Il fallimento della famiglia nucleare. Capitalismo, amore e Stato di Mariam Irene Tazi-Preve

Nov 25, 2025 | Libri e … | 0 commenti

Recensione di un libro illuminante, che offre alle donne visioni alternative per un’organizzazione parentale che smetta di penalizzarle insieme ai loro figli.

La comunità sociale del matriarcato consisteva e consiste proprio nel legame con il luogo di origine. L’“emancipazione verso l’Io” e la concezione di progresso della società “moderna” consistono invece nel negare e frammentare il riferimento alla madre per creare comunità artificiali (Stato, famiglia nucleare). Se negli ultimi decenni alcune femministe si sono sempre più interessate al matriarcato non è avvenuto per fuggire dalla realtà verso un mondo di fantasia. Semmai, qui è possibile trovare una spiegazione sui motivi per cui la maternità dell’era moderna sia stata portata a condizioni insopportabili.

Mariam Irene Tazi-Preve, Il fallimento della famiglia nucleare. Capitalismo, amore e Stato

Come tutte le cose nucleari anche la famiglia è esplosa. Scoppiata in due sensi: implosa su sé stessa nella realtà tradizional-tradizionalista, mentre i reazionari progressisti stanno aprendo a ogni tipo di coppia e preferenza sessuale pur di salvare l’istituzione, con compravendita di bambini a rendere la famiglia il più simile possibile a quella sancita dalla legge dei Padri. Perché di una famiglia nucleare i padri, siano canonici o futuristi, hanno comunque bisogno. Su di essa si basa il loro Stato, con essa ottengono la disponibilità della prole – per guerra o lavoro – e la sottomissione della madre, cioè delle donne tutte, anche di quelle che madri non sono. In fondo tutti sanno che la vita c’è e va avanti perché ci pensano le donne, almeno fino a quando non si raggiungerà la tecnologia necessaria a ricrearla davvero a immagine di un dio tecno-maschio, aprendo a scenari inediti, anche se prevedibili.
Mariam Irene Tazi-Preve parte proprio analizzando l’indefessa volontà di salvare il modello famigliare che sta alla base delle nostre società, nonostante le conseguenze negative che ha sulla vita delle donne e dei bambini, insomma dei più deboli. Ci troviamo a constatare che il malessere e spesso i drammi esistenziali che circondano il “nostro” modello di parentela non sono circoscritti ai paesi di lingua tedesca di cui parla l’autrice con dovizia di riferimenti bibliografici e statistici, ma appartengono anche alla nostra italica società. Anzi, in tutto il mondo ci sono donne che sopportano tutto il carico famigliare, retribuzioni più basse di quelle degli uomini, con puntuale penalizzazione e controllo statale delle famiglie monoginogenitoriali, come denunciato da Martha Fineman in The Neutered Mother a proposito degli Stati Uniti.

Tante donne in Italia, e non solo, si sono rese conto che LA LEGGE È UGUALE PER TUTTE, mentre i tutti – ci dice Tazi-Preve –, nonostante gli indubbi privilegi, non se la passano un granché bene, come figli che subiscono disagi in famiglie problematiche e come padri disperati e incattiviti che dopo l’abbandono delle compagne soffrono di perdite d’identità e compensano lo spaesamento con ogni nefandezza, come gli uomini sono soliti fare da quando vivono in un patriarcato. Emblematico il numero dei suicidi dopo l’uxoricidio (nel suo significato etimologico originario[1]) e/o la strage dei figli.

Tante donne in Italia, e non solo, si sono rese conto che LA LEGGE È UGUALE PER TUTTE, mentre i tutti – ci dice Tazi-Preve –, nonostante gli indubbi privilegi, non se la passano un granché bene, come figli che subiscono disagi in famiglie problematiche e come padri disperati e incattiviti che dopo l’abbandono delle compagne soffrono di perdite d’identità e compensano lo spaesamento con ogni nefandezza, come gli uomini sono soliti fare da quando vivono in un patriarcato.
Emblematico il numero dei suicidi dopo l’uxoricidio (nel suo significato etimologico originario[1]) e/o la strage dei figli.La famiglia nucleare, che alcune definiscono coniugale (Agnès Echène), è fallimentare per la comunità e questo fallimento è ben documentato in ogni suo aspetto nel libro Il fallimento della famiglia nucleare.Ma la ricerca sociologica funge solo da base al testo. Il grande merito del saggio della politologa austriaca è quello di essere un’autentica messa in atto del sapere matriarcale. Lungi da fungere da spauracchio rivendicativo, il matriarcato diventa allora una pietra di paragone viva, parlante, che ci aiuta a vedere tutto quello che non va nelle nostre esistenze di donne libere solo in apparenza, imprigionate tra grate a volte così dorate da non accorgerci nemmeno della costrizione. O a vedere troppo tardi il prezzo che stiamo pagando in termini di fatica, soprusi e frustrazioni per aver scelto di costruire una “famiglia”.
Gli Studi Matriarcali moderni hanno avuto il pregio di potere finalmente sgretolare la monolitica credenza che il patriarcato sia sempre esistito, permettendo così a tante studiose di ricercare gli aspetti delle precedenti organizzazioni sociali. Ancora fino alla prima ondata del femminismo, soprattutto in Italia il concetto di una legge del padre in vigore fin dagli albori della civiltà umana non veniva messo in dubbio. La tesi del libro La donna esclusa (1974) di Silvana Cichi partiva dal presupposto che dalle civiltà primitive a quelle storiche, anche in quelle dove «la posizione della donna era elevata», il maschio ha sempre avuto il potere ed esercitato la subordinazione della donna nella vita sociale, relegandola a una fornitrice di sesso e di figli. E concludeva che non si può ridurre lo sviluppo umano in termini di patriarcato e matriarcato, anche qualora ne fosse provata l’esistenza. Sebbene nella stessa rivista, Effe, Claudia Cese avesse intuito che il discorso verteva sull’imporre e legittimare la fecondità divina del maschio, cioè santificare con il potere la figura paterna, la stessa linea di un patriarcato universale era sostenuta da Ginevra Conti Odorisio in Matriarcato e potere delle donne[2], dove si legge che la questione dell’esistenza del matriarcato “è da superare in quanto il tema di fondo della discussione non è il ruolo della donna nella società primitiva, ma quello, ben più importante della sua effettiva capacità e possibilità nella società contemporanea”.
Lungi dallo sperare nei risultati di una lotta emancipazionista per assurgere al livello degli uomini, Tazi-Preve cerca di aprire una nuova strada alla liberazione delle donne (e non solo) concentrandosi sul sistema di parentela, cogliendo secondo me nel segno: da lì parte tutta l’organizzazione sociale ed è lì che troviamo in numero paritario uomini e donne, cosa che non possiamo certo affermare dei luoghi di comando, di potere economico e delle cabine di regia che determinano le nostre esistenze. Siamo già nel posto giusto, quello che ci manca sono la consapevolezza (per questo è auspicabile il ritorno di pratiche auto-coscienziali) e il risveglio di un sapere troppo a lungo cancellato che ci faccia ricordare una storia che abbiamo già vissuto, da cui trarre la forza e la convinzione per un cambiamento di paradigma. È in questo frangente che Tazi-Preve esprime tutta la potenza del libro che ha scritto e che fortunatamente ha avuto una traduzione italiana, grazie alla casa editrice femminista VandA. I vantaggi di un cambiamento nell’organizzazione del gruppo parentale sono ben descritti nei diversi esempi che Tazi-Preve riporta attingendoli da società individuate come matriarcali o a forte permanenza matrilineare. Vengono citati gruppi ed etnie che chi segue da qualche tempo gli studi matriarcali conosce bene, come i Moso organizzati intorno alla dabu (la matriarca) dove le relazioni sessuali vengono vissute attraverso un “matrimonio di visita” che prevede la permanenza del partner nella famiglia matrilineare solo durante la notte, in piena libertà d’incontro sia per le donne che per gli uomini (visiting marriage). Il gruppo di fratelli e sorelle, di figlie e figli della dabu si occupa del sostentamento del clan e della cura, protezione ed educazione dei bambini, che non subiscono né i traslochi né gli scossoni emotivi di un’infanzia figlia di divorzi e separazioni, né tantomeno l’internamento in case-famiglie quando il padre vuole esercitare il “diritto del bambino all’origine” per sottrarlo alla madre. Oppure guardiamo ai Minangkabau, che preservano la matrilinearità nonostante la religione islamica, dove non può mai accadere che una madre rimanga da sola a provvedere e a occuparsi dei bambini. Sono riusciti a mantenere viva la loro legge, l’Adat[3], che tiene in piedi l’organizzazione sociale incentrata su un lignaggio materno. E che dire dei Khasi dell’India, che vivono in gruppi di parentela che si sviluppano intorno alla madre del clan, la donna più anziana che verrà sostituita dalla figlia più giovane nella guida e la gestione dell’intera “famiglia”. In moltissimi gruppi africani ancora la famiglia nucleare non ha attecchito capillarmente come in Occidente, e sono moltissime le persone che per la loro esistenza e benessere fanno riferimento a “più” madri, a significare un concetto di cure materne diffuse, elargite dalle donne ma anche dai loro parenti maschi: i fratelli della madre, gli zii. Le ricadute di quest’organizzazione clanica rafforzano anche il senso di appartenenza a un territorio, su cui si vive e prospera, che costituisce un elemento importantissimo di coesione per società in cui la parcellizzazione della proprietà non viene nemmeno contemplata. Soprattutto noi, donne del primo mondo, dovremmo ormai essere consapevoli delle false promesse di miglioramento del sistema patriarcale, fondato sempre e comunque sul diritto dei padri, che nessuna riforma della legge sulla famiglia riesce a scalfire. È fuori luogo scandalizzarsi per l’assenza di complementarietà uomo-donna se pensiamo, come giustamente ci fa notare l’autrice, quanto i partner delle società moderne rifuggano dalla stretta condivisione della vita famigliare buttandosi nel lavoro o organizzandosi il tempo libero altrove.
Mariam Irene Tazi-Preve affronta anche il tema della sessualità, analizzandola in relazione alla famiglia nucleare. La domanda che pone e che dovrebbe suscitare un’attenta riflessione da parte di noi tutte, è questa:

“Perché è così imbarazzante pensare alla famiglia e al sesso insieme?”

Il dito è stato messo nella piaga: nonostante la famiglia sancisca un legame in cui i due attori principali si presuppone passino ogni notte insieme con lo scopo di intrattenere relazioni sessuali costanti e appaganti, i drammi legati a questo aspetto della vita famigliare sono molteplici. Si parte dalla gestione di una non sempre soddisfacente interazione, a cui si cerca di rimediare con infedeltà varie per ricercare attenzioni e affetti al di fuori della coppia, fino ad arrivare al fenomeno diffuso delle molestie sessuali di cui sono vittime non solo le donne, ma anche le loro figlie e figli a opera di compagni, padri, nonni e zii. E che dire del peso che nel tempo ha assunto la monogamia? Il diktat vuole che l’unico sesso legittimo sia quello in famiglia, ma, ci fa notare giustamente Tazi-Preve, l’unico problema che sembra causare è l’adulterio e il senso di colpa che ne consegue, tema su cui si sprecano tante istituzioni: la religione e la sua gestione di confessioni ed espiazioni, la psicoanalisi e i suoi professionisti che si adoperano per calmierarlo. Non si arriva mai ad analizzare la gestione complessiva del sesso fuori dalle necessità normative del sistema sociale, ma soprattutto non la si collega mai, nonostante esistano studi non solo femministi sulla dinamica della contrapposizione moglie-puttana nei secoli, al prosperare di un’industria della prostituzione enorme, che sta cambiando l’immaginario di cosa è il sesso nella mente di tanti adolescenti, ormai pronti a rientrare nel modello “c’è quello sporco e quello pulito”. L’antropologa francese Agnès Echène, nel suo saggio sulla violenza sessuale maschile, sostiene che alla base di questo pasticcio di famiglia c’è la poca chiarezza della relazione tra i coniugi dato che, dall’era moderna in poi, è cambiato un sistema di parentela che prevedeva un solo tabù: il sesso tra i componenti del gruppo parentelare. La sistematica introduzione di un non parente – cioè l’amante della madre – nella vita famigliare ha indebolito in maniera esponenziale il tabù sul sesso tra gli appartenenti allo stesso lignaggio (quello della madre) e ha creato i cortocircuiti di oggi.
Cortocircuiti funzionali comunque ai modelli di produzione e riproduzione attuali – da qui il sottotitolo del libro di Mariam Irene Tazi-Preve, Capitalismo, amore e Stato. Il sistema economico capitalista e la sua necessità di avere gruppi famigliari più esigui e quindi più deboli, dove una donna riproduce, rigorosamente senza alcuna remunerazione, la forza lavoro e si occupa di liberare il lavoratore da altre incombenze al di fuori del lavoro salariato, ha a poco a poco eliminato i conviventi che potevano fornire sostegno alla madre e ai bambini, come nonne, fratelli e sorelle, zie e zii. La regolamentazione di una sessualità legittimata solo all’interno di una coppia (adesso anche tra più estranei, come nel poliamore), indipendentemente dalle preferenze verso un sesso o l’altro, è servita solo a dare sostegno a tanti principi normativi patriarcali, indebolendo nel loro insieme gli individui che possono fare riferimento solo a un gruppo famigliare che offre un sostegno traballante e problematico. Siamo resi tutti frustrati e molto più facili da gestire di quanto saremmo in società matriarcali, dove il sesso è davvero un piacere libero, consapevole e reciproco e non interferisce con la vita dei nuovi nati, a cui sono garantiti sempre stabilità e affetto.
Questi sono soltanto alcuni punti affrontati in un libro che è estremamente ricco e sfaccettato, uno dei pochi che mette davvero a frutto il sapere che abbiamo ereditato da tante femministe venute prima di noi e contribuisce a dare senso agli studi matriarcali. La proposta sociale di un cambio di rotta verso una diversa organizzazione parentale è estremamente politica: il suggerimento di organizzare la società secondo le esigenze delle donne non può che essere l’espressione di una preoccupazione verso il vivente tutto e di tutti, donne e uomini, e, rendendoci più forti e integri come individui, non può che aiutare a fermare la deriva verso l’autoannientamento, per difenderci dalla minaccia transumanista che apre un ulteriore baratro davanti a noi, baratro che abbiamo iniziato a intravedere con la gestione dell’epidemia del Covid 19.


[1] “L’uxoricidio (dal latino: uxor “moglie” e un derivato di càedere “uccidere”; più italiana, ma meno comune, la variante ussoricidio) è l’omicidio della propria moglie. Viene utilizzato in estensione anche per l’omicidio del marito.” E precisa la Treccani: “Evidentemente la situazione che si verificava di regola nel passato (mah!) era l’uccisione della moglie da parte del marito. Da qui l’assenza, nella casella lessicale, di un corrispettivo inverso. Per questo motivo, uxoricidio è passato a significare genericamente anche ‘uccisione del proprio coniuge’.
[2] A cura di Ida Magli, pubblicato nel 1978 da Feltrinelli
[3] Vedi Le società matriarcali (Venexia 2013) di Heide Goettner Abendroth pp. 253,

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