. I critici d’arte, così come tutti gli altri professionisti istituzionali, costituiscono, grazie alla loro conoscenza di determinati standard e al loro linguaggio tecnico, un gruppo elitario di “esperti”, che perpetuano quegli stessi standard controllando e dominando l’espressione e la conoscenza dell’arte da parte del pubblico. Uno dei miei professori di inglese ha detto alla classe che il Dottor Stranamore costituiva un esempio dell’uso contemporaneo dell’umorismo di Jonson3, separando così il contenuto sociale e morale del film dalle sue rappresentazioni estetiche e neutralizzando i suoi significati emotivi ed extra accademici.
Una donna che può progettare e realizzare una bella trapunta o un arazzo è già fuori dal sistema e non è quindi un’artista. Artigianato è il nome dato alle opere e ai generi creati dai poveri e dagli impotenti, da coloro che sono vittime della società. L’artigianato può essere ammirevole, ma è al di sotto dell’attenzione dei critici e, quindi, non è arte. I valori artistici sono limitati non solo a generi specifici, ma anche a ciò che è strutturalmente definibile all’interno di ciascun genere. Una scrittrice come Gertrude Stein ha ricevuto poca attenzione dalla critica perché i critici non hanno trovato nulla da dire su di lei. La critica oggettiva richiede appigli: leve per maneggiare il linguaggio della critica, strumenti analitici, metodi con cui applicare gli standard dati per qualsiasi opera. La Stein non può essere discussa nel contesto dei consueti strumenti di misurazione analitico-estetici utilizzati dai critici. Le altre grandi scrittrici vengono trattate il più delle volte a partire dalla loro vita di vittime o in relazione ai loro parenti e associazioni maschili. Quando si parla della loro opera, ci si può stupire di quanto spesso gli esperti sembrino non cogliere gli aspetti più ovvi e importanti della loro arte. Tutto ciò che non è definito a priori, nella struttura o nel contenuto, sfugge ai critici. Pensiamo solo a quanto tempo ha impiegato l’establishment psichiatrico per scoprire che l’“insalata di parole” schizofrenica aveva un significato, spesso profondo e poetico.
Gli uomini imparano a essere centrati in sé stessi. Le forme, le strutture e le definizioni dei sistemi esistenti sono le loro forme, strutture e definizioni. Si sentono a loro agio in essi perché li hanno proiettati dai loro modelli maschili. Le donne, per secoli, sono state centrate al di fuori di sé, nei mariti, nei figli e nella famiglia, sacrificando i propri bisogni e separandosi dalla conoscenza delle proprie modalità, dei propri modelli. Con l’avvento del Movimento delle donne molte hanno imparato a ricentrarsi, a porre fine al sacrificio di sé, a rendersi conto che i loro bisogni sono sani e validi. Hanno abbandonato i ruoli e le definizioni consegnateci dalle strutture sociali maschili. Molte donne sono entrate, o hanno cercato di entrare, nelle istituzioni degli uomini: arte, istruzione, scienza, affari, politica, ecc. Ma questi sistemi sono essenzialmente estranei, sono di stampo maschile. Alcune donne hanno iniziato come minimo a sentirsi sempre più a disagio nell’operare all’interno delle strutture maschili e, allo stesso tempo, stanno diventando sempre più centrate e consapevoli di sé stesse, dei propri modelli. Ecco quello che accade: le donne operano in forme maschili, che molte vivono come alienanti e spersonalizzanti. Ma le forme e le strutture femminili non sono ancora state create. Non abbiamo ancora scoperto e inventato, su larga scala, i nostri veri modelli e le loro espressioni più consone.Così l’alternativa alle forme maschili è quindi l’esperienza dell’informe. Ci hanno insegnato a reagire all’informe con la paura. Il concetto di un sistema oggettivo, intellettuale, fatto di parti definibili e interconnesse e di limiti fissi ha, come suo opposto, l’assenza di forma e di limiti, e di parti definibili. Siamo condizionate a temere l’ignoto, l’indefinibile, l’informe, con un panico e un terrore opprimenti che hanno lo scopo di riportarci nelle forme sicure ed esistenti: siamo condizionate ad “adattarci”. Questa paura può bloccare l’intensità di altre emozioni e in genere dei processi creativi fino all’apatia e al ritiro, o farci dubitare della nostra razionalità. In queste circostanze, una donna può sviluppare una sorta di schizofrenia. Può funzionare in modo efficiente nelle strutture maschili e, allo stesso tempo, sperimentare l’alienazione nei confronti di tali strutture, nonché un desiderio inquietante e “irrazionale” verso altri modi di pensare, fare ed essere, ancora sconosciuti. Come risultato di questi conflitti, può provare sensi di colpa e la vecchia convinzione appresa di inadeguatezza. Se non arriva a comprendere le ragioni dei suoi sentimenti e delle sue tensioni, può essere immobilizzata o cooptata. A questo punto della nostra evoluzione, non possiamo evitare le strutture maschili. Dobbiamo comunque sapere come operare al loro interno e/o trattare con esse, per sopravvivere e sovvertire. Allo stesso tempo, però, dobbiamo continuare a evolvere, consapevolmente.
Continueremo perciò a vivere in uno stile schizofrenico, ma consapevole, voluto e controllato da noi. Dobbiamo insegnare a noi stesse e alle altre ad affrontare l’informe, a esplorare e scoprire le nostre verità. Ora. Dobbiamo sopportare i pesi del nostro condizionamento: il senso di colpa, i sentimenti di inadeguatezza e irrazionalità, comprendendo che, anche se esistono, sono falsi e imposti. Soprattutto, dobbiamo sopportare il peso del caos, dell’informe, e accoglierlo, nonostante la paura. Dobbiamo evolvere consapevolmente. Sarà difficile. Avremo bisogno dell’amore e del sostegno reciproco. L’evoluzione che vogliamo inizierà là dove ci sono già molte donne. Se guardiamo dentro di noi, possiamo entrare in contatto con i nostri modelli evolutivi femminili. Ogni intuizione darà vita ad altre intuizioni, individuali e collettive.
Le strutture maschili dipendono dal concetto di dualità. La chiesa, ad esempio, ci dice che dio è il bene e il non dio è il male; ci dice che dobbiamo sempre scegliere il bene e rifuggire il male; definisce poi cosa è bene e cosa è male. Gli usi politici del binomio bene-male sono più evidenti di altri. Se gli uomini sono buoni, allora le donne, i non-uomini, sono cattivi. L’aborto (scelto dalle donne) è un male, ma la guerra e la pena capitale (scelte dagli uomini) sono spesso un bene. La logica interna di questo tipo di pensiero è coerente e prevedibile: meccanica. A volte ci viene detto che il dualismo ci aiuta a fare distinzioni e favorisce la chiarezza di pensiero. Non è vero. Il dualismo pone sempre una scelta etica, un o-o; un opposto è sempre preferibile all’altro. Non c’è spazio per le gradazioni e i livelli, per la complessità, per il paradosso, per la multifocalizzazione. Le dualità rafforzano il pensiero lineare, di causa-effetto, gerarchico. La logica aristotelica, ad esempio, è una serie di regressioni sulla linea del binomio vero/falso. Le regole sono importanti per comprendere i modelli contro-evolutivi e le dualità che li esprimono. Poiché una logica interna e meccanica è necessaria per questi schemi, i limiti e i confini devono inquadrare sia la struttura che il contenuto. I riferimenti e le relazioni al di fuori e al di là di questi limiti sono esclusi perché possono distruggere la coerenza e far crollare il sistema. Ecco perché alcune nostre sorelle sono passate da un sacerdote all’altro, alla ricerca di qualcuno che concedesse il permesso di praticare il controllo delle nascite, invece di rivendicare questa decisione per sé stesse. Le regole possono variare o cambiare, per pressioni interne o esterne, ma questo cambiamento deve rientrare nei confini del sistema ed essere accompagnato da una motivazione nel linguaggio speciale di quel sistema. In definitiva, non è il contenuto della norma a essere in gioco, ma l’esistenza della norma, in quanto norma, e l’autorità di imporla. Il riformismo deve molto a questo concetto. Quando crediamo in un sistema definito buono e vero, e pensiamo che il suo opposto sia cattivo e falso, cerchiamo solo di cambiare le regole all’interno del sistema.
Al di fuori del sistema c’è la paura e l’informe. Le dualità hanno una base etica. Ogni coppia contiene due opposti, uno dei quali è “buono” e l’altro “cattivo”. Ogni coppia è binaria e contiene, in sé, un giudizio di valore. Ogni coppia, quindi, è essenzialmente una dualità bene/male: bianco/nero, giorno/notte, uomo/donna, bello/brutto, forte/debole, razionale/irrazionale, mente/corpo, sano/insano, vero/falso, intelletto/emozioni, realtà/sogni, ecc. Non si tratta solo di coppie di concetti predefiniti, ma anche di giudizi di valore predeterminati. Sappiamo sempre quale in queste coppie di opposti è la parte “buona”, o almeno qual è preferibile. Il solo fatto di associare una delle parole “buone” di un binomio a un concetto, a un atto o a un atteggiamento ci predispone alla sua accettazione. La propaganda linguistica si basa su questo tipo di associazione di parole. Ovviamente, la donna e tutte le parole associate alla donna non fanno parte della lista dei preferiti.
Nell’arte non siamo condizionati solo dal concetto binario di bello/brutto. Anche i simboli hanno significati connotativi ed etici. Non solo quelli verbali, ma anche i simboli visivi (colori, proporzioni, forme geometriche, cornici e confini) hanno i loro valori. Esiste poi anche il dualismo arte/vita, che separa le due cose e, a seconda del sistema che le definisce, le contrappone in termini di preferenza. Pertanto, non solo le definizioni, ma le stesse espressioni della vita e dell’arte sono date e predeterminate. I presupposti spesso possono essere non esplicitati. Possiamo non esserne consapevoli. Per esempio, quando gli uomini dicono che le donne sono “misteriose” o che gli orientali sono “imperscrutabili”, stanno dicendo che le donne e gli orientali sono associati all’ignoto, all’irrazionale, alla metà “cattiva” del binomio bene/male. Automaticamente loro stessi vengono associati alla metà logica, chiara, luminosa, sistematica dello stesso binarismo. Il significato, come minimo, è lampante: le donne e gli orientali sono, nella migliore delle ipotesi, privi di forma e non sono da preferire. Nel peggiore dei casi, le donne e gli orientali sono persone che evocano paura e sono associate al male.
Le donne hanno la capacità, nonostante il nostro essere programmate, di pensare in modi che negano le dualità. Ciò è dovuto in parte al nostro status sociale. Non ci si aspettava che pensassimo razionalmente, come fanno gli uomini, e ci è stato “permesso” di sviluppare le nostre modalità “inferiori”4, perché rafforzano, attraverso il contrasto dualistico, il sistema maschile “superiore”. Per cui forse il nostro adattamento evolutivo agli imperativi socio-ambientali ci ha anche permesso di evolvere, geneticamente, alcune delle caratteristiche che siamo state costrette ad assumere. Siamo sempre state accusate di incoerenza, vaghezza, incapacità di concentrazione, volubilità (parola meravigliosa), illogicità e contraddizione. Gli uomini sostengono di non riuscire a capire i nostri processi di pensiero. E giustamente. Abbiamo sviluppato la capacità di ignorare i giudizi di valore (perché abbiamo un super-ego debole, secondo Freud), di muoverci tra gli opposti, di percepire gradazioni e complessità. Di sentire. L’intensità emotiva è uno dei nostri maggiori vantaggi. Il nostro intelletto e le nostre emozioni non funzionano sempre separatamente, nonostante tutti i condizionamenti che subiamo per convincerci che l’intelletto può essere guastato o contaminato solo dalle emozioni. Per molte (la maggior parte) di noi, l’unità intellettuale-emotiva è naturale. Non possiamo farci niente. Ho notato che possiamo ascoltare la Joplin cantare “Little Girl Blues”, conoscendo, intellettualmente, il contenuto sessista e masochista del testo, ma rispondere, nonostante ciò, alla musica, alla presenza di qualcos’altro. La voce della Joplin, la sua capacità di trasmettere sentimenti, la forte emozione del dolore che sentiamo. Per me è un dolore, un lutto per tutte le donne che sono vissute, per tutta la nostra bellezza e il nostro potere inutilizzati e abusati, per i nostri secoli da vittime, per la nostra separazione da noi stesse e le une dalle altre. Considerando, letteralmente, le parole della canzone, la mia risposta è politicamente impura, e lo so (puro/impuro.) Ma richiederebbe un grande sforzo da parte mia ripudiare la mia risposta emotiva. Le emozioni sono un modo che abbiamo per annullare i dualismi. Quando permettiamo ai nostri sentimenti istintivi di fluire naturalmente, quando li rispettiamo, li accogliamo e prestiamo attenzione a quel che sentiamo, spesso possiamo opporci ai valori statici, polarizzati e predeterminati che abbiamo imparato.
Le donne gravitano verso un’arte che ha un significato, che è centrata sul contenuto e sulle donne, che evoca risposte sia intellettuali che emotive. L’enorme popolarità della grafica femminista, dei manifesti, della poesia, dell’artigianato e della scultura indica che le donne si relazionano con un’arte che tocca le idee e le emozioni forse ancora inespresse ma già presenti in loro, un’arte che evoca sentimenti e pensieri loro e li propaga. L’arte per noi è una comunicazione bidirezionale in cui entrambi (tutti) i partecipanti sono attivi. Al posto di una serie di criteri oggettivi e meccanici, le risposte personali sono diventate il mezzo del nostro rapporto con l’arte. Non vediamo, analizziamo o interpretiamo l’arte come una cosa fuori di noi, separata da noi. La coinvolgiamo in un processo di risposte comunicative, e la usiamo. La distinzione tra arte e vita comincia a svanire. Non rispondiamo forse profondamente agli atti e alle vite delle donne che conosciamo, delle donne di cui leggiamo e sentiamo parlare? Non ci siamo forse ritrovate in un rapporto nuovo e antico con la natura, alla quale rispondiamo allo stesso modo? Non sono forse arte anche queste relazioni e questi processi? Usiamo l’arte nella nostra vita e la nostra vita può diventare arte. Partecipiamo all’arte, che partecipa alla nostra vita.
Un’altra caratteristica delle donne è la tendenza a occuparsi di relazioni, piuttosto che di strutture. Quasi ogni struttura che conosciamo è un mezzo, una funzione basata su ruoli, regole e limiti. Non è strano se spesso sentiamo gli uomini parlare del loro lavoro, persino della loro vita, come di giochi o scenari. “È così che si gioca.” Una gara è un sistema di regole che si gioca all’interno di confini strutturalmente fissati. Il ruolo di ogni giocatore è accuratamente definito. La possibilità di un’occasione o di un cambiamento può essere matematicamente prevista e si verifica solo entro limiti prestabiliti. In questo senso, la famiglia, la chiesa, lo stato, l’arte, il sesso, l’interazione, ecc., sono quindi correttamente definiti come giochi. Tutto ciò che dobbiamo sapere sono le regole e i limiti. Le regole seguono una logica interna basata sulla coerenza e sulla prevedibilità: causa ed effetto. Se faccio questo, succederà quello o quell’altro. Le donne, sempre imprevedibili (il male), operano naturalmente in un altro modo. Le donne si occupano di relazioni, del livello personale piuttosto che del livello funzionale e sistematico. Andiamo oltre, aggirando le regole e i ruoli definiti, per esprimere un’attenzione spontanea e solidale direttamente alle persone, alla natura. Lo facciamo perché permettiamo al nostro intuito e alle nostre emozioni di interrompere e sovvertire i dettami dati e meccanici del sistema. Che una donna ami una persona, una pianta o una divinità, stabilisce una relazione personale diretta con l’oggetto del suo amore. Vuole l’interazione, un processo partecipativo di dare/ricevere, amare/essere amati.
Le dualità soggetto/oggetto scompaiono in una dinamica immediata di intersoggettività; ognuna diventa indistinguibile dall’altra. Anche le emozioni e la centralità della relazione possono essere una trappola. Le donne sono sempre state ingannate dalla nostra compassione, dai nostri impegni emotivi. Le relazioni personali sono state il veicolo del nostro sfruttamento, dell’oppressione politica, dell’autosacrificio imposto. Ma la capacità di gestire direttamente le relazioni personali ed emotive è anche uno dei nostri maggiori punti di forza. Può essere usata contro di noi oppure a nostro favore, soprattutto quando viene esercitata al di là o nonostante le regole dei sistemi. Non possiamo permetterci di perdere questa capacità. È la base della nostra opposizione alla mentalità informatica e il nostro potenziale di creare nuove forme, nuovi modi di comunicare, modi di vivere alternativi, livelli di coscienza più elevati. Allo stesso tempo, dobbiamo proteggere e tutelare noi stesse e le nostre vite dallo sfruttamento. Non possiamo acconsentire a essere dominate, controllate, usate o oggettivizzate. Ma possiamo lasciare che la nostra compassione, le nostre emozioni, le nostre capacità di esprimerci direttamente e personalmente, le nostre relazioni fioriscano in situazioni in cui si espandono invece di danneggiarci, e in queste situazioni possiamo arrivare ai limiti estremi dell’intersoggettività attiva per gestirla senza bloccarla quando per noi diventa pericolosa.
E prima di tutto dobbiamo dirigere il nostro estremismo verso noi stesse. Non sto suggerendo di indulgere nell’autocommiserazione o nell’egocentrismo, ma in sentimenti forti, diretti e voluti di amore e di onore, benauguranti e di sostegno, in un dialogo d’amore con il nostro io. Se dirigiamo questi sentimenti verso il nostro io e ci rifiutiamo di rivolgerli verso l’esterno se non in modi che non sminuiscano o contraddicano o danneggino quelli autodiretti, genereremo energia positiva più che sufficiente per relazionarci in modo stravagante con le altre e con la natura. Sappiamo che abbiamo bisogno di una concezione di sé forte per relazionarci in modo significativo con le altre persone. Ma il concetto di sé è un termine piuttosto statico mentre il tipo di intersoggettività diretta che implica un processo attivo, una generazione e una rigenerazione consapevole e continua, è più di questo. I miti e i simboli con cui ci relazioniamo e i nostri modi di usarli possono essere di primaria importanza per opporsi alla mentalità del computer e per entrare in contatto con i nostri modelli, esprimerli ed estenderli. Frankenstein di Mary Shelley non è un successo di critica. Come opera “letteraria”, opera d’arte, è stato costantemente ridicolizzato dagli “esperti”. Eppure la storia, il mito da lei creato, è sopravvissuto per quasi un secolo e mezzo. Esprime, tocca, raggiunge un modello profondo di noi stesse, una verità che già conosciamo, istintivamente, alla quale non possiamo fare a meno di rispondere, spontaneamente.
La storia di Mary Shelley tratta il pericolo letale dell’eccessivo e controrivoluzionario sviluppo di un intelletto calcolatore sulla linea causa-effetto, con l’esclusione (forse l’atrofizzazione) dei sentimenti, delle relazioni personali dirette e dei processi di pensiero extra-razionali. Ci risuona perché, nonostante i nostri condizionamenti, sappiamo che ha ragione. Ha svelato la nostra avversione e paura inconscia per il modello mortifero. Ma sta a noi fare agire il suo mito, collegarlo alle condizioni della nostra vita e del nostro lavoro. Se prendiamo sul serio le nostre reazioni, non solo cominceremo a comprendere l’alienazione di base e l’allarme suscitato dalla sua storia dello scienziato e della sua macchina “umana”, ma cominceremo anche a cercare le nostre alternative e a esprimerle. Il pensiero e i giudizi di valore che suscita possono essere neutralizzati attraverso la scoperta e l’espressione dei nostri miti e simboli. Mary Shelley ha cambiato il significato etico del binomio emozioni/intelletto e del binomio mente/corpo. Frankenstein, incarnazione dell’intelletto scientifico, mette in scena la distruttività di quel modello e la necessità di sentimenti umani. Il suo “mostro” drammatizza l’orrore di un uomo meccanicizzato, precursore dei computer senza corpo che stanno concependo i nostri moderni Frankensteins5.
La rinascita dell’interesse per il mito di Demetra e Core, per la storia semi-mitica delle Amazzoni, per la stregoneria e l’occulto, sono manifestazioni delle nostre ricerche di una mitologia che cambi o inverta le strutture maschili. Molte di esse riguardano la sostituzione del padre, e dell’immaginario associato al patriarcato, con la Madre. Quando si verifica questa sostituzione all’interno di una società patriarcale, ciò che risulta non è un matriarcato, ma uno spostamento del pensiero e delle emozioni e un riorientamento dei nostri valori attuali. I simboli e le connotazioni della Madre nel modo in cui ce li hanno fatti apprendere, sono opposti e/o meno preferibili rispetto ai simboli e alle connotazioni appresi del padre. La nostra prima reazione al binomio padre/madre e agli altri binomi a esso associati (luce/buio, conscio/inconscio, sole/luna, cielo/terra, attivo/passivo, creatore/sostentatore, ecc.) potrebbe anche essere la rabbia e il desiderio di rivendicare le qualità preferite (maschili) per noi stesse. È una reazione è sana, poiché le qualità preferite, così come i loro opposti (femminili), fanno tutte parte del sistema di stereotipi che ci sono stati insegnati, fanno parte del sistema chiuso di definizioni dei ruoli. Ma possiamo andare oltre. Possiamo renderci conto che i simboli e gli attributi femminili in realtà non sono inferiori; che davvero alcuni di essi riflettono, in parte, modelli femminili e possono essere usati per scoprire e rafforzare le nostre forme, i nostri stili, la nostra auto-conoscenza e la nostra centratura. Possono essere usati come armi contro le modalità oggettive del computer, contro le stesse dualità che falsamente ci definiscono. Che cosa c’è di male o di inferiore nel buio, nella luna, nella terra e nei metodi extra-sistemici ed extra-razionali di pensare, curare, creare?
Temiamo queste cose perché sono al di fuori del sistema dato e quindi associate all’informe e alla perdita di controllo. Ma chi è che perde davvero il controllo? L’establishment medico non ha alcun controllo su un’erborista o una guaritrice. Né il medico, immerso nel proprio quadro tecnico, può comprenderne le conoscenze. Molte donne hanno comunicato per secoli con le piante. Ora che gli scienziati hanno iniziato a collegargli apparecchiature si stupiscono nell’apprendere che le piante sembrano essere sensibili alla musica, alle emozioni, ecc., e reagiscono agli stimoli. Ora che gli scienziati possono fotografare le auree, prendono più sul serio le persone che le vedono. Ma le apparecchiature elettroniche e le fotografie sono inferiori alla percezione diretta. Dobbiamo abbracciare i simboli del nostro male e della nostra inferiorità e, abbracciandoli, trasformarli nei simboli di un progresso evolutivo. Non dobbiamo nemmeno rinunciare ai loro opposti, perché nel sostenere i simboli femminili, incorporeremo al loro interno i significati di quelli maschili, annullando i binarismi. Quando i neri hanno rivendicato con orgoglio la parola “nero”, hanno mantenuto molti dei potenti antichi significati della parola, ma hanno anche assunto le connotazioni “buone e belle” del suo opposto binario “bianco”. Il significato del dualismo bianco/nero è cambiato. Non poteva più opprimere le persone. Si è trattato di un’azione politica del linguaggio.
Quando come donne sostituiamo il simbolo del padre con quello della madre, anche noi compiamo un atto politico. L’immagine della Madre non perde le sue vecchie connotazioni di terra, intuizione, natura, corpo, emozioni, inconscio, ecc., ma rivendica anche molte delle connotazioni precedentemente attribuite al simbolo paterno: bellezza, luce, bontà, autorità, azione, ecc.  Se viene abbracciato, il simbolo della Madre ci libera da definizioni di ruolo stereotipate, da attributi e atteggiamenti di inferiorità, rafforzando la fiducia in noi stesse, nei nostri processi e nelle nostre capacità. Può liberarci dalla paura dell’informe che abbiamo interiorizzato affinché troviamo noi stesse e un altro tipo di mondo. Non solo quello della Madre, ma anche molti altri simboli del femminile possono essere rivendicati e trasformati. La Figlia e la Sorella hanno iniziato ad assumere significati nuovi e più validi come l’intuito, la soggettività e i processi extra-razionali, le nostre qualità nutritive e simpatiche e il nostro rapporto personale ed empatico con la natura e la terra insieme al nostro coinvolgimento nei processi della vita: dobbiamo abbracciare, onorare, esaltare tutti questi attributi e i loro simboli con gioia, orgoglio e con il coraggio della libertà. Sappiamo di poter ragionare. Sappiamo di poter essere attive, forti, coraggiose, aggressive, ecc. Non dobbiamo annullare queste qualità in noi stesse, perché saranno incorporate nei simboli femminili trasformati.
Il buono, il vero e il bello non sono maschili; sono attribuiti a simboli maschili perché i simboli maschili sono i preferiti. Quando i neri hanno cominciato a desiderare e a preferire la nerezza, la parola si è caricata di tutte le connotazioni “superiori” che erano state associate al bianco. Quando le donne preferiscono la Madre, gli attributi “superiori” del padre vengono trasferiti al simbolo della Madre. Per i neri, per le donne, il binarismo è stato distrutto perché è stata inserita una base etica! Il processo di scelta dei simboli liberatori attraverso l’inversione o la trasformazione dei binarismi porta ad altre riflessioni sul pensiero dualistico, fatto di causa-effetto, e sui possibili modi per trascenderlo.
Il dualismo coscienza/incoscienza, ad esempio, ha una base etica, anche se la scelta tra i due dipende dal sistema in questione. In Occidente, la coscienza è di solito associata all’oggettività maschile, al controllo, alla logica, alla ragione, mentre l’inconscio è generalmente temuto e associato all’oscurità, alle pulsioni istintuali, alle emozioni incontrollate, al femminile. Il pensiero orientale e i sistemi occidentali da esso derivati pongono l’inconscio come una meta religiosa o filosofica in cui la coscienza razionale e la personalità si perdono, fondendosi con una mente cosmica o anima. Ciò che è significativo in questo caso è che la dualità, indipendentemente dal suo opposto, ci dà solo due scelte. Possiamo scegliere l’ego che ragiona, che osserva, che domina; oppure possiamo scegliere l’annientamento della personalità. Ma se impariamo a pensare al di là di questo binarismo, al di là delle scelte date, possiamo onorare, allo stesso modo, la mente conscia e quella inconscia. Non dobbiamo credere che l’unica alternativa alla mente sia il suo annientamento. In entrambi i casi viene espresso un modello di morte. Allo stesso modo, siamo spesso costrette a scegliere tra individualità e comunità. Eppure possiamo prendere in considerazione la possibilità di scegliere entrambe le alternative, persino gli estremi di entrambe. Possiamo rifiutare di considerare una metà del dualismo migliore dell’altra. Rifiutare di fare scelte etiche di tipo o/o e quando è possibile scegliere entrambe le cose6.
Tenere in testa impegnata su concetti opposti, simultaneamente e sullo stesso livello, significa generare la possibilità di un processo e la nascita di nuovi concetti, concetti che includono le due parti ma che sono più grandi della somma di quelle parti. Nel processo non lavorano solo i nostri intelletti, ma anche le nostre emozioni, i nostri istinti, le nostre facoltà intuitive ed extra-razionali. Il processo funziona anche con i simboli. Quando le connotazioni “buone” del padre sono state trasferite alla Madre, e le vecchie connotazioni della Madre sono state mantenute, abbiamo, in realtà, un terzo concetto, un nuovo simbolo che include entrambi i vecchi significati e va oltre.
I simboli si sono evoluti e hanno espresso un’evoluzione. Per ragioni politiche, chiamiamo questo simbolico Madre, ma non esprime lo stesso concetto del vecchio simbolo materno. È invece il simbolo di una coscienza evolutiva, di una Nuova Persona7. Un giorno dovremo darle un nuovo nome. Quando noi donne ci imbattiamo nei nostri simboli, nei nostri miti e nelle nostre metafore e li esprimiamo, dobbiamo stare molto attente a non dimenticare che stiamo partecipando a un processo. Stiamo iniziando a rinominare noi stesse e l’universo, ma i nomi che usiamo ora non possono che essere temporanei. Non devono mai trasformarsi in assoluti, non devono mai diventare sistematici o istituzionalizzati. Se così fosse, perderebbero la loro rilevanza immediata ed esperienziale, cioè il loro valore emotivo. Possono persino ostacolare o arrestare il processo. Dobbiamo essere in grado di accogliere la sostituzione di concetti e simboli ogni qualvolta nuovi concetti e simboli aiutino e favoriscano il processo. Non abbiamo tempo per secoli di lenta evoluzione. La minaccia del dominio dei computer è fin troppo vicina. E le donne hanno aspettato abbastanza.

1 La sindrome del savant, detta anche sindrome dell’idiota sapiente(dal francese idiot savant), indica una serie di ritardi cognitivi anche gravi che presenta una persona, accanto allo sviluppo di un’abilità particolare e sopra la norma in un settore specifico.
2 Raccolta di poesie di Sylvia Plath.
3 Ben Jonson, autore della commedia L’alchimista, 1610.
4 Mi trovo sempre più spesso a usare le virgolette per esprimere ironia. Mi viene da pensare: con l’innalzamento del mio livello di coscienza, riuscirò finalmente a mettere tra virgolette l’intero mondo così com’è?
5 È interessante vedere come il mostro di Frankenstein sembri avere più sentimenti umani e sensibilità del suo creatore.
6 Naturalmente anche questo è un giudizio di valore. Ma è aperto. Ed è un giudizio nostro, non dato dal sistema.
7 Tuttavia, non escludo certo la possibilità che la nuova persona evolutiva sia una femmina biologica, cioè che solo un sesso si evolva come specie umana.

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