L’alba di tutto? Una nuova storia dell’umanità?

Giu 1, 2026 | Libri e … | 0 commenti

Heide Goettner-Abendroth mette qualche altro puntino sulla I nelle narrazioni sul nostro passato. Non prendiamo per oro colato quello che ci propone la stampa generalista

Traduzione della recensione del libro L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità di David Graeber e David Wengrow, scritta da Heide Goettner-Abendroth e pubblicata su Return to Mago E-Magazine (RTME) il 27 febbraio 2023

Un grande titolo per un grande libro; l’intera storia dell’umanità in un unico volume! Ciò suscita curiosità, soprattutto perché i due autori sono esperti nei rispettivi campi: Graeber è un antropologo e Wengrow un archeologo. Per questo motivo, quindi, gli elogi della stampa generalista non si sono fatti attendere. Questo libro, tuttavia, merita anche una valutazione critica.
Ciò che lo rende prezioso non è solo la competenza dei due autori, che vi hanno inserito le ultime scoperte archeologiche, ma anche il fatto che fondamentalmente viene dimostrato che le società egualitarie costituiscono la stragrande maggioranza della storia umana e non di rado si sono ricostituite, staccandosi da società basate sul dominio. Gli autori contraddicono quindi l’idea che le società egualitarie e le democrazie siano rare eccezioni in una storia caratterizzata da regni, imperi e Stati repressivi. Confutano l’assunto che il dominio sia sempre esistito ovunque e faccia parte, per così dire, della “natura umana”. Questa visione di una storia infinita scritta dai vincitori viene ribaltata dal loro lavoro, e questa è una buona cosa! Infatti, se fosse sempre esistita una forma di dominio dall’alto verso il basso, non avrebbe senso ribellarsi – cosa che è nell’interesse di chi rappresenta la storia dei vincitori.
Se si segue questa fede nella “storia dei vincitori”, i popoli indigeni e le donne nel loro insieme cadono nel dimenticatoio. È quindi affascinante leggere come gli autori ribaltino la visione e mettano al centro la saggezza dei popoli indigeni, prendendo come esempio la critica politica degli Irochesi contro i bianchi europei e la loro società caratterizzata da egoismo, competizione e proprietà privata, mancanza di libertà individuale e violenza arbitraria. Gli autori sottolineano inoltre quanto la costituzione egualitaria della Lega delle Cinque Nazioni, o Confederazione Haudenosaunee, abbia influenzato la costituzione dei Padri Fondatori americani e, in seguito, la Rivoluzione francese, un fatto che viene fin troppo facilmente negato dagli americani bianchi e dagli europei. Altrettanto rivelatrice è la descrizione da parte dei due autori di come le critiche dei popoli indigeni siano state accolte e contrastate dall’élite europea. Dopo averli degradati allo status di “nobili selvaggi”, furono inventate teorie sullo sviluppo unilineare della storia (“teorie degli stadi storici”) in cui, ad esempio, lo stadio inferiore, quello della “barbarie” venne attribuito al loro ordine sociale mentre solo il modello occidentale era asceso al livello di “civiltà”. Le teorie degli stadi della storia costituivano l’ideologia intellettuale utilizzata in epoca coloniale per giustificare la conquista di altri popoli e la distruzione delle loro culture, con ripercussioni evidenti ancora oggi. Includendo con determinazione la prospettiva indigena, gli autori mettono in discussione la narrazione dei vincitori euro-americani e ne smascherano l’arroganza poco illuminata.

Ma che dire dell’inclusione della prospettive delle donne? Anche loro sono generalmente vittime della storia dei vincitori perché semplicemente non vi compaiono. Sebbene siano ben lungi dall’essere un gruppo marginale, visto che costituiscono la metà dell’umanità, in questa “nuova storia umana” non solo compaiono sporadicamente, ma anche in un contesto non pertinente. Beh, almeno compaiono, cosa che distingue questa “nuova storia” da altre, scritte da uomini. La loro importanza, però, non viene colta, come se nel corso di millenni di storia umana non avessero realizzato nulla che meritasse una menzione dettagliata e, soprattutto, un’inclusione sistematica. Questa “nuova” storia è stranamente incompleta quando si tratta delle attività e delle invenzioni femminili e del ruolo che le donne hanno avuto nella formazione degli ordini sociali. Eppure è proprio la condizione delle donne, la loro libertà o la mancanza di essa, a riflettere lo stato di una società nel suo complesso.

L’importanza delle donne nella storia dell’umanità è una delle questioni scottanti che vorremmo approfondire.
L’altra questione impellente è: da dove proviene l’aspirazione dell’umanità all’uguaglianza e alla felicità? Con «uguaglianza» non intendo l’egualitarismo o l’uguaglianza formale, ma la consapevolezza che ogni individuo ha lo stesso valore, nonostante le innumerevoli differenze tra le persone. Quando ogni singolo individuo ha lo stesso valore, gli vengono riconosciute dignità personale e libertà di scelta nell’agire insieme agli altri. Questa aspirazione è profondamente radicata negli esseri umani, ma da dove ha origine? In questo libro non impariamo nulla al riguardo, se non che la nozione di uno stato originario di uguaglianza nella storia umana viene respinta come un retaggio delle vecchie teorie degli stadi storici. Ma la domanda rimane: perché gli esseri umani lottano così strenuamente per la felicità e l’uguaglianza, e come sono riusciti a vivere vite egualitarie in periodi storici così lunghi e diversi? Tutto ciò sembra contraddittorio, e ha a che fare con il fatto che l’importanza fondamentale delle donne e delle madri non figura in questa ricerca. Di conseguenza, nonostante l’onesto tentativo di equilibrio da parte degli autori, l’opera rimane orientata verso il maschile e quindi limitata.

Per quanto riguarda l’importanza fondamentale delle donne e delle madri nell’umanizzazione dell’Homo sapiens, ci limiteremo a fare un breve riferimento al lavoro di Sarah Blaffer Hrdy, la quale ha dimostrato che sono proprio la cura, l’attenzione e la capacità di empatia delle madri a distinguere la specie umana dal mondo animale. Queste facoltà sono state trasmesse all’intera comunità poiché altre donne e anche gli uomini hanno adottato questo atteggiamento materno originario e l’empatia verso le persone e altri esseri viventi, facendoli diventare tratti caratteristici della specie umana. I bambini nelle società indigene crescevano, e continuano a farlo oggi, in un ambiente di cura diffusa ed empatia in grado di renderli consapevoli del loro valore personale, indipendentemente da quanto siano diversi l’uno dall’altro. Ciò significa che, fin dall’inizio, sperimentano l’uguaglianza come un valore e ne traggono sentimenti di felicità. L’infanzia è dunque all’origine di questa ricerca di felicità e uguaglianza e, nella storia dell’umanità, il merito è stato delle madri e dei loro valori materni. Come d’altronde è ancora oggi il caso, visto che individualmente ogni madre ha lo stesso atteggiamento nei confronti dei propri figli e dei loro bisogni. Perché senza questa disposizione nessun bambino crescerebbe sano o, addirittura, sopravvivrebbe.
Questo fatto fondamentale, ovvero che il comportamento e i valori materni sono stati estremamente importanti per ogni individuo e per l’umanità nel suo insieme, non viene colto dagli autori. Ma è difficile biasimarli per questo: la cecità di fronte all’enorme significato della maternità, l’oppressione e il disprezzo delle madri e lo sfruttamento delle loro capacità fisiche, psichiche e sociali sono estremamente diffusi nelle odierne società occidentali patriarcali. Ciononostante, queste attitudini materne sono piuttosto cruciali nella storia dell’umanità. Dopotutto, nel normale rapporto madre-figlio abbiamo trovato l’origine della ricerca umana della felicità e dell’uguaglianza, nel senso che tutti gli individui hanno lo stesso valore. In più, questi concetti astratti diventano tangibili perché sono colmi di percezioni sensoriali che derivano dalle esperienze dell’infanzia.
Quando un’intera comunità adotta l’atteggiamento materno di cura ed empatia, come è evidentemente avvenuto nel processo di divenire umani, ciò significa anche il manifestarsi di un certo ordine sociale che nasce dalle capacità fisiche, psicologiche e sociali delle madri. Tale ordine si basa sui valori materni sopra menzionati, ai quali si aggiungono i valori associati di aiuto reciproco e mantenimento della pace, poiché senza questi presupposti un bambino non potrà crescere e diventare adulto. Vediamo quindi come da un fattore biologico, la maternità, è stato consapevolmente creato un modello sociale e culturale che rappresenta la straordinaria conquista spirituale dell’umanità primitiva, in particolare delle madri. Negli Studi Matriarcali moderni, questo ordine sociale è chiamato “matriarcato”, e non ha nulla a che vedere con il “dominio delle donne”, ma ha a che fare, in modo profondo, con la felicità e l’uguaglianza. Non è quindi una coincidenza che le poche società matriarcali che esistono ancora oggi posseggano questi valori e mostrino questa insistenza sull’uguaglianza. (Vedi Heide Goettner-Abendroth, Le societa matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia, Roma 2013).
Attenzione, non sto affatto affermando che, nel primo stadio del Paleolitico, gli esseri umani vivessero tutti in questo stato di felicità come cacciatori-raccoglitori e che il “matriarcato” fosse la condizione primitiva generale. Graeber e Wengrow utilizzano esempi antropologici per dimostrare nel dettaglio la grande diversità delle società di cacciatori-raccoglitori e concludono che, in questa lunga epoca iniziale, le persone non si limitarono a vivere in piccoli gruppi egualitari, ma intrapresero molti esperimenti sociali, producendo una grande varietà di forme politiche.
Questo assunto, pur essendo estremamente interessante, solleva due punti alquanto fastidiosi. In primo luogo, sebbene si sostenga la natura diversificata delle odierne società di cacciatori-raccoglitori, come è usuale in antropologia queste società vengono messe in fila come se non avessero una storia e poi proiettate a ritroso nel Paleolitico a sostegno dell’ipotesi. In secondo luogo, in questa presentazione non compare una sola società di cacciatori-raccoglitori matrilineare, come se la cosa fosse del tutto irrilevante. Eppure se ne incontrano spesso e prenderle in considerazione porterebbe a conclusioni ben diverse. Invece leggiamo degli Yanomami, i più bellicosi, e dei capi Tupi che praticano la poliginia, entrambe società del Sud America. Sentiamo parlare anche dei Kwakiutl e di altri popoli della costa nord-occidentale del Nord America, dove l’economia è nelle mani dei capi, il che porta a banchetti sontuosi per il prestigio e il dominio, nonché alla detenzione di schiavi. Si sente parlare anche dei cacciatori-raccoglitori della California, laboriosi ma avidi, determinati ad accumulare denaro. Vengono presentati i Nuer dell’Africa, dove la libertà delle donne finisce con il matrimonio perché vengono acquistate tramite un sistema di dote, il che significa che l’uguaglianza si applica solo agli uomini. Tutto questo ci suona molto familiare e difficilmente è matriarcale. Quindi, questa selezione, che dovrebbe riflettere le forme politiche delle società del Paleolitico, dove è illuminante? Si parla anche di forme sociali flessibili e stagionali, della costruzione e poi dello smantellamento delle gerarchie, per cui potremmo chiederci: cosa si intende qui per “gerarchia”? Se una tale forma può essere costruita e presto smantellata di nuovo, non si tratta di una gerarchia, ma indica piuttosto una leadership sporadica che va e viene a seconda di condizioni mutevoli: non rappresenta certo un cambiamento tra diverse forme di società.

Nelle società matriarcali egualitarie esistono diverse prove di questo tipo di leadership sporadica, il che indica la sua relativa insignificanza per la società.
Ma perché vengono tralasciate le ben note società di cacciatori-raccoglitori con discendenza in linea materna? Tali società sono i San (!Kung), gli Hadza e i Pigmei Mbuti, che praticano una vera uguaglianza, e cioè anche tra i sessi. Non voglio discutere in questa sede fino a che punto la linea materna si sia effettivamente sviluppata tra loro, ma vorrei sottolineare che mancano nella variopinta varietà di esempi antropologici del libro di Graeber e Wengrow. Né sembra essere stato compreso fino in fondo cosa significhi effettivamente la linea materna, quando pienamente sviluppata, in termini di organizzazione di una società. Essa corrisponde all’umanizzazione dell’Homo sapiens e indica chiaramente le primissime forme sociali incentrate sulla madre che in seguito si sono sviluppate in società matriarcali agrarie.
Non intendo con questo affermare che queste società matrilineari di cacciatori-raccoglitori rappresentino lo stato primitivo generale del Paleolitico. Tuttavia, una cosa salta all’occhio: questi popoli vivono ancora dove vivevano i loro antenati, ovvero nell’Africa meridionale e tropicale. Sebbene nel corso della loro lunga storia siano stati obbligati a spostarsi nella giungla e nel semi-deserto del Kalahari, sono comunque rimasti lì, in Africa, dove l’Homo sapiens, ovvero i primi esseri umani moderni, hanno avuto origine per poi diffondersi in tutto il pianeta. Sono anche considerati i popoli più antichi del mondo a causa delle peculiarità delle loro lingue.
Tutte le altre società di cacciatori-raccoglitori elencate dai due autori hanno da tempo smesso di vivere dove hanno avuto origine i primi esseri umani moderni. Ciò è significativo perché nel corso dei millenni i loro antenati, partendo dall’Africa, hanno migrato per lunghe distanze attraverso continenti e mari con i pericoli e le difficoltà che ne derivavano, quindi hanno una storia completamente diversa da quella dei San e dei Pigmei. Ma questi popoli sono allineati nella loro forma attuale come una colorata “processione carnevalesca” (Graeber e Wengrow), come se la storia delle loro lunghe migrazioni non esistesse. Eppure la loro storia turbolenta potrebbe averli alterati notevolmente e aver prodotto forme politiche a predominanza maschile che non corrispondono più alle loro prime forme sociali. Questi cambiamenti si estendono persino al presente.
Un esempio di tale cambiamento verso il dominio maschile da uno stato precedentemente egualitario è rappresentato dalle lunghe e pericolose migrazioni attraverso l’oceano, come si evince dall’insediamento pre-polinesiano e successivamente polinesiano del Pacifico. Non posso approfondire questo esempio qui, rimando quindi a Le società matriarcali, dove ho trattato per esteso l’argomento. Va da sé che tutte le società di cacciatori-raccoglitori al di fuori dell’Africa citate da Graeber e Wengrow hanno avuto ciascuna la propria storia, a volte drammatica, che le ha cambiate in modi particolari. Anche se è metodologicamente difficile ricostruire le loro vicissitudini caso per caso, questo è comunque un fatto che deve essere preso in considerazione, almeno ipoteticamente. Al di là che si tratta di una selezione parziale, non è quindi plausibile che gli esempi forniti da Graeber e Wengrow rappresentino tutti indiscriminatamente le forme sociali e politiche del Paleolitico solo perché sono di cacciatori-raccoglitori. Siamo di fronte piuttosto a una proiezione a ritroso verso il Paleolitico dal loro stato attuale.
Questo per quanto riguarda i miei commenti sulle ipotesi dei due autori in riferimento al Paleolitico. E le loro ipotesi sul Neolitico? Qui ci sono molti punti di accordo con gli  Studi Matriarcali moderni. In primo luogo, che questa nuova forma di economia sia stata un’invenzione delle donne, che ebbe conseguenze sociali di vasta portata, argomento che tuttavia i due autori non approfondiscono. In secondo luogo, anch’essi respingono l’idea, sulla base della mancanza di prove, che con l’agricoltura sia nata la proprietà privata e, di conseguenza, la disuguaglianza, le élite, il dominio e la guerra, cosa con cui gli studi matriarcali moderni concordano pienamente. Come Graeber e Wengrow riconosciamo, in accordo con le recenti scoperte archeologiche, che le società agrarie neolitiche erano prive di gerarchie ed élite, controllate invece da un complesso autogoverno che si estendeva alle grandi città neolitiche e dell’Età del bronzo di carattere matriarcale, e più recentemente alla cultura minoica di Creta. Come i due autori, negli Studi Matriarcali moderni non equipariamo le dimensioni delle città e la maggiore complessità delle società alla gerarchia. In altre parole, non c’è stato bisogno di élite, governanti o altri potentati che “progettassero” le città e sfruttassero la società (vedi Marija Gimbutas sulle culture danubiane, in La civiltà della dea). La correlazione tra dimensioni/complessità e la gerarchia è un argomento ricorrente per molti archeologi, ma non esistono prove a sostegno ed è un sollievo vedere che questo vecchio blocco mentale viene finalmente rimosso.
Per inciso, va notato che nella nuova storia di Graeber e Wengrow, che si concentra sulle forme politiche, gli ambiti della visione del mondo e della religione sono completamente assenti, sebbene siano estremamente importanti nelle varie forme di società incentrate sulla madre e matriarcali. Anzi, l’intero tema delle società egualitarie nella storia necessita di ulteriori ricerche. I matriarcati sono stati finora esclusi dalla ricerca generale sulle società egualitarie a causa dell’idea pregiudiziale del “dominio delle donne”. Eppure gli Studi Matriarcali moderni hanno dimostrato che queste società sono fondamentalmente egualitarie, specialmente per quanto riguarda il genere, grazie alla validità dei valori materni, il cui nucleo è l’uguaglianza di valore, sia in termini personali che sociali. Lo stesso non vale sempre per altre cosiddette società “egualitarie” in cui l’uguaglianza si applica solo tra gli uomini. Se questo legame tra la vera uguaglianza di entrambi i sessi e il matriarcato venisse finalmente compreso, allora non vedremmo solo esempi rari e disparati in qualche parte di queste società che erano e sono fortemente influenzate dalle donne, ma otterremmo soprattutto un quadro coerente con una valore di vasta portata. Ciò avrebbe numerose conseguenze perché rivelerebbe la loro importanza per gli ordini sociali successivi, che ne sono ancora fortemente influenzati nonostante la conquista e l’appropriazione. Questo vale in particolare per il matriarcato classico delle tribù della Lega delle Cinque Nazioni, la cui costituzione (come hanno sottolineato Graeber e Wengrow) ha fornito un’ispirazione duratura per la nascita della prima democrazia americana e delle successive democrazie europee.
Nel dire questo, non stiamo reintroducendo l’ipotesi vittoriana del matriarcato come “stato primordiale”, poiché questa non era altro che una speculazione romantica. Ci basiamo invece sui più recenti ritrovamenti archeologici, combinati con la conoscenza dettagliata della struttura e del funzionamento delle società matriarcali viventi fornita dai moderni Studi Matriarcali. Ciò porta a una prospettiva completamente nuova sulla storia e a nuove entusiasmanti possibilità di interpretazione, questa volta non viste attraverso una lente patriarcale unilaterale, ma messa a fuoco da due lati e in modo chiaro. Solo allora avremo una storia completa dell’umanità che non escluda l’altra metà né la tratti in modo marginale. (Vedi Heide Goettner-Abendroth, Le societa matriarcali del presente e la nascita del patriarcato. Asia occidentale e Europa, Mimesis, Milano 2023).

Infine, rimane la questione di come siamo “rimasti bloccati” dove siamo ora (come dicono i due autori), cioè bloccati nel patriarcato con le sue molteplici forme di violenza e oppressione quali classismo, razzismo, divisione in caste, proprietà privata, schiavitù delle donne, guerra e genocidio. La risposta di entrambi gli autori è che ciò è derivato dalla combinazione di cura e oppressione presente nella famiglia patriarcale nei confronti delle donne e degli “individui sradicati”, che in seguito si è estesa alle istituzioni sociali. Una risposta del genere, tuttavia, è altamente insoddisfacente. Sicuramente, abbiamo bisogno di una spiegazione su come sia nata la famiglia patriarcale, forse insinuandosi dal basso? Il fatto che la famiglia patriarcale sia un risultato piuttosto che una causa di questo sconvolgimento sociale rimane del tutto oscuro.
In definitiva, si tratta di spiegare in generale come siano sorte le forme di dominio, poiché le stabili società matriarcali che erano esistite per migliaia di anni potevano subire pressioni ed essere modificate solo attraverso questo processo. Secondo la nostra ricerca, tutto è stato innescato da interi popoli che sono stati sradicati da cambiamenti climatici su larga scala e di lunga durata, e ai quali è stato letteralmente “tolto il terreno da sotto i piedi”. Ciò ha impedito loro di tornare al loro vecchio stile di vita, motivo per cui perirono o sopravvissero grazie a nuove invenzioni. Emersero strategie di sopravvivenza che diedero origine al leader carismatico come “salvatore nel momento del bisogno”. A lui adesso venivano concessi volontariamente determinati privilegi, che gli permettevano di sviluppare nuove forme politiche egocentriche. In circostanze ecologicamente estreme che durarono per millenni, la posizione di questo capo carismatico si consolidò, il che portò gradualmente, passo dopo passo, alla formazione di alleanze e gerarchie maschili con tutti gli effetti che ricaddero sulle singole famiglie e sulla società nel suo complesso. I cambiamenti climatici portarono anche al movimento irreversibile di appropriazione delle terre per la sopravvivenza, con la conseguente comparsa di conquiste e sottomissioni sistematiche. In altre parole, questo sconvolgimento millenario ha coinvolto moltissime persone, ovvero intere società, ed è stato geograficamente molto più esteso della semplice comparsa di nuclei familiari patriarcali. (Vedi Heide Goettner-Abendroth: Le societa matriarcali del presente e la nascita del patriarcato.)
È anche una piacevole sorpresa che i due autori, supportati dalla ricerca di Marija Gimbutas, non rifiutino la possibilità di matriarcati nel Neolitico europeo, ma li considerino reali. Ciò presuppone una nuova, adeguata definizione di “matriarcato” al di là dei vecchi pregiudizi. Gimbutas non fornisce questa definizione in modo esplicito, ma ne circoscrive le caratteristiche sotto il termine “matristico”. Partendo da lei, i due autori elaborano una nuova idea di “matriarcato” ma, purtroppo, non hanno ancora alcuna conoscenza dei moderni Studi Matriarcali, in cui questa definizione è molto più sviluppata. Questo è anche il motivo per cui vedono la portata dei matriarcati in modo così ristretto, dato che Gimbutas non li ha studiati al di là dell’“Europa antica”. Tuttavia, le mie analisi di alcune società di questo tipo sopravvissute in Asia, Africa e nelle Americhe, che sono tra i popoli indigeni più antichi nelle aree in cui vivono, mostrano che i matriarcati esistevano ed esistono ancora in tutti questi continenti, e che lì hanno una lunga storia. Ciò amplia notevolmente la visione e solleva una serie di nuove questioni su cui approfondire la ricerca.

In conclusione, vorrei dire che sarebbe auspicabile un dialogo tra l’entusiasmante approccio di ricerca di Graeber e Wengrow e i moderni Studi Matriarcali, in primo luogo per le loro somiglianze e, in secondo luogo, per mettere veramente in moto le dinamiche di una nuova storia dell’umanità più foriera di speranza. In una storia del genere, entrambi i sessi e le loro conquiste avrebbero lo stesso valore, ed entrambi potrebbero lavorare allo stesso modo, come ricercatori e ricercatrici, al suo ulteriore sviluppo.

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