di Anna Schgraffer, 11 luglio 2020
Concepire la nostra Terra come un organismo vivente non è una prerogativa solo di mistici e gente visionaria, ma è un’idea condivisa anche da alcune donne e uomini di scienza, in particolare naturalisti. Una di queste persone è stata Lynn Margulis, biologa, vissuta fino al 2011 e definita da una rivista “indocile Madre Terra della scienza”. Perché questo epiteto? L’idea a cui lavorò fino alla fine della vita è quella che la prima cellula dotata di mitocondri sia nata in origine dalla simbiosi fra una cellula e un batterio. A quest’unione originaria dette il nome di “endosimbiosi”, considerandola come base primaria degli organismi composti da cellule organizzate, noi umani compresi. Altri prima di lei avevano concepito quest’idea, ma fu lei a saperla sostenere costantemente, contro tutto il sistema accademico del tempo, e a portarla ad affermarsi.

Lynn Alexander nasce a Chicago nel 1938 e nel 1957 si laurea in biologia. Si specializza in zoologia e scopre che anche i mitocondri negli animali e i cloroplasti nei vegetali contengono Dna, non soltanto i geni della cellula. Espone la sua teoria sull’endosimbiosi nel saggio The origin of mitosing Eukaryotic Cells, pubblicato dal «Journal of Theoretical Biology» nel 1966. In seguito scoprirà che due organismi unicellulari fondendosi, possono formare un nuovo organismo più complesso. Con la teoria della “simbiosi seriale” inizia a mettere in discussione la selezione naturale e le mutazioni genetiche casuali: è la cooperazione è la causa principale dell’evoluzione di nuove specie.
In seguito, altre persone di scienza, nel campo della biologia evolutiva, la confermarono con prove sperimentali. La condivisione vantaggiosa fra una cellula e un microbo proveniente dall’esterno, che la integra e le fornisce una gran quantità di energia, una collaborazione che sta all’origine dell’evolversi di elefanti e lombrichi, vegetali e umani, e di tutte le creature visibili, rappresenta un concetto che ha spalancato la strada ad altre conoscenze, ancora più approfondite. E anche se – come vogliono le scienze – le risposte della biologia sono eternamente provvisorie, in questo caso le domande erano le solite: “Chi siamo?”, “Da dove veniamo?”.Quindi questa particolare risposta è stata che noi siamo creature composite e intercorrelate con altre. Siamo enti nella dimensione del tempo e dello spazio, cangianti e vibranti. E non solo il nostro sistema immunitario è costituito da simbiosi tra una parte meramente umana e una parte microbica (compresi virus e retrovirus), ma fin nell’intimo delle proprie singole cellule ogni essere umano porta una gran quantità di genoma ricevuto in lascito da microbi e virus che “passavano di là” durante il corso dei mutamenti nel tempo. Tale lascito di genomi si è integrato a comporre l’insieme di quello che viene chiamato “il nostro corredo genetico”. Questa impronta originaria, che in termini biologici ci lega intimamente alla Terra e ai suoi minuscoli organismi arcaici e ai loro compagni attuali, è una relazione di non competizione, cioè di reciproco vantaggio e sostegno, ed è la relazione più intima che si possa immaginare. Basti pensare che, secondo ricerche contemporanee di biologia evolutiva, la placenta nei mammiferi è nata da un’informazione, un “suggerimento” portato all’inizio da un certo retrovirus. Molto vicino alla nostra origine c’è quindi un essere inglobato e contenuto in un altro essere diverso, ed entrambi che ne traggono vantaggio ed energia. Tutto questo è ormai conoscenza scientifica acquisita e dimostrata.
E tuttavia una parte troppo considerata delle scienze oggi si comporta come fosse schiava di una interpretazione retrograda, obsoleta e fuorviante dell’evoluzione (qualunque cosa questa parola significhi); una visione che pretende di collocare l’“uomo” (una specie che in italiano prende il nome dal suo esemplare di sesso maschile) come un essere per natura privilegiato, superiore e collocato all’apice di un “percorso di crescita” chiamato evoluzione darwiniana, e che considera il dominio da parte dell’“uomo” su tutto il vivente come “diritto di nascita”, e alla fin fine in vista del dominio assume la guerra come paradigma naturale di ogni relazione. E ciò fin dentro il mondo invisibile, ormai.
Per scienziate come Lynn Margulis – e come altre e altri – accedere al mondo dell’invisibile significa conoscere per capire meglio chi e che cosa siamo noi umani e i viventi, e quale sia il nostro posto nell’universo, su questo pianeta e sotto questo cielo sconfinato; così come si conosce intimamente un essere amato.

Altri invece, dominati dall’ossessione del dominio, usano e sfruttano la conoscenza dell’invisibile (virus, retrovirus, batteri, microonde, radiazioni…) allo scopo di vincere e convincere: di vincere una guerra che loro stessi alimentano e fomentano con tutte le forze, e di convincere gli altri che tale guerra sia modello unico e universale dello stare al mondo. Il principio di relazione oggi è sempre più tema filosofico centrale per le scienze della natura (cfr. per es. Lee Smolin, Carlo Rovelli), ma una gran parte delle scienze non vuole ancora sentir parlare di filosofia – né di buone relazioni. Da questo monopolio della mentalità del conflitto, le loro menti sono possedute, irrigidite in una sorta di perversione che la stessa ricerca scientifica – se fosse presa sul serio, e non come un ottimo supporto di scopi ingegneristici – va smentendo sempre più. “Una biologia che opera in una prospettiva ingegneristica” (come la chiamò il biologo Carl R. Woese) tradisce lo stesso “bios”.
Nel sottosuolo, intanto, miriadi di lombrichi e lombriche – anch’esse invisibili in superficie – mantengono fertile il terreno senza mai dimenticarsi del cielo, nel segno della simbiosi, e ce la mettono tutta per conservare perennemente la diversità biologica, la fecondità e la prosperità della Terra. Non per vincere alcuna guerra, ma per perpetuare il ciclo vitale, e gioire della loro parte nel ciclo.


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