All’alba di un dialogo

Ago 2, 2026 | Libri e … | 0 commenti

Ringraziamo Anna Schgraffer per questo articolo che intende aprire un dibattito serio sul matriarcato. Ormai i tempi sono maturi, dopo la diffusione degli Studi Matriarcali moderni ad opera di Heide Goettner-Abendroth.

Qualche settimana fa questo sito ha pubblicato la recensione di Heide Göttner-Abendroth di un libro del 2021 scritto a quattro mani da un antropologo e un archeologo anglosassoni, e uscito in Italia nel 2023 con un titolo semi-serio: L’alba di tutto. L’attenzione che Heide Göttner-Abendroth porge al libro dei due autori di sesso maschile, David Graeber e David Wengrow, è già di per sé un segnale non trascurabile. A conclusione della recensione, di stampo dosatamente critico – non però fino al punto di sconfinare nella stroncatura – l’autrice esprime un aperto invito al dialogo, che evidentemente costituisce un ulteriore riconoscimento agli autori.
Purtroppo, solo uno dei due potrà, se vuole, raccogliere l’invito; infatti David Graeber è scomparso nel 2020, prima di riuscire a vedere la pubblicazione del libro. Ma aveva fatto in tempo a pubblicare già molti scritti, di cui uno insieme al suo mentore, il noto antropologo Marshall Sahlins. E Wengrow, da parte sua, potrebbe ancora accettare l’invito raccogliendo anche l’eredità del suo amico scomparso. Le rispettive posizioni sono state chiaramente espresse e ritengo che l’invito di Göttner-Abendroth al dialogo si possa interpretare in maniera estesa anche come esortazione a un dibattito che vada oltre una ristretta cerchia e diventi un vero, fertile dibattito aperto a più voci.
Idealmente sarebbe auspicabile che avvenisse a livello pubblico e magari in presenza, o almeno lontano dal tritacarne dei social media. Ma mi auto-esorto a non chiedere l’impossibile. Tuttavia, mi pare utile evidenziare che nelle opere che David Graeber ci ha lasciato, di cui molte tradotte in italiano, si trovano spesso note che risuonano con la visione di Goettner-Abendroth. In particolare mi riferisco all’altro suo lavoro a quattro mani, quello con Marshall Sahlins, che potrebbe aggiungersi agli ingredienti di quell’ipotetico dibattito. Il libro s’intitola Il potere dei re. Tra cosmologia e politica (2017, ed. italiana R. Cortina, Milano 2019). In questo lavoro confluiscono felicemente saggi scritti separatamente dai due antropologi, ma accomunati fra l’altro da una posizione critica dichiarata verso il metodo del materialismo storico (di matrice marxiana) applicato all’antropologia culturale. Ciò permette a D. Graeber e al suo maestro e co-autore di liberare dal dimenticatoio una ‘nuova’ idea di portata si può dire universale sul rapporto fra essere umano, cosmo e natura. Si tratta dell’idea che la terra e il cosmo (con o senza maiuscole) non “producono” cibo, oggetti, materiali, beni, bensì elargiscono, danno, offrono, donano; e che quindi gli esseri umani ricevono i frutti della Terra e del Cielo e tutto il resto. E quindi che la madre-donna e la madre-natura mettono al mondo, offrono, e certo non ‘producono’ (bambini, cibo, cose) estraendoli o creandoli dal nulla o tutt’al più da materiale inerte, come di solito si intende il lavoro in senso moderno: nel senso, cioè, che si pro-duce o ‘crea’ (dal nulla?) la cosa, il bene materiale e immateriale, il prodotto traformato. La parte interessante è che questa ‘nuova-antica’ idea è in risonanza con quella di Göttner-Abendroth.

Secondo molte critiche femministe, il materialismo storico di stampo marxiano concepisce questo ‘offrire’ o ‘donare’ o semplicemente ‘dare’, solo come un ‘mettere a disposizione’, col sottinteso di una disponibilità illimitata e passiva da parte e della natura e della donna verso le pretese dei ‘creatori-produttori-sfruttatori’ patriarcali, giustificati a loro volta dalle rispettive teorie economiche.
Tuttavia nel caso di Graeber e Sahlins non si tratta affatto di buttare a mare l’idea di materia (mater-materia) e fare retromarcia, tornando al Medioevo, o a un idealismo che ha fatto ormai il suo tempo, come almeno speriamo. Per questo è stata coniata la definizione di ‘materialismo matriarcale’ (cfr. Claudia von Werlhof) come nome per il metodo della ricerca a partire da un ‘nuovo’ concetto: la materia non più vista come ‘cosa’ morta e inerte, passiva e illimitatamente disponibile, bensì come essente viva e spirituale, anzi perfino dotata di una sua soggettività. Si tratta di un concetto molto diverso da quello ottocentesco, in quanto trascende la contrapposizione e il dualismo, che sarebbero da lasciarsi ormai definitivamente alle spalle anche in campo scientifico. Negli ultimi decenni un diverso concetto di materia[1] si sta facendo più o meno avanti perfino fra alcuni fisici teorici,[2] e nel campo della biologia attendiamo sviluppi per ora non pervenuti.
Questo per quanto riguarda il tentativo di nominare un’alternativa al metodo del materialismo culturale, che sia tale da non sacrificare la centralità della mater-materia e da non ricadere all’indietro verso un idealismo altrettanto superato e da trascendere. Ma, senza andare troppo oltre, restiamo a Il potere dei re, e in questo caso alla sua Introduzione. Quitroviamo di nuovo una risonanza con la visione filosofica di Göttner-Abendroth.

Sono numerose infatti le pagine in cui i due antropologi lasciano la parola ai filosofi che abitano nei loro cuori. E ne riporto qui – per chiarire – alcune righe essenziali, dove in modo un po’ marginale, quasi incidentale, appare un’affermazione di grande portata:

“La nostra nozione di ‘produzione’ è essa stessa la secolarizzazione di un concetto teologico, ma deriva da una teologia molto specifica, in cui un Dio onnipotente crea l’universo ex nihilo (…), un’idea che si è mantenuta nella nostra cosmologia in molti modi, anche dopo che Dio è stato esplicitamente rimosso dal quadro. (…) È solo se ci si immagina la fabbrica come una scatola nera (più o meno come un uomo che non sa molto sul decorso della gravidanza e pensa che l’utero ‘produca’ – e etimologicamente, ’spinga al di fuori’ – qualcosa di completamente formato attraverso una gran mole di ‘lavoro’) che è possibile dire che la ‘produzione è la vera base della vita umana.”[3]

Non vorrei entrare ora nella questione se sia nato prima il concetto teologico specifico, con relativo dogma della dottrina, oppure l’idea profana di creazione o produzione dal nulla. Ma se la vera base della vita umana dunque non è la ‘produzione’, che altro può essere, se non la relazione madre-figlia/figlio? Heide Göttner-Abendroth sottolinea più volte l’importanza di comprendere che, nella mentalità delle genti e dei popoli presi in considerazione, l’aspetto pratico e l’aspetto spirituale convivono in qualsiasi circostanza della vita e l’uno non esclude mai l’altro. Quindi si integrano e si compenetrano, cospirano e si confondono. Il visibile e l’invisibile sono una cosa sola. L’autrice, ad esempio, dedica almeno un paio di libri affascinanti a introdurre la mitologia matriarcale del paesaggio (nello specifico, dei paesaggi naturali alpini e tedeschi), spiegando che i vari luoghi di insediamento, di transito, di approvvigionamento, di sosta e così via alle origini non erano mai scelti dai primi esseri umani solo in base all’aspetto di utilità o solo in base al significato spirituale, bensì non veniva escluso né l’uno né l’altro. E come sarebbe stato possibile escludere un aspetto, se il cosmo intero era incantato?
A questo proposito, fra le molte citazioni possibili, ne propongo qui una che traggo da un libro di Göttner-Abendroth non ancora tradotto in italiano. Il titolo sarebbe Dee delle Alpi. Mitologia matriarcale del paesaggio in quattro paesaggi alpini (Dolomiti, Svizzera orientale, Austria, Germania del Sud). La traduzione qui è mia:

“Infatti le genti del neolitico, cioè i primi esseri umani insediatisi in modo stabile sulla Terra, rivolgevano al paesaggio non solo uno sguardo vòlto all’utilizzo. Non costruivano i loro insediamenti e luoghi di culto solo là dove trovavano acqua e terra fertile o tesori come pietre focaie e sale, ma consideravano la Terra come un essere divino, come una Dea originaria, alla quale fa riferimento ancor oggi la nostra espressione ‘Madre Terra’. Questo modo di vedere, cioè di considerare la Terra come una Dea, è fondamentalmente non patriarcale. Infatti le società patriarcali si inventano dèi che di regola hanno a che fare con la conquista materiale e spirituale, ma non con i processi della creazione e della conservazione della vita come partorire, nutrire e proteggere, che competono alla Terra in quanto madre di tutto il vivente. Le società patriarcali considerano la Terra e i suoi paesaggi sotto il profilo dell’utilità economica e strategica, e così la profanano, mentre il punto di vista matriarcale sulla Terra contiene al tempo stesso una venerazione religiosa o spirituale. Questi esseri umani dei primi tempi si rivolgevano alla Terra come a una Dea originaria, e al cosmo come a un’altra Dea originaria, e tentavano di conoscere meglio sia l’una che l’altra tramite l’osservazione, cercavano di comprendere più a fondo le sue manifestazioni e di dar forma alle proprie creazioni culturali a loro immagine. Anche la più antica osservazione del cielo (astronomia) perciò non era soltanto una tecnica scientifica, ma al tempo stesso un’azione religiosa o spirituale, cioè: conoscere e venerare andavano mano nella mano.”[4]

Si potrebbe pensare che la differenza sostanziale fra questo pensiero e la visione di David Graeber nel suo lavoro stia nell’affrontare esplicitamente il concetto tabu di patriarcato ampliato. È risaputo che ci sono parole che non si devono scrivere e concetti su cui non si deve ragionare se si aspira a raggiungere la visibilità con i propri scritti o con le proprie affermazioni. Da quando la ricerca delle donne e sulle donne, ambito in cui negli anni 1970 erano state anche istituite cattedre universitarie ed era stata fatta molta elaborazione, è stata intenzionalmente sostituita con la new entry chiamata gender studies, parlare di patriarcato è diventato di colpo una sorta di tabu. Non si poteva neanche più menzionare il termine. Coloro che ci hanno provato, hanno pagato il prezzo di essere escluse dal dibattito pubblico e diffamate, non importa che livello di profondità avessero raggiunto le loro riflessioni. Tuttavia di recente nei Paesi occidentali la parola è stata urlata e ‘macinata’ a gran voce nel corso di numerose manifestazioni di piazza, con il risultato che il tabu si è ribaltato in uno slogan povero di significato. E così, un discorso serio su patriarcato/matriarcato ha finito per scomparire tanto quanto prima dal livello della visibilità pubblica. Con il progredire decennale delle conoscenze nelle varie discipline di ricerca, anche questi concetti possono essere illuminati di nuova luce, acquisendo centralità e fornendo elementi per una comprensione più profonda di noi stessi e dell’evoluzione delle civiltà, ed è in questo che consiste l’ampliamento, che però non è compatibile con lo strillare il termine come vuoto slogan.
Ma tornando a Graeber, per lui il concetto ampliato di patriarcato non è un tabu, e utilizzarlo non gli suscita nessun imbarazzo e nessun ‘distinguo’. Certo la sua opera non si focalizza su una discussione intorno al concetto di patriarcato o di matriarcato, forse anche perché non fa il filosofo o il sociologo ma l’antropologo. Ma vi sono alcuni punti nei quali affiora, sommesso ma non troppo, un nuovo, più ampio ed estensivo senso di patriarcato. E penso valga la pena soffermarsi almeno su una sua (loro) affermazione coraggiosa:

“Potremmo porre la questione in questo modo: quelle che chiamiamo ‘società’ sono sempre vasti sistemi coordinati di lavoro ritualizzato, la cui unità elementare è sempre una famiglia, in qualsiasi modo essa sia configurata (e come sanno gli antropologi, c’è un numero davvero elevato di possibilità). Questa famiglia è l’unità elementare del lavoro, della solidarietà, del potere e della creazione e della foggiatura degli esseri umani. In questo senso, il lavoro femminile, che tende a essere predominante in una famiglia, è anche la forma più essenziale del lavoro stesso. Queste affermazioni credo possano essere riferite a qualsiasi società umana conosciuta.”[5]

Sorvolando sulla ‘foggiatura’ degli esseri umani, che mi auguro sia solo una traduzione incidentata, mi pare che affermare che il lavoro delle donne sia la forma più essenziale del lavoro stesso possa essere inteso anche come un dire che sono state sempre le donne a far andare avanti il mondo e la vita.
E in generale l’impressione è che tutto l’immenso lavoro di elaborazione e ‘salvataggio’ del concetto di patriarcato, e dell’idea che le opere e invenzioni delle donne siano essenza del lavoro per la vita, non sia stato lasciato nel dimenticatoio in questo caso, ma che invece l’ampliamento considerevole della visuale – elogiato da Goettner-Abendroth – e il coraggio di aprire nuove prospettive, presenti in questi autori e co-autori, siano stati possibili grazie all’immenso squarcio di luce e di coscienza che le ricercatrici e le femministe della differenza sessuale hanno ‘messo al mondo’.

Ci sarebbero dunque, come evidenziato da Göttner-Abendroth, buone premesse. Si tratta però di capire come l’auspicato dialogo – e il sognato dibattito – possano concretamente vedere questa luce.


[1] Ma un concetto che si avvicina anche di più al senso antico e ancestrale. La radice etimologica è
ancora una valida bussola.
[2] Ad esempio Ulf Danielsson, Il mondo in sé. La coscienza e il tutto nella fisica, Einaudi, Torino 2023.
[3] David Graeber, Marshall Sahlins, Il potere dei re. Tra cosmologia e politica, R. Cortina, Milano 2019, p. 26.
[4] H. Göttner-Abendroth, Berggöttinnen der Alpen. Matriarchale Landschaftsmythologie in vier Alpenländern. Bozen: edition Raetia, 2016. ((S.10)
[5] David Graeber, Marshall Sahlins, Il potere dei re. Tra cosmologia e politica, R. Cortina, Milano 2019, pp. 329-330.

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *