All’origine, una simbiosi

Ott 4, 2025 | Transumananze | 0 commenti

La teoria del gene egoista, la selezione naturale che premia il più forte e sancisce in questo modo che i più deboli devono soccombere è frutto di un pensiero maschile. La scienza delle donne dice altro.

Concepire la nostra Terra come un organismo vivente non è una prerogativa solo di mistici e gente visionaria, ma è un’idea condivisa anche da alcune donne e uomini di scienza, in particolare naturalisti. Una di queste persone è stata Lynn Margulis, biologa, vissuta fino al 2011 e definita da una rivista “indocile Madre Terra della scienza”. Perché questo epiteto? L’idea a cui lavorò fino alla fine della vita è quella che la prima cellula dotata di mitocondri sia nata in origine dalla simbiosi fra una cellula e un batterio. A quest’unione originaria dette il nome di “endosimbiosi”, considerandola come base primaria degli organismi composti da cellule organizzate, noi umani compresi. Altri prima di lei avevano concepito quest’idea, ma fu lei a saperla sostenere costantemente, contro tutto il sistema accademico del tempo, e a portarla ad affermarsi.


In seguito, altre persone di scienza, nel campo della biologia evolutiva, la confermarono con prove sperimentali. La condivisione vantaggiosa fra una cellula e un microbo proveniente dall’esterno, che la integra e le fornisce una gran quantità di energia, una collaborazione che sta all’origine dell’evolversi di elefanti e lombrichi, vegetali e umani, e di tutte le creature visibili, rappresenta un concetto che ha spalancato la strada ad altre conoscenze, ancora più approfondite. E anche se – come vogliono le scienze – le risposte della biologia sono eternamente provvisorie, in questo caso le domande erano le solite: “Chi siamo?”, “Da dove veniamo?”.Quindi questa particolare risposta è stata che noi siamo creature composite e intercorrelate con altre. Siamo enti nella dimensione del tempo e dello spazio, cangianti e vibranti. E non solo il nostro sistema immunitario è costituito da simbiosi tra una parte meramente umana e una parte microbica (compresi virus e retrovirus), ma fin nell’intimo delle proprie singole cellule ogni essere umano porta una gran quantità di genoma ricevuto in lascito da microbi e virus che “passavano di là” durante il corso dei mutamenti nel tempo. Tale lascito di genomi si è integrato a comporre l’insieme di quello che viene chiamato “il nostro corredo genetico”. Questa impronta originaria, che in termini biologici ci lega intimamente alla Terra e ai suoi minuscoli organismi arcaici e ai loro compagni attuali, è una relazione di non competizione, cioè di reciproco vantaggio e sostegno, ed è la relazione più intima che si possa immaginare. Basti pensare che, secondo ricerche contemporanee di biologia evolutiva, la placenta nei mammiferi è nata da un’informazione, un “suggerimento” portato all’inizio da un certo retrovirus. Molto vicino alla nostra origine c’è quindi un essere inglobato e contenuto in un altro essere diverso, ed entrambi che ne traggono vantaggio ed energia. Tutto questo è ormai conoscenza scientifica acquisita e dimostrata.
E tuttavia una parte troppo considerata delle scienze oggi si comporta come fosse schiava di una interpretazione retrograda, obsoleta e fuorviante dell’evoluzione (qualunque cosa questa parola significhi); una visione che pretende di collocare l’“uomo” (una specie che in italiano prende il nome dal suo esemplare di sesso maschile) come un essere per natura privilegiato, superiore e collocato all’apice di un “percorso di crescita” chiamato evoluzione darwiniana, e che considera il dominio da parte dell’“uomo” su tutto il vivente come “diritto di nascita”, e alla fin fine in vista del dominio assume la guerra come paradigma naturale di ogni relazione. E ciò fin dentro il mondo invisibile, ormai.
Per scienziate come Lynn Margulis – e come altre e altri – accedere al mondo dell’invisibile significa conoscere per capire meglio chi e che cosa siamo noi umani e i viventi, e quale sia il nostro posto nell’universo, su questo pianeta e sotto questo cielo sconfinato; così come si conosce intimamente un essere amato.

Altri invece, dominati dall’ossessione del dominio, usano e sfruttano la conoscenza dell’invisibile (virus, retrovirus, batteri, microonde, radiazioni…) allo scopo di vincere e convincere: di vincere una guerra che loro stessi alimentano e fomentano con tutte le forze, e di convincere gli altri che tale guerra sia modello unico e universale dello stare al mondo. Il principio di relazione oggi è sempre più tema filosofico centrale per le scienze della natura (cfr. per es. Lee Smolin, Carlo Rovelli), ma una gran parte delle scienze non vuole ancora sentir parlare di filosofia – né di buone relazioni. Da questo monopolio della mentalità del conflitto, le loro menti sono possedute, irrigidite in una sorta di perversione che la stessa ricerca scientifica – se fosse presa sul serio, e non come un ottimo supporto di scopi ingegneristici – va smentendo sempre più. “Una biologia che opera in una prospettiva ingegneristica” (come la chiamò il biologo Carl R. Woese) tradisce  lo stesso “bios”.
Nel sottosuolo, intanto, miriadi di lombrichi e lombriche – anch’esse invisibili in superficie – mantengono fertile il terreno senza mai dimenticarsi del cielo, nel segno della simbiosi, e ce la mettono tutta per conservare perennemente la diversità biologica, la fecondità e la prosperità della Terra. Non per vincere alcuna guerra, ma per perpetuare il ciclo vitale, e gioire della loro parte nel ciclo.

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