Contemplando le montagne regine

Set 25, 2026 | Transumananze | 0 commenti

La scellerata tecnologia partorita dalla mente maschile avanza senza sosta. L’unico antidoto è il ritorno alla saggezza femminile delle origini. Contemplare significa capire …

di Anna Schgraffer

Ci sono molti modi di usare un albero.
Lo si può usare come produttore di frutti, come produttore di legno, come produttore di corteccia, di foglie, come decoro del giardino di casa, e per molte altre cose; perfino come produttore di emissioni elettromagnetiche che allevierebbero vari tipi di disturbi se ci si siede sotto, su apposite panchine comunali colorate a seconda dei disturbi che ci affliggono…
Oppure anziché usarlo possiamo contemplarlo. Contemplarlo per quello che è, per il suo essere. Mettendo il suo essere in relazione al nostro essere, e riconoscendo così che quello che ci accomuna in primo luogo è l’essere.

E ci sono molti modi per usare una montagna. Si può disboscarla per bene (se non l’hanno già fatto tempeste e parassiti) e usarla come cava di minerali, materiali per l’edilizia, o come località sciistica e ricoprirla di impianti di risalita, di alberghi, di piste artificiali con neve artificiale; la si può usare come massiccio roccioso da traforare per costruirvi all’interno impianti di vario genere, tunnel, depositi per diverse cose; come sbarramento naturale contro Paesi nemici, e molto altro.
Oppure possiamo contemplarla. Contemplarla per quello che è, ovvero per il suo essere. In relazione al nostro essere.
Un altro sguardo è possibile verso la montagna, un tipo di sguardo che ha portato l’etnologo svizzero Kurt Derungs a fondare un metodo chiamato mitologia matriarcale del paesaggio. Ed è con questo tipo di sguardo che si possono scoprire, in un albero e in una montagna, degli aspetti…che non t’aspetti.
Ad esempio, contemplando un albero è possibile scoprire a un tratto che sì, lo chiamiamo albero, ma che è un’albera (ancora oggi a Trento esiste questa denominazione ufficiale, “Albere”, per un palazzo in cui un tempo si entrava passando per un viale di albere, appunto.) Sarà stato per questo ovvio riconoscimento della qualità femminile e materna dell’albero, che i nomi specifici degli alberi in tedesco e il latino sono quasi tutti di genere femminile? In queste lingue si dice la quercia, ma anche la salice, la cipressa, la pina, la frassina, la tiglia…

E quando lo sguardo contemplativo è rivolto a una montagna?
Allora, per esempio, si può scoprire – applicando l’attenzione alla conformazione naturale del territorio che ci ospita e alla sua storia, e guardandolo come se il tempo fosse tornato indietro (ignorando hotel, strade, manufatti, chiese, parcheggi, funivie ecc.) – che vicino a casa nostra abbiamo una montagna sacra. O una montagna-dea. E che, di questa montagna sacra, talvolta perfino le ombre di certi momenti del giorno avevano qualcosa di importante da dire agli esseri umani che abitavano nei dintorni.
E molto altro.

È pressoché sconosciuta, qui in Italia, la mitologia matriarcale del paesaggio, un metodo basato sullo sguardo contemplativo. Heide Goettner-Abendroth ha magistralmente interpretato e ampliato questo metodo e ne ha esposto i criteri in due libri, uno pubblicato in Italia, a Bolzano, e uno in Germania. Entrambi i lavori sono in lingua tedesca e purtroppo non sono ancora stati tradotti in italiano. Sono di grande interesse perché illustrano la teoria e raccontano la pratica, infatti raccontano ciò che lei stessa ha “visto” applicando coerentemente il metodo, sia percorrendo di persona l’intero territorio germanico, sia visitando i territori delle Alpi, in particolare il Sudtirolo/Alto Adige, la Svizzera, l’Austria orientale e parte della Germania meridionale. Per chi era sempre vissuta alle falde di una montagna sacra senza saperlo, una scoperta così può essere entusiasmante.
Con lo sguardo del ‘lasciar essere’ rivolto a montagne, fiumi, valli pianure, albe, tramonti e altri elementi del paesaggio, Heide Goettner-Abendroth si è dedicata a ‘leggere’ ampi luoghi dell’Europa centrale per spiegare come territori ed elementi naturali che all’epoca dei primi insediamenti umani non erano ovviamente né urbanizzati né oggetti di conquista o fonti di profitto, apparissero agli occhi delle genti matriarcali in quei luoghi in epoca neolitica. Benché l’idea di parlare di contemplazione anziché di fare calcoli sul “territorio come risorsa” possa suggerire il contrario, è facile capire che in realtà il metodo della mitologia matriarcale del paesaggio presuppone vastissime conoscenze interdisciplinari, nonché una capacità di visione d’insieme per collegarle tutte fra loro. Non si tratta infatti di lasciare semplicemente briglia sciolta alla fantasia e all’immaginazione, ma invece di saper congiungere il sapere più “alto” con molte tracce superstiti di epoche passate, invisibili ai distratti o spesso nascoste, confinate al massimo nell’ambito del ‘folklore’ e della ‘leggenda’, della “tradizione etnica” nel migliore dei casi, e della “superstizione pagana diabolica” nel peggiore.


Con l’impulso fondamentale di Heide Goettner-Abendroth, anche in Germania, Austria e Sudtirolo/Alto Adige gruppi di donne interessate agli studi matriarcali hanno organizzato esperienze sul campo fatte con questo metodo, ossia escursioni e camminate guidate per andare a provare a ‘leggere’ i paesaggi alpini con occhi neolitici. Queste camminate, assieme esperienziali e culturali, non sono nate come pratiche separatiste. Tuttavia pare che la semplice affermazione che i Monti Pallidi, ossia le Dolomiti, e in generale anche le Alpi, fossero state un tempo l’estremo luogo di ritirata di genti neolitiche non inclini a far guerra e in fuga perenne dai Celti, loro invece molto ben attrezzati con cavalli e armi di bronzo, affamati di conquiste e smaniosi di scorrerie belliche, abbia tenuto ben alla larga molti uomini altrimenti “amanti della montagna” e noti e compiaciuti alpinisti. Per loro è meglio lasciare tutto nel romantico sogno delle leggende frutto di fantasia.
Attrezzate con quel genere di paraocchi, molte persone hanno rifiutato a priori di esplorare senza pregiudizi non solo le zone alpine stesse, ma anche le conoscenze emerse da parte di chi, invece, l’esplorazione “ingenua” (ma in realtà per niente) sul campo l’ha fatta, l’ha elaborata e ha voluto parlarne e comunicarla al mondo.
La lettura romantica del Neolitico ha protetto persone che si dicono emozionate per un bel tramonto o una bella scalata dal dover riconoscere che l’attività economica delle malghe e degli alpeggi dell’epoca, e la gestione degli alimenti e dei beni (latte, burro, formaggio, pelli, lana) erano condotte da donne pastore, assai prima che da uomini, e che questi ultimi avevano invece il ruolo di aiutanti per le proprie sorelle.
La versione romantica delle saghe alpine e dolomitiche ha provveduto a mascherare il nucleo storico delle vicende e dei valori in esse custodite, trasformando racconti tramandati di storie appartenenti a popoli antichi e travolti dalla conquista, in favole e leggende irreali, buone per dare quella fascinosa pennellata di “misterioso e fantastico” alle narrazioni autocompiaciute di chi ormai la montagna spera di dominarla, nell’incapacità impotente di esperirla e gustarla per quello che è.

Ancora oggi, anzi forse oggi più di prima, molti si dicono pronti a ritrovare, forse per l’ultima volta, nel paesaggio quell’emozione che nella loro mente spesso viene associata in qualche modo – più o meno consapevolmente – alla dimensione del “sacro”. Eppure, se si dice loro che la montagna in cima a cui si fanno trasportare in moderne ovovie o in aeroplano turistico per scattarsi i selfie di rigore davanti a un rifugio simile a un’astronave avveniristica, proprio quella montagna che hanno sotto i loro piedi, è stata per millenni una montagna sacra e per giunta una dea, si parla in una lingua che non ce la fanno a capire. Esattamente come non ascoltano la voce del vento che soffia sulle cime dei pini alla sera, o non ascoltano il canto del gallo cedrone che tanto ormai è quasi estinto, non vogliono ascoltare queste conoscenze.
E poi tornano giù in ovovia o in elicottero o col suv e rimpiangono la perdita dei valori e della religione e del sacro che ahimé! oggigiorno sono scomparsi. E poi giù accuse contro il materialismo… rovina dello spirito (religioso). La sacralità romantica dei “Monti Pallidi”, con i suoi boschi da favola, le sue vette da conquistare, i suoi panorami da cartolina e le sue linde chiesette, ben si concilia con la realtà dello stato attuale delle montagne alpine, sfruttate, consumate e insultate alla pari di ogni altro elemento naturale della Terra.
Senza addentrarmi oltre qui nei contenuti di questi due lavori di Heide Goettner-Abendroth, mi limito a rendere onore alla precisione e all’accuratezza con cui si è dedicata ad applicare a luoghi e usanze a me ben noti la “lettura” della mitologia matriarcale del paesaggio. Mi soffermo invece su un aspetto emergente nel lavoro dell’autrice che va oltre la riappropriazione dei fatti storici occultati e dimenticati sotto le stratificazioni culturali delle epoche patriarcali, quali ad esempio la presenza delle regine-guida dei clan o dei popoli, come la fondatrice della città di Miliera, nucleo primevo di Cortina d’Ampezzo; o la rilevanza del ruolo centrale delle donne detentrici e custodi degli averi (greggi, alimenti) nei clan originari. Questo motivo ulteriore emerge in rapporto all’aspetto dell’esperienza umana che oggi viene appunto definito spesso come “dimensione del sacro”.
Qui infatti si tocca la questione non solo del rapporto fra donne e uomini, che già sarebbe cruciale abbastanza, ma anche quella del rapporto fra gli esseri umani, tutti in generale, e l’ambiente naturale esterno, e poi anche interno, e infine col mondo invisibile.

Il lamento per la perdita del senso del sacro, una perdita che così spesso viene investita del ruolo di colpevole per i mali della modernità, è un pianto di coccodrillo. Ammette infatti un unico confronto, e cioè con quel “sacro” che in quanto tale è sancito dalle autorità religiose, sempre esterne e superiori, siano esse ufficialmente legittimate dalle rispettive chiese, o siano frutto di interpretazioni di testi a loro volta “sacri”. L’ipocrisia viene dal non voler affatto vedere, o dal decidere di demonizzare la visione del mondo e la fede stessa di coloro – esseri umani come noi – la cui esistenza concreta ha preceduto qualunque Scrittura, qualunque rivelazione divina, qualunque chiesa.
La demonizzazione dei loro simboli è uno sport fra i preferiti di questa ipocrisia: basti pensare al simbolo dello stambecco, animale sacro delle Alpi e protetto dall’amata presenza divina del Neolitico europeo che si presentava ai cacciatori troppo invadenti sotto forma di una donna luminosa. Le corna di questo animale sono state adottate poi perfino come segno del Principe del Male. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, e ce n’è davvero un gran numero.

Krampus delle Alpi orientali

Eppure, se davvero la “perdita del sacro” fosse considerata sinceramente la radice di ogni male della modernità e del nostro vivere tormentato in questo tempo, allora tale “sacro” vitale perduto andrebbe risolutamente cercato in ogni dove, senza arrendersi ai limiti sanciti dalla religione istituita, andrebbe cercato anche nelle idee sottostanti alle cosiddette fantasiose leggende, andrebbe cercato anche nel ricordo delle pratiche che veneravano quanto c’è di spirituale nella quotidianità, andrebbe cercato nel “sacro” di chi ha un’altra spiritualità, andrebbe cercato anche nei mille nomi del divino che, per quanto riguarda i tempi arcaici, era poi una divina. Andrebbe cercato, come sentimento, nel richiamo emozionante che molti paesaggi esercitano tuttora sull’interiorità di molte di noi, e che viene prevalentemente tacitato dall’uso e consumo e sfruttamento di territori naturali venerati in un tempo lontano come soggetti a cui gli umani potevano rivolgersi per chiedere qualcosa solo con la preghiera e il rispetto. Tale “sacro perduto” andrebbe cercato soprattutto là dove esso veramente è andato perduto, o stravolto, prendendo l’esempio dallo sforzo di memoria e di ritorno alle origini che Heide Goettner-Abendroth e molte altre studiose hanno fatto senza fermarsi. E si potrebbe finire per trovare, come ha fatto l’autrice, che nella visione del mondo delle saghe la coppia formata dalla Regina e dal suo sposo non era un modello dell’armonioso rapporto personale uomo-donna, ma era addirittura un modello di giusto rapporto fra gli esseri umani e il tutto (che chiamiamo anche “natura” o “universo” o…).
Non un’etica e una moralità imposte da un’autorità paterna stavano a preservare dalle conseguenze letali di un rapporto sbagliato con l’altro essere umano, con la natura e con l’invisibile, ma una diretta conoscenza di quale sia il posto che, come esseri umani, occupiamo nel tutto.
L’importanza di questa ricerca, e dei suoi risultati, supera di molto il semplice interesse accademico o storico (che sarebbe comunque già importante), poiché la questione di quale rapporto gli esseri umani debbano avere con la terra e il cielo e ciò che ci circonda, e di come ci si possa/dovrebbe relazionare con la natura esterna e interna e con l’invisibile, oggi si configura concretamente nella questione delle tecnologie avanzate, smart e sinonimo di potenza no limits, ed è la chiave per affrontare i nodi cruciali che ci troviamo volenti o nolenti a fronteggiare.
Se un tempo i ragazzi di un gruppo rock nostrano potevano ancora cantare fiduciosi “Noi non abbiamo paura della bomba”, oggi i progressi no limits non permettono più di prendere tanto alla leggera le esuberanti innovazioni e applicazioni tecnologiche, un esempio per tutti: i droni della guerra. Oggi dopo oltre mezzo secolo le tecnologie belliche e no hanno fatto talmente tanti passi avanti che bisogna cambiare canzone: un po’ di paura, suvvia… possiamo anche permettercela.

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