Alcune nostre considerazioni preliminari alla risposta
Può esistere il concetto di pseudo-scienza, e se sì qual è la sua definizione?
Che il patriarcato si basi su un mix di coercizione e propaganda è cosa nota a chi lo osserva con uno sguardo critico, sguardo doveroso se si calcolano i suoi cicli ricorrenti di disastri ecologici, genocidi e ginocidi, cancellazione di intere culture e la costante precarietà in cui la maggioranza della popolazione della Terra è costretta a vivere, o lo stato di belligeranza infinito che si posta da una zona all’altra del pianeta ma non cessa mai.
Il concetto di pseudo-scienza può esistere solo in questo contesto, perché serve a stigmatizzare una ricerca ispirata alla volontà di sapere non come semplice esercizio intellettualistico, ma per trovare tramite le analisi di studiose e studiosi degli strumenti per indirizzare al meglio la vita, e non solo quella dell’umanità. Come dimostra la risposta di Heide Goettner-Abendroth se la volontà di mantenere un rassicurante status quo impedisce di vedere dove la scienza può intervenire per modificare le strutture date e porre rimedio a concezioni fuorvianti, allora eccome se esiste una pseudo-scienza. Il vulnus è sempre lo stesso: il potere. Il poter usufruire di una posizione o semplicemente esserne tronfi, forse nascondendo una carenza identitaria che ha già agito all’inizio della brutta storia patriarcale dove gli uomini hanno ben pensato di usurpare un ruolo all’inizio che non gli spettava.
Heide Goettner-Abendroth fa della pseudo-scienza o cosa?
È oltremodo noioso leggere ancora una volta un articolo che si impegna a squalificare il lavoro di una studiosa che non fa parte del corpo accademico universitario. Marija Gimbutas ne sapeva qualcosa.
Per questo non consigliamo la lettura dello scritto pubblicato a febbraio 2016 su sito di Christophe Darmangeat (U. Paris Cité). Oltre a essere opera sua, è firmato da Anne Augereau (INRAP), Jean-Loïc Le Quellec (CNRS, onorario) e Marilou Nordez (CNRS) e ha la finalità di illuminare alcune menti sul fatto che, in materia di scienze presuntamente “femministe” come per il resto, non è tutto oro quello che luccica.“ Parafrasando Christine Delphy, il “nemico principale” del patriarcato è il pensiero delle donne libere, di sicuro da vincoli accademici che tirano a censurare con cancellazione, svilimento e accuse di marginalità. Bei tempi quando la maschia parola era l’unica a riecheggiare negli atenei, vero?
Da oltre vent’anni ci occupiamo di cultura delle donne e notiamo quanto lavoro innovativo e rigenerativo arriva da studiose che fuori dall’università fanno ricerca autofinanziandosi o con sostegni economici che vengono da fonti indipendenti. E osserviamo quanto poche siano le voci di studiose divergenti che riescono a rimanere in ambiti universitari; le non allineate che cercano di non subire la fascinazione o la vessazione e non si adeguano al pensiero dominante spesso si barcamenano in ruoli secondari e pubblicazioni di nicchia.
A noi interessano studi critici e voci dissidenti di donne rispetto al canone di studi sul passato, in particolare sulle culture sviluppate dalle donne e da popolazioni native con valori che si sono formati prima o lontano dal modello patriarcale.
Per questo pubblichiamo la risposta di Heide Goettner Abendroth, il cui lavoro come femminista ci ha aperto scenari di studio e ricerca che ancora oggi dissipano le ombre dei sepolcri imbiancati con una luce chiare e nitida, di luna piena.
Ci saremmo aspettate un apporto innovativo con dati e controriferimenti molto dettagliati visto che si sono impegnati ben 4 emineneti rappresentanti della cultura francese. Quanto impegno nello screditare e che noia nel non trovare nulla di originale o interessante nelle (ben) 66 paginette.
Ci piacerebbe anche incontrare Marilou Nordez, la giovane ricercatrice appassionata dell’Età del Bronzo Atlantico e conoscere la sua relazione con studi e modalità di indagine femminista, e al contempo comprendere la tipologia di collaborazione che ha col Professor Damrangeat e con la Professoressa Augereau da cui scaturisce un lavoro che si nasconde dietro studi e ricerche triti e ritriti Siamo davvero stupite dall’impegno infuso per squalificare una studiosa non universitaria, cosa tra l’altro già evidenziata da Alessandra De Nardis (vedi qui il suo articolo https://www.preistoriainitalia.it/2026/07/30/quando-il-confronto-smette-di-riguardare-le-idee/),
Ci siamo abituate, succede ogni qualvolta si coglie nel centro o si mette un dito nella piaga…

Nel 2008 nasceva in Francia il collettivo femminista La Barbe con lo scopo di denunciare la presenza solo maschile nel mondo della cultura. Le azioni consistono in apparizioni di ragazze con barbe posticce che interrompono conferenze e dibattiti tutti al maschile, mentre una di loro legge un proclama irriverente che evidenzia come i nomi dei sapienti siano tutti nomi di uomini.
“La Barbe” significa la barba ma anche Che noia!, un significato che corrisponde di più al nostro sentire al cospetto dei luminari accademici conservatori e patriarcali.
Risposta di Heide Goettner-Abendroth a Christophe Darmangeat
Christophe Darmangeat ha scritto una recensione critica (https://www.lahuttedesclasses.net/2026/02/heide-goettner-abendroth-et-la-pseudo.html) di 66 pagine dei miei due libri tradotti in francese e pubblicati da “DesFemmes.AntoinetteFouque” a Parigi: Matriarchal Societies. Studies on Indigenous Cultures across the Globe eMatriarchal Societies of the Past and the Rise of Patriarchy in West Asia and Europe (Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondoe Società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato in Europa e Asia occidentale).
Lo scopo della sua recensione è chiaro: sminuire il mio lavoro a qualsiasi costo e, per farlo, usa generalmente un tono derisorio e un vocabolario dispregiativo e velenoso. Quindi il suo scritto non è una recensione ma una pesante satira. Lo si può notare dall’inizio e alla fine. Nella fattispecie sottolinea che io mi definisco autonomamente “sacerdotessa”, quindi ne risulta che il mio lavoro è un misto di argomentazioni e credo religioso. Ma questo è un ragionamento circolare: afferma all’inizio cosa vuole ottenere come risultato finale, e cioè che “il matriarcato” è una questione di fede!
Oltre ad essere una filosofa della scienza e una studiosa, faccio anche pratiche spirituali. La spiritualità che seguo è legata alla terra, solo la vita e il mondo che esiste ne costituiscono il contenuto, nessun dio trascendente e nessun’altra divinità inventata. Ma perché non mi è permesso farlo? Molti scienziati credono in una religione o nell’altra, anche con divinità trascendenti e infallibili, ma poiché non fanno ricerche su società matriarcali, questo non è un problema – invece lo sarebbe solo per me. E solo nell’Europa patriarcale è proibito fare entrambe le cose, mentre negli Stati Uniti e altrove, dove ho insegnato nelle università, ho incontrato professori che sono allo stesso tempo guide o perlomeno attivi in questioni religiose, senza che questo danneggi la loro reputazione. Ma in Europa devi vivere in una scatola rigorosamente definita e non ti è permesso trasgredirne i confini.
Seguono le risposte di Goettner-Abendroth punto per punto
1. Come ho trovato la mia nuova definizione di “matriarcato”? Secondo Christophe Darmangeat per pura fantasia – la fa alquanto facile. Invece la realtà è che ho studiato tutte le cosiddette società “matrilineari”, cioè basate sulla linea materna per oltre un decennio per scoprire le loro caratteristiche comuni. Le etnologhe critiche hanno già dimostrato che questa „matrilinearità“ non è affatto solo una linea di parentela, ma struttura l’intera società sotto l’aspetto economico, politico e spirituale; un fatto questo che raramente viene preso in considerazione nell’etnologia tradizionale. Inoltre, ho osservato che esistono due tipi di società „matrilineari“: in alcune di esse, l’economia è nelle mani degli uomini in quanto proprietari mentre in altre l’economia è nelle mani delle donne in quanto custodi. In quest’ultimo caso, la posizione delle donne è così forte che le chiamo “matriarcati” – una distinzione che non è mai stata fatta in etnologia. Ed è un vero peccato, perché la struttura generale di questi due tipi di società “matrilineare” è molto diversa.
Come se non bastasse, sono in costante contatto con studiosi e studiose di quest’ultimo tipo di società: leggo i loro libri e discuto con loro, con amiche e amici delle società matriarcali di tutto il mondo. Christophe Darmangeat sembra non sapere nulla di questi studiosi indigeni, che confermano ampiamente quanto ho scoperto. Preferisce rimanere saldo sulla sua prospettiva eurocentrica. E non ha mai sentito che i popoli irochesi (un tempo cinque grandi tribù con migliaia di membri) e i Minangkabau di Sumatra (6 milioni) definiscono esplicitamente la loro società come “matriarcato”, e lo fanno ancora oggi.
Con questo termine intendono che le loro società sono fondamentalmente egualitarie, guidate dalle madri dei clan, prendono ogni decisione tramite il consenso e sono economicamente ben equilibrate. Si basano su valori materni, che valgono per tutti, madri e non madri, donne e uomini: la cura, l’educazione, la perfetta reciprocità, un forte senso di comunità, un’economia del dono, la risoluzione dei conflitti attraverso la negoziazione, il mantenimento della pace.
Gestiscono la politica attraverso un sistema di consigli, con compiti politici equamente condivisi da entrambi i sessi, il che significa auto-organizzazione dal basso, senza governanti, padroni e capi di alcun tipo. Risultato: le società sono libere dal dominio. Queste sono le loro caratteristiche complessive che ho potuto scoprire e formulare nella mia definizione.
2. Christophe Darmangeat ridicolizza la mia traduzione di “matriarcato” (matri-arché in greco), che si intende come “all’inizio le Madri”, sostenendo che sia sbagliata. Ma avrebbe potuto consultare un semplice dizionario greco per trovare questi due significati di arché: dominazione e inizio (ho studiato il greco antico). Le madri sono sicuramente all’inizio di ogni vita individuale e anche all’inizio della cultura. Non appena gli uomini affermarono di essere loro, i “Padri all’inizio”, è partito il disastro ideologico e politico patriarcale, come si può vedere nel mito di Zeus che dà alla luce Atena dalla sua testa e Dioniso dalla sua coscia– e altre assurde affermazioni patriarcali.
Christophe Darmangeat insiste invece sulla vecchia, obsoleta e fortemente faziosa definizione che “matriarcato” significhi “governo delle donne o delle madri”, che non è affatto una definizione, bensì un pregiudizio. Ma questo pregiudizio non è un peccato d‘ingenuità, viene usato come arma per impedire la ricerca su questo tipo speciale di società, quelle matriarcali, che è proibita! Se la fai, vieni ridicolizzata/o, mortificata, diffamata ecc., e tutto ciò che si può vedere nella pesante satira di Christophe Darmangeat.
3. Christophe Darmangeat sembra non avere idea di come si sviluppano le nuove definizioni scientifiche. È prassi usuale che le ridefinizioni filosofiche e scientifiche si riferiscano principalmente a parole ben note, ridelineandole partendo da un’ampia base empirica. Nel corso del processo, le parole assumono spesso un significato nuovo, più chiaro e più ampio. Dopodiché gli studiosi possono lavorarci come strumenti intellettuali, senza però perdere il contatto con la lingua del popolo. Quindi, anche il linguaggio quotidiano è influenzato dalle attività di ridefinizione delle studiose e degli studiosi. Questo è proprio quello che ho fatto con il termine “matriarcato”.Tuttavia, Christophe Darmangeat respinge la nuova definizione, basata sulla mia lunga ricerca e preferisce continuare alla vecchia maniera. Sostiene che la mia definizione sia puramente “semantica”, come se non corrispondesse a nulla. Ma se vuole rimanere ignorante, è un problema suo e non mio.
4. Perché è vietato ridefinire “il matriarcato”? Questa ricerca e la sua ridefinizione portano alla luce un modello e uno stile di vita completamente diverso rispetto a quello patriarcale. Ciò è considerato pericoloso per le persone che sono profondamente radicate nel mondo patriarcale e che lì hanno grandi vantaggi, il che è tipico di molti e molte del mondo accademico. Le università sono la roccaforte della visione patriarcale del mondo. Ogni idea e ricerca dissidente che minacci questa visione del mondo viene respinta, perché è in quegli ambiti che la maggior parte delle persone si guadagna la poltrona, difendendo e promuovendo il paradigma patriarcale. Questo significa che gran parte della loro ricerca è profondamente influenzata dall’ideologia patriarcale. La principale affermazione di questa ideologia è che il patriarcato sia stato universale ed eterno. Ciò non è affatto dimostrato, ma è sostenuto a tutti i costi, anche se interpretazioni distorte dei fatti contraddicono questa fantasiosa affermazione.
5. Lo si può vedere dal modo in cui Christophe Darmangeat (e i suoi colleghi) trattano la letteratura accademica che non soddisfa la loro visione del mondo. Ignorano le fonti che ho fornito (vedi i miei libri) e sostengono che sono io a inventare i miei risultati –per forza, queste fonti sono critiche e le studiose/i sono poche. Chi le fornisce è etichettata/o come “marginale” o “obsoleto” oppure viene “scartato” – ma da chi? È ovvio, dai baroni universitari accademici patriarcali, a partire dagli Stati Uniti fino in Europa, che mettono all’opera liberamente il loro atteggiamento scientifico “imperialista” visto che non sono soggetti ad alcun dovere di decolonizzare le loro teorie e metodologie. E perchè “obsoleto”? Molto spesso queste fonti più antiche riportano dati provenienti da società matriarcali che sono state successivamente distrutte dal colonialismo e poi oscurate dalle tendenze del moderno mondo accademico. “Marginale?” – ma per favore, ai margini di chi, di che cosa? Certo, queste fonti sono state volutamente rese marginali dal mondo accademico, perché i loro risultati non rientrano nell’ideologia patriarcale.
6. Christophe Darmangeat critica pesantemente e in modo dispregiativo i miei studi di etnologia. Ovviamente non capisce che non faccio il lavoro di un etnologo che descrive tutti i piccoli dettagli e le curiosità di una specifica società, addentrandosi sempre di più nei particolari. Il mio è un lavoro teorico sull’etnologia, alla ricerca della struttura profonda delle società matriarcali, cioè delle caratteristiche che tutte hanno in comune. Nella filosofia della scienza queste sono chiamate “caratteristiche necessarie” e costituiscono il nucleo della mia definizione, cioè devono essere soddisfatte se vogliamo parlare di una società tanto speciale da essere “matriarcale”. Questo è il risultato della mia ricerca euristica decennale e non la precondizione. Ma esistono anche le “caratteristiche sufficienti” (termine tratto sempre dalla filosofia della scienza), che presentano cioè una coesione logica con le caratteristiche necessarie, ma non devono essere soddisfatte. Con esse si possono rappresentare le specificità che differenziano le une dalle altre le varie società matriarcali. (Possono essere menzionate in ogni caso particolare, ma non vanno a costituirne la definizione.) La distinzione tra caratteristiche necessarie e sufficienti può essere scoperta solo attraverso un’intensa ricerca in un campo specifico. In questo modo si imposta una definizione scientifica e ciò significa utilizzare uno strumento intellettuale efficace e flessibile. Questo è stato il mio lavoro con “il matriarcato” e non una competizione con gli etnologi.
7. Christophe Darmangeat critica il fatto che io descrivo le società matriarcali come troppo belle, troppo pacifiche, ma non lo faccio. Invece di descrivere ogni conflitto o ogni usanza non proprio edificante, mi interessa sapere come risolvono i contrasti e superano le crisi, vale a dire quali sono i loro modelli di risoluzione dei conflitti. Questi modelli generali sono di mio interesse e non ogni particolare di cattivo comportamento di gruppi o individui matriarcali – che sicuramente non sono angeli, ma esseri umani. Tuttavia i modelli delle loro società, cioè la struttura profonda, sono molto migliori di quelli del patriarcato con la sua violenza strutturale contro le donne e gli altri popoli. Quindi, tutti i suoi elenchi dei miei “errori” in etnologia si collocano su un livello sbagliato (oltre a ignorare le fonti indigene), perché – ancora una volta – ho svolto un lavoro teorico in questo campo, che chiaramente si basa sul lavoro degli etnologi, ma non è ricerca etnologica in senso stretto.
8. Il Paleolitico. Un esempio preso dal Paleolitico mostra come funziona l’argomentazione odierna del mondo accademico: prendo una di queste idee grossolane secondo cui il patriarcato deve essere esistito fin dal Paleolitico, cioè per sempre. Il motivo a sostegno di questa affermazione è che gli uomini hanno sempre posseduto le armi. Ma questa è un’ipotesi assolutamente non dimostrata. Gli strumenti utilizzati dagli uomini erano attrezzi da caccia, non armi, e il loro primo obiettivo non era combattere le donne. Inoltre, anche le donne utilizzavano strumenti di pietra affilati per il loro lavoro – ma poi combattevano gli uomini con coltelli e punte taglienti?
Ma la moderna e arbitraria combinazione di uomini, armi e guerra a partire dal Paleolitico si adatta perfettamente alla visione patriarcale del mondo ed è una retroproiezione della situazione odierna. Qui non emerge alcuna definizione di “guerra”. La definizione di guerra è la seguente: uccisione organizzata e istituzionalizzata, basata su un esercito, quindi non tutti coloro che vengono alle mani sono già in “guerra”[1]. Questo tipo di conflitto non è dimostrato per il Paleolitico, e inserire “la guerra” in quest’epoca significa solo lanciare accuse. Un buon controesempio sono gli Irochesi matriarcali: l’interpretazione patriarcale sostiene che questa società non era egualitaria, perché le donne prevalevano sugli uomini usando il loro potere economico (effettivamente l’economia agricola era nelle mani delle donne). Eppure gli uomini avevano le armi ed erano forti combattenti! E allora che fine ha fatto il patriarcato che ha come base uomini armati? Ecco dimostrato quanto questa argomentazione sia contraddittoria e illogica e insista sempre sul potere sugli altri. Sembra impossibile per la mentalità patriarcale pensare oltre le armi, la guerra e il dominio, e immaginare una società non gerarchica ed egualitaria.
9. Altro argomento preferito: i cosiddetti molti “massacri” avvenuti durante il Paleolitico, basati sul ritrovamento di cimiteri con molte inumazioni. Nelle centinaia di migliaia di anni degli albori non ci furono molti “massacri” (non se ne possono identificare con certezza più di tre o quattro). Come se non bastasse è stato dimostrato da ricerche antropologiche dettagliate sui resti scheletrici che questi “massacri” erano dovuti a ferite naturali o malattie, e la maggior parte dei “luoghi del massacro” avevano avuto la funzione di cimiteri comuni con sepolture collettive per un lungo periodo di tempo. Ho menzionato dettagliatamente la fonte, un professore universitario tedesco[2], ma ovviamente Christophe Darmangeat non l’ha letta, perché la fonte doveva essere “marginale”. Per dirla chiaramente: non si adattava alla sua visione patriarcale della storia. La mia intenzione principale rispetto al Paleolitico era quella di portare alla luce l’importante ruolo delle donne (sulla base di fonti che Christophe Darmangeat ignora), un ruolo notoriamente trascurato, come se le donne fossero serve subordinate degli uomini fin da quell’epoca!
10. Il Neolitico. Secondo le mie ricerche fu l’epoca di sviluppo delle società matriarcali classiche del passato. Tutte le e gli studiosi lo testimoniano, ma non rientrando nella visione patriarcale del mondo, vengono ignorati: Marie Koenig, Marija Gimbutas, James Mellaart e altri. Christophe Darmangeat, invece, fa affidamento al popolo da lui scelto, che condivide le sue idee sul Neolitico, e lo fa in modo molto selettivo, evitando tutti gli altri. Ovviamente a lui è permesso farlo, ma sono io a essere accusata di aver condotto lo stesso procedimento selettivo. In nessun modo faccio lo stesso, conosco molto bene le sue fonti principali e, inoltre, conosco anche le fonti critiche, quelle che lui evita di buon grado di conoscere. Ciò dimostra che qui si tratta di ideologia e non di scienza. Ecco alcuni esempi delle sue argomentazioni: menziona il recente punto di vista su Çatal Höyük (città neolitica in Turchia), secondo cui le grandi figure femminili in rilievo con braccia e gambe alzate durante il parto, che ricoprivano le pareti di molte stanze, sono ora interpretate come “orsi”. Il motivo? È stata trovata una minuscola orsa con la stessa postura. Ma mi chiedo perché mai una piccola orsa femmina non dovrebbe partorire? Allora, d’ora in poi tutte le enormi figure femminili a causa del piccolo orso saranno orsi? Non c’è alcun segno di logica in questa argomentazione, è semplicemente scandalosa. Dimostra solo quanto gli studiosi influenzati dal patriarcato detestino la capacità di partorire delle donne: forse date le dimensioni delle figure nelle stanze sacrali – potrebbero essere state considerate dee dagli abitanti di Çatal Höyük? Ciò che è accaduto in una Turchia fortemente patriarcale è stato adottato con entusiasmo dal mondo accademico patriarcale europeo e statunitense. Ho discusso a lungo contro questa nuova ipotesi e ho fornito prove attraverso altre immagini nel mio libro[3]. Ma forse Christophe Darmangeat non l’ha letto, anzi mi accusa addirittura di non essere a conoscenza del ritrovamento della minuscola orsa femmina!
Un altro punto di vista su Çatal Höyük: l’attuale capo-archeologo Ian Hodder ha dimostrato con metodi dettagliati, tra cui le pari dimensioni delle case e la parità nella cultura funeraria, che la vita in questa città neolitica era egualitaria tra donne e uomini, ma conclude che non si trattava di un “matriarcato”. Sicuramente no, se opera con il vecchio pregiudizio del “governo delle donne” invece che con la nuova definizione, seguendo la quale ha dimostrato perfettamente che questa città era un matriarcato. Christophe Darmangeat sostiene sorprendentemente che le pari dimensioni delle case e l’uguaglianza nelle sepolture non possono provare nulla. Contraddice l’argomentazione di Hodder? Nient’affatto, solo a me non è permesso argomentare allo stesso modo.
11. Un esempio dell’Età del bronzo. Christophe Darmangeat, seguendo il suo desiderio di condannare tutte le mie argomentazioni, lo fa anche riguardo all’alta cultura bronzea della Creta minoica, ma perché? Cito il lavoro di una collega[4], che ha utilizzato efficacemente la mia definizione di “matriarcato” per gettare nuova luce su una questione che è stata trattata in modo molto confuso dall’archeologia tradizionale. Certo, se usi la vecchia idea di “governo delle donne” per descrivere questa bellissima cultura, finirai per non capirla mai. Alla luce della nuova definizione, i modelli di questa complesa società potrebbero essere visti come fondamentalmente egualitari, cioè equilibrati tra i sessi per quanto riguarda economia, politica e cultura religiosa. Quindi, la Creta minoica è stata una cultura matriarcale dell’Età del bronzo. La mia collega fornisce argomentazioni dettagliate su ciascun punto basandosi sulle ultime ricerche sul tema, ma Christophe Darmangeat non ha mai dato un’occhiata a questo lavoro perché non vuole sapere. Mi accusa addirittura di seguire una tesi in auge nella Germania nazista, visto che sostengo che la prima scrittura fu inventata nell’Europa neolitica. Ma io questo non l’ho mai detto. È l’idea di Gimbutas’ sull’”Antica Europa”, che ho criticato nel mio libro, perché secondo la mia ricerca, la prima scrittura è stata inventata nell’Asia occidentale[5]. Christophe Darmangeat non l’ha letto né notato, ma lancia il suo discorso venefico contro di me – in linea con il tono della sua “recensione”.
12. Potrei continuare all’infinito elencando le sgradevolezze di questo professore universitario, ma non voglio farlo. Sottolineo solo un punto: la sua argomentazione migliore è che non ho un posto all’università! Questa è una confutazione “ad personam”, ed è offensiva. La verità è che avevo un incarico all’Università di Monaco (e sono stata visiting professor nelle Università di Montréal/Canada e Innsbruck/Austria), ma me ne sono andata dopo dieci anni di insegnamento per delle buone ragioni. Non esiste nessun ponte tra la visione patriarcale del mondo, compresa quella di Christophe Darmangeat, e la mia, il che irrita il mondo accademico del “che tutto rimanga invariato”. È il divario tra due paradigmi completamente diversi, quello patriarcale e quello matriarcale. Così ho preso la decisione necessaria e me ne sono andata di mia spontanea volontà, perché non volevo più prestar servizio in un simile contesto dell’istituzione. Ho fondato un’accademia indipendente per la ricerca e l’insegnamento di alto livello sulle società matriarcali. Il motivo è chiaro: un nuovo paradigma emergente, quello matriarcale, non si adatterà mai alla visione di quello vecchio e non sarà mai accettato dalle istituzioni che lo custodiscono. Ma non è necessario che venga accettato in questi contesti, poiché il vecchio paradigma e le sue roccaforti non sono la misura di tutte le cose, e oggi si fa molta buona ricerca al di fuori del mondo accademico. Un nuovo paradigma, come quello matriarcale, formula una prospettiva completamente nuova e coerente e può dare molte più spiegazioni del vecchio paradigma: risolve gli enigmi e le contraddizioni che vi permangono e porta alla luce i suoi punti oscuri. Pertanto si farà strada. È interessante notare che un nuovo paradigma nasce sempre dall’esterno, non dall’interno delle istituzioni di quello vecchio.
Viene da coloro che non hanno i vantaggi dei padroni di quello vecchio (che difenderanno sempre le loro poltrone, i loro privilegi, la loro ricchezza ecc.), in questo caso le donne e le madri, i popoli indigeni, le persone emarginate e represse, donne e uomini che pensano e lavorano in contesti alternativi. Il filosofo della scienza Thomas S. Kuhn ha analizzato e descritto lo sviluppo di nuovi paradigmi nel suo famoso libro Handbuch der Kulturanthropologie[6], e afferma che a lungo termine il nuovo paradigma vincerà. È molto interessante quali ragioni abbia addotto!

13. Un ultimo sguardo alla tesi conclusiva di Christophe Darmangeat e dei suoi sostenitori accademici, uomini e donne. Il professore sostiene che le donne non avranno bisogno di un “passato inventato” per emanciparsi dal patriarcato. Ho sentito spesso questo slogan erroneo e noioso. In primo luogo, il passato delle culture che sono state create principalmente dalle donne, non è “inventato”. In secondo luogo, nessuno senza una storia, cioè senza radici, può conquistare una propria identità e di conseguenza un futuro di libertà. E poi perché le donne dovrebbero voler sconfiggere il patriarcato se davvero è onnipresente ed eterno? Opporsi non avrebbe più senso per loro. Se questa fosse la verità, potrebbero solo accettare il patriarcato come destino, oppure potrebbero adattarvisi e replicare modelli e comportamenti patriarcali. Molte di loro continuano a farlo ancora oggi, non avendo altra identità se non quella a cui sono state indottrinate dal patriarcato. Ma se sapessero che le donne, le madri hanno creato una cultura e uno stile di vita completamente diversi, molto più affermativi della vita rispetto al risultato sociale dei padri conquistatori e bellicosi, e che questo modello diverso esiste ancora oggi, nonostante le sue carenze (dovute principalmente alle pressioni coloniali), ciò avrebbe molto senso per loro. E non solo per le donne, ma anche per quegli uomini che non sono più interessati al potere, al dominio, alle gerarchie statali o sociali, alla guerra, alla violenza e a tutte le menzogne che ne conseguono. Perché il paradigma matriarcale non è solo per le donne, è per tutti coloro che hanno una mente aperta, poiché è un modello di società totalmente diverso nel passato e nel presente rispetto a quello patriarcale.
Heide Goettner-Abendroth, luglio 2026
Nota delle traduttrici: al momento delle nostra pubblicazione della traduzione, il testo in lingua francese non risulta ancora pubblicato – seguirà aggiornamento.
[1] Vedi l’esatta distinzione tra “guerra” e „faida“ in Frank R. Vivelo, Handbuch der Kulturanthropologie. Eine grundlegende Einführung, Klett-Cotta / DTV, Monaco 1988, p. 19.
[2] Heidi Peter-Röcher, in Le società matriarcali del passato, op. cit., pp. 52-53, note 30-33.
[3] Vedi Le società matriarcali del passato, op. cit., pp. 181-184.
[4] Joan Marie Cichon, in Le società matriarcali del passato, op. cit., pp. 438, nota 33; 443, nota 40; 452, nota 56; 453, nota 59.
[5] Vedi Le società matriarcali del passato, op. cit., p. 280.
[6] Thomas S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962), Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2009.


La mia impressione è che, più ancora dell’Autrice Heide Goettner Abendroth, l’obiettivo degli attacchi come quello esibito con quel libello francese siano le molte persone che la ascoltano, o che la seguono, che la considerano una testimone di conoscenza o che traggono piacere dal leggere i suoi libri.
Ovviamente è quasi impossibile oggi resistere alla provocazione di chi ti accusa di non-scientificità. E qui tuttavia si può annidare la trappola, una trappola da cui alla fine non è scontato che si esca e, sempre che si riesca a uscirne, non sarà indolore: la scienza oggi ha preso il posto che aveva una volta la religione.
Ormai dire oggi che qualche affermazione ‘non è scientifica’ o che – aiuto! – “è fare pseudoscienza” è pesante pressapoco come un tempo lo era accusare qualcuno di eresia o di stregoneria. Questo porta le persone accusate a sentire di dover in un modo o nell’altro difendersi, scagionarsi, ed è così che si finisce per accettare – spesso senza renderse bene conto – di infilarsi in una logica che conduce nella direzione esattamente opposta a quella verso cui era orientata la propria azione, la propria ricerca spirituale, intellettuale.
Una ricerca in cui intervengono spesso fattori inammissibili per i canoni scientifici autorizzati.
Ora, il piacere che guida un certo numero di persone a leggere i libri e seguire il lavoro di HGA parte quasi sempre da un’esigenza profonda, non dall’interesse di realizzare punteggi accademici o belle tesi di laurea o cose del genere. Tale esigenza profonda è quella della ricerca di risposte alle domande che oggi le persone sensibili si pongono di fronte ai fatti del mondo e alla piega che stanno prendendo le relazioni a livello sia personale che collettivo, sia familiare che mondiale. Le guerre. Vivere in un tempo in cui la guerra è diventata il paradigma di tutte le relazioni. Adattarsi a un’epoca in cui ogni dimensione della nostra vita viene ‘macchinizzata’.
Queste e altre condizioni suscitano domande nelle persone che accettano … di porsi domande . E le domande cercano risposte, che ogni persona va a trovare dove preferisce, finché può.
Ma oggigiorno abbiamo a che fare con domande talmente complesse, con domande talmente difficili a cui rispondere, che o si rinuncia totalmente a porsele e si prosegue come se nulla fosse, ma sotto sotto angosciate davanti all’abisso che inesorabilmente si prospetta in fondo alla strada che la civiltà sta percorrendo; oppure si cercano risposte che sappiano farci alzare gli occhi verso un orizzonte più ampio di quello ‘approvato’, ‘consentito’, ‘allineato’ alle medesime linee-guida che hanno tracciato gli stretti argini entro cui è lecito pensare, e persino il traguardo nell’abisso. E quegli argini oggi sono, come dicevo all’inizio, i confini della ‘scientificità’, cioè di un particolare tipo di fede. Anche le scienze, esatte, dure, molli, sociali che siano, sono tutte un credere. (Non per niente chi vuole veramente curarsi perché sta male, pensa alla medicina, che in verità di per sé non è una scienza, bensì un’arte.)
Infatti la scienza ha nominato tutto col proprio esclusivo linguaggio e su quelle basi esclusive ha costruito il mondo in cui tutti quanti noi dobbiamo adattarci, ma in cui qualcuno si pone domande, come quella difficile sul paradigma della guerra; cioè è la scienza che col suo linguaggio ha tracciato essa stessa i confini delle domande e delle risposte lecite e possibili. Essa rivela di volta in volta quanto precarie e instabili e in definitiva ‘a scadenza’ debbano essere le sue verità, ritenendosi di rango superiore al pensiero, alla filosofia. Sappiamo che molto di ciò che ‘prima’ era stato considerato scientifico, ‘dopo’ non lo è più. Essa non rivela invece quanto c’è anche in se stessa di propriamente filosofico, e in base a quale tipo di spiritualità abbia installato i propri fondamenti. A monte del pensiero non c’è la scienza; però a monte della scienza c’è sempre un certo pensiero, una filosofia; nello slancio di porsi al di là dei dogmi, il suo pensiero-dogma è che non esista né sia mai possibile che esista una verità definitiva.
Chi si pone, spesso con angoscia, le domande fondamentali sul tempo che stiamo vivendo, ha bisogno di un’altra ampiezza di vedute, non di risposte già gravate dal pregiudizio che non esista in nessun caso un terreno solido su cui poter fondare basi sicure, e che il terreno solido di oggi domani si sgretolerà sotto i nostri piedi.
E qui mi ricongiungo al tema del lavoro di HGA, e degli attacchi subiti: HGA non è un’antropologa, non è un’archeologa, non è una etnologa, HGA è una filosofa.
È una pensatrice. E per giunta il suo pensiero non è stato delegato a una macchina – come oggi spesso si fa.
La sua opera è fare filosofia, e non ha bisogno di farsi intrappolare dal percorso obbligato e scontato della ‘scientificità’ determinata da un’autorità di rango superiore; ed è proprio questo che attrae e interessa tante persone che si pongono domande non banali, o fuori dai limiti consentiti. O addirittura che vanno in cerca dell’ignoto!
I detrattori di HGA vedono il fiume che esonda; ma poche persone vedono gli argini esagerati che lo costringono. Anzi, molti si sforzano di alzare ancor più i muri di contenimento.
Quello che non hanno capito i detrattori che a causa di argini di contenimento esagerati sprecano tempo ad attaccare HGA, è che i suoi scritti non aspirano a far da pretesti per innescare duelli polemici; al contrario, sono inviti. Offrono – per dirlo nel loro linguaggio – delle ‘ipotesi di ricerca’ su cui proseguire a porsi domande e indagare, un orizzonte nuovo da andare a esplorare, per vedere “cosa c’è dietro la collina”.
Quindi gli economisti riduzionisti e gli amanti della guerra in quanto moderno modello universale delle relazioni si buttino pure – per compiacere il dottor Stranamore – a cavalcioni della bomba atomica verso il loro miraggio di annientamento. Chi vuole continuare a star fuori da questo modello invece può farlo, e sarà nella volontà di vederci chiaro e nel pensiero non ‘autorizzato’, aperto all’ignoto, anche all’inspiegabile (come ad esempio l’epoca della storia che non ha lasciato tracce scritte) che continuerà – se vorrà – ad aprire nuovi sentieri e a scavallare per colline inesplorate.
Gli scritti di HGA continueranno a suscitare suggestioni e spunti di esplorazione in chi vuole veramente accostarsi a ciò che quella forma di sapienza chiamata scienza non vuole vedere, o forse ha bisogno di non trovare.