Max Dashu è determinata a riportare alla luce la storia soppressa delle donne. Sta scrivendo e pubblicando libri su argomenti che raramente vengono trattati nel modo giusto, e a cui raramente viene data la giusta visibilità. La caccia alle streghe, per esempio, e lei può farlo con dovizia di citazioni, le pubblicazioni anglofone superano di gran lunga le risicate informazioni date e mantenute in stampa nel paese dei Lateranensi. A proposito, non sono riuscita a verificare se le pagine di rifermineto dei testi citati sono prese dalla versione inglese o italiana.
La caccia, i suoi metodi, l’ottundimento delle coscienze, l’arginamento della forza femminile, il connubio forza bruta, violenza e apparente civiltà del sistema legale ancora oggi costituiscono la base per una sistematica cancellazione della possibilità di cambiare le cose. E non sono nemmeno più solo strumenti del sistema, ma pervadono ogni azione politica umana, perfino quella che crede di opporsi al sistema. Spesso non c’è nemmeno bisogno di ricorrere alla tortura per farci comportare “come si deve”. Per questo è importante ricordare dove e quando l’autonomia e la saggezza femminile hanno ricevuto il colpo di grazia. E smettere di festeggiare Halloween …
Donne sagge: guaritrici popolari italiane, come riportato dall’Inquisizione nei processi alle streghe del XVI secolo
Link all’articolo originale di Max Dashu.
Un’oncia di madre vale dieci quintali di preti. Proverbio spagnolo
Un grammo di arguzia materna vale mezzo chilo di ecclesiastici. Proverbio scozzese
In Francia, gruppi di uomini aggredirono donne anziane accusate di aver causato malattie o malocchi, bastonandole a morte. A Metz, le autorità le bruciarono trasformandole in fenomeni meteorologici. Gli inquisitori italiani le torturarono per indurle a confessare dentro gli schemi di una demonologia stereotipata. Qui maltrattatori e stupratori temevano che le donne praticassero su di loro la magia per renderli impotenti; lì il clero accusava le ostetriche di consacrare i bambini al diavolo e persino di ucciderli.
Mentre in alcuni luoghi si sosteneva ancora che le donne si unissero all’antica Dea e alle sue schiere di spiriti nelle notti della brace, in altri i tribunali le processavano regolarmente con l’accusa di essere volate via per avere rapporti sessuali con il demonio. Queste accuse mortali vennero utilizzate per diffamare le donne arrestate con l’accusa di divinazione, guarigione, di cura con le erbe o d’incantesimi dei lacci e dei nodi.
Ben presto, le aree sorvegliate dall’Inquisizione furono le più colpite, in particolare la Francia orientale, la Germania meridionale e l’Italia settentrionale (ma vedi la Nota in fondo alla pagina).
Le guaritrici italiane vivevano nel terrore di incorrere in processi per stregoneria. Solo nella diocesi di Brescia nel giro di pochi anni sono state denunciate cinquemila persone. Sessantaquattro furono bruciate come streghe e molte altre furono imprigionate e torturate. [I processi alle streghe di Sanudo, in Bonomo, p. 94]

I demonologi hanno dipinto un quadro spaventoso della strega-erborista, qui mostrata mentre mette ingredienti nocivi nella birra e provoca grandinate. Ma la donna anziana conserva il potere del volo spirituale. Dal Laienspiegel, uno dei primi libri di diritto tedesco, edizione del 1511.
Benvenuta Pincinella raccoglieva le erbe, praticava la medicina, l’ostetricia e gli incantesimi popolari nella cittadina montana di Navi, vicino a Como. Era una vedova sui sessant’anni che svolgeva attività di guarigione nella zona da circa cinque lustri. Aveva una bottega ben quotata; tra i suoi clienti c’erano anche nobili e funzionari. La sua specialità era curare le persone vittime di malocchio con prescrizioni e incantesimi magici: nella trascrizione del processo si legge che li aveva appresi dal diavolo. Una testimone ha affermato che utilizzava i lacci delle cinture dei malati per diagnosticare i disturbi. [Bonomo, pp. 89-99; vedi anche Carlo Bondì, 1989. Il nome della guaritrice era Benvegnuda, ma la maggior parte delle fonti utilizza l’italiano moderno.]
Benvenuta usava spesso amuleti fatti con erbe. Raccontò a chi la interrogava che l’erba ruta, che lei chiamava rispettosamente Madonna Ruta, poteva essere invocata per allontanare le maledizioni, spaventare gli spiriti maligni e proteggere dalla stregoneria e dal malocchio. Il folclore italiano ha conservato la stessa credenza, prescrivendo preghiere e sacrifici durante la raccolta della pianta. [Bonomo, p. 99] Benvenuta, che curava le afflizioni della stregoneria, deve aver trovato parecchio strano essere processata per averle causate.
La prima volta che l’Inquisizione perseguì la medichessa, la punì costringendola ad abiurare pubblicamente i suoi “errori” e a sostare sulla porta della chiesa per molte domeniche indossando una camicia da penitente decorata con croci rosse. Quest’umiliazione pubblica spaventò i suoi clienti e distrusse la sua reputazione. Poco dopo iniziarono a circolare voci secondo cui sarebbe andata in strigozzo [diventata una strega] e avrebbe fatto del male. Nel 1518, l’inquisitore ordinò che chiunque sospettasse che questa donna fosse una strega si recasse a testimoniare contro di lei.
Un vicino di casa dichiarò che Benvenuta era una strega che lanciava incantesimi sulle persone, faceva del male ai bambini, scatenava tempeste e saliva sul monte Tonale per ballare con i diavoli. Pasquina Cumini testimoniò che Benvenuta l’aveva curata con molti rimedi e che sua madre era stata guarita da lei. (Da cui si evince che perfino le persone da lei aiutate risposero alla richiesta inquisitoria di denunciarla.) Il pubblico notaio ha detto di averla sentita pronunciare incantesimi protettivi mentre teneva in mano un legaccio da sottoveste. Riteneva incriminante il fatto che alcuni delle sue formule incantatrici fossero impercettibili, accusa comune che implicava che stesse invocando poteri non cristiani, quindi demoniaci.
Un altro accusatore maschio disse che Benvenuta praticava incantesimi d’amore. Con una certa e palese riluttanza, ammise di averla consultata personalmente per sapere se una ragazza fosse interessata a “qualcuno” (la risposta fu no). Affermò anche che lei sapeva come produrre “una polvere disperdente” che avrebbe procurato l’aborto. [Bondí, pp. 68-73] Poi fu la volta dell’arciprete della sua città natale che la definì una nota strega che praticava la magia dell’amore. Alcuni dei suoi amuleti avevano lo scopo “di far sì che una persona augurasse il meglio a un’altra e che i mariti desiderassero il meglio per le loro mogli, tanto da non essere in grado di picchiarle anche se venivano traditi” [Bondí (1989); Bonomo, p. 89]
Dopo che nel convento domenicano di Brescia furono mosse in segreto queste accuse, Benvenuta fu arrestata e portata “nella prigione degli eretici e delle streghe” Ammise di aver infranto l’ingiunzione di smettere di esercitare, perché il sindaco l’aveva invitata a curare i problemi di stomaco di sua figlia. (Curò la ragazza con uno sciroppo di foglie di sambuco somministrato per tre giorni di fila.) Benvenuta cercò di migliorare la sua posizione dicendo agli inquisitori che questo trattamento prevedeva la preghiera davanti all’immagine di Maria e che era stata istruita nella sua arte da un uomo 50 anni prima.
Ma il giorno seguente la prigioniera crollò. Il diavolo le aveva insegnato la medicina ed era sempre stato accanto a lei. Andò al “sabba” sul monte Tonale e fece sesso con il diavolo. La sua iniziazione era avvenuta 24 anni prima, un giovedì sera, quando si era recata a casa di qualcuno per girare intorno nel cortile. (I temi di giri notturni e raduni di streghe il giovedì compaiono anche in fonti svizzere, basche e altre fonti popolari.) Un filatore di nome Fior propose che andassero tutti a rubare l’uva. Lungo la strada incontrarono Maria, che li condusse alla musica e alle danze in cerchio di un rigoletto in mezzo ai campi. I demoni li trasportarono attraverso molte terre fino alla riva di un fiume, dove fecero sesso. Dopodiché Benvenuti andava ai “giochi” ogni giovedì e il primo giorno di ogni mese. [Bondí; Bonomo, p. 91]
La responsabile di questa festa delle streghe veniva chiamata la signora del zuogo (“la signora del gioco”, titolo che compare nei processi italiani alle streghe in varie forme, molto spesso come la “signora del buon gioco”.) Benvenuta la descrisse come una bellissima dama vestita di velluto nero. Aggiunse anche: “Tutti dicevano che era una dea, e tutti andavano al suo cospetto e la salutavano, dicendo ‘Benvenuta madonna in mezzo al tuo popolo,’ e la salutavano con quattro o cinque inchini.” [Bonomo, p. 91] Ma questa signora non sfugge alla demonizzazione attuata nella camera di tortura; viene descritta mentre ordina alle streghe di fare il male ogni volta che possono.
I giudici accusarono la guaritrice di possedere una polvere segreta che danneggiava le persone e faceva ammalare i bambini, e di insegnare diversi tipi di incantesimi. Come molte altre streghe torturate, Benvenuta fu costretta a dire che aveva imparato la medicina dal diavolo per ottenere soldi. La vediamo cercare vie d’uscita, provando a risvegliare una scintilla di compassione. Tentò perfino la psicologia inversa, raccontando che il diavolo le aveva detto che i frati volevano bruciarla, ma senza successo.
Il tribunale dichiarò Benvenuta eretica recidiva, nemica della fede, e la consegnò alle autorità civili perché fosse bruciata sul rogo. “Tuttavia, chiediamo benignamente… ai giudici laici che, per quanto riguarda lo spargimento di sangue e la pena di morte, agiscano con moderazione.” [Bondí, p. 84] (Questa raccomandazione formale simulava che la Chiesa volesse misericordia ma in realtà gli inquisitori si aspettavano che il braccio secolare bruciasse chiunque condannassero. Nel 1462 Benvenuta Pincinella fu bruciata sul rogo insieme ad altre sette donne che erano state anch’esse dichiarate “streghe impenitenti ed eretiche” [Bonomo, p. 94]
Un’altra guaritrice molto nota che esercitò con successo la sua professione fu Bellezza Orsini di Perugia. Nel 1540 qualcuno la denunciò segretamente all’Inquisizione. Una volta imprigionata, vari accusatori si fecero avanti. Una madre testimoniò che suo figlio era morto perché Bellezza lo aveva stregato quando l’aveva aiutata a scendere da cavallo: il suo tocco lo aveva ucciso. Un traghettatore attribuì una malattia durata quattro mesi al fatto che lui si era rifiutato di prestarle otto ducati, pur ammettendo che la sua magia lo aveva guarito. Poi ha riportato voci secondo le quali aveva ucciso quattro bambini, tra cui un neonato che, a suo dire, non poteva curare. Questa ammissione è stata interpretata come un rifiuto e considerata una prova che la guaritrice stava cercando di fare del male al bambino. [Bondí (1989)]
Il terzo testimone è stato un prete che ha definito Bellezza “una delle più grandi streghe del mondo, sciattona, strega, madre di streghe.” Sosteneva che lei lo aveva fatto ammalare; glielo aveva confidato un prete-mago, uno “streone”, che lo liberò dalle streghe con unguenti, parole e “mi fece bere, poi sputare molte cose e mi mostrò che mi aveva dato da mangiare sperma maschile e perdite mestruali femminili…” [Bondí, p. 94]

apparire Bellezza Orsini.
©Max Dashu del 1985
Bellezza non era una sciocca. Conosceva i rischi che correva; guaritori popolari come lei venivano accusati di uccidere bambini e per questo bruciati in tutto il Nord Italia. Aveva cercato di proteggersi ricorrendo alle preghiere della Chiesa e indossando l’abito dei francescani laici, ma era come combattere una tempesta di fuoco con un secchio d’acqua. Bellezza cercò di fuggire quando i soldati del conte vennero ad arrestarla. La portarono in prigione per essere interrogata dagli inquisitori. La guaritrice negò di aver fatto del male alle persone con la stregoneria: “… Non ho mai fatto ammalare nessuno, ma li ho guariti e trattati con i miei oli di fiori.” [Bondí, p. 100]
Con la schiettezza della “paisana”, Bellezza disse agli inquisitori:
Curo e tratto tutti i mali, tutte le malattie. So come guarire il male francese [sifilide], le ossa rotte, curo chiunque sia offuscato da un’ombra malvagia e molte altre infermità … Non sono una maga, e tratto tutto e faccio tutto con un mio olio di fiori. [Bonomo, p. 110]
Ha ammesso di aver preparato il suo unguento sminuzzando nell’olio d’oliva “una certa quantità di fiori che la natura genera da tutti gli alberi e le erbe” e di aver lasciato fermentare la miscela per 50 giorni nel calore naturale prodotto dal composto. Bellezza disse che con quest’olio aveva guarito molte persone, alcune provenienti anche da Roma.
I giudici insistettero per sapere dove e come avesse studiato medicina, sapendo che le era impossibile aver studiato all’università, chiusa a tutte le donne e a quasi tutti i contadini. Bellezza rispose che possedeva un meraviglioso libro di 180 pagine pieno di segreti; “con questo ho imparato e insegnato ad altri e l’ho prestato a grandi maestri e signori.” (Non è stata l’unica strega accusata che ha sperato che l’associazione con i nobili potesse scagionarla.) Offrì agli inquisitori il suo libro perché lo esaminassero, dicendo che avrebbe dato benefici. Ma a loro interessava solo l’accusa di stregoneria, che lei negò con fermezza.
I giudici sottoposero la guaritrice alla tortura, legandole le mani dietro la schiena, sollevandola in alto con un dispositivo meccanico e poi facendola cadere per tutta la lunghezza della corda, strappandole i legamenti e lussandole le spalle. [Bonomo, pp. 110-1] La donna, sessantenne, ha resistito a tre cicli di tortura. I suoi appelli divennero disperati: “Sono morta, uccidimi in fretta, non farmi soffrire, non farmi morire …” Anche a questo punto, la trascrizione mostra Bellezza che tenta di convincere i giudici delle sue capacità e conoscenze curative. Suo figlio Giovanni cercò di aiutarla, chiedendo agli inquisitori di sospendere il processo mentre lui si appellava al conte di Pitigliano, ma invano.
Incapace di sopportare la tortura, Belleza iniziò a “confessare” … legò un nodo della “strega’” per attirare a lei un uomo sposato, fece uccidere a suo figlio un uomo che l’aveva calunniata … il tutto alternato a ritrattazioni. Raccontò di essere stata iniziata 30 anni prima da Lucia da Ponzano (precedentemente processata come strega), che le aveva insegnato tutto quello che sapeva, cioè a produrre l’olio di fiori, ma ora l’uccisione di bambini per il diavolo e la produzione di polveri magiche intervallavano le sue affermazioni sul lavoro di guarigione. Successivamente nella sua cella, affranta per aver ceduto alle torture, Bellezza si tagliò la gola con un coltello da tavola. Il processo fu sospeso mentre lei si riprendeva. [Bondí (1989)]

A quel tempo, il culto del diavolo delle élite si era ormai confuso con i temi popolari pagani. Questo artista svizzero ha mescolato il diavolo, oggetto del bacio dell’infamia (sub-cauda), con aiutanti animali, draghi, serpenti. Raffigura delle erboriste: una strega mescola un calderone per la birra, un’altra sta accanto a un mortaio, mentre una terza offre pozioni. Wickiana, 1570.
Quando si rese conto che la tortura non sarebbe finita finché non avesse “confessato” ciò che i giudici volevano sentirsi dire, Bellezza si arrese. Aveva fatto ammalare le persone e poi le aveva curate per soldi. Si era recata al Noce di Benevento (un antico altare pagano nei pressi di un albero che divenne la meta mitica delle streghe italiane). Chiese di essere liberata dalla strappata (il tratto di corda) perché avrebbe raccontato tutto, se solo avesse potuto “riposarsi un po’.” [Bondí, pp. 105-6] Con grande spavalderia, ordinò allo scriba di portare molta carta perché avrebbe raccontato loro volumi sulla stregoneria. Poi gli buttò addosso un intero inventario di fantasie demonologiche: storie grottesche sul diavolo “Maumetto” (forse Baphomet, N.d.T.), sesso sodomitico con i demoni, unguenti fatti con bambini morti e altri ingredienti orribili. “L’imputata procede come un fiume che ha rotto gli argini e riversa al cospetto del tribunale tutte le storie che sono state raccontate sulle streghe.” [Bonomo, p. 113]
Ma per loro non era abbastanza. Gli inquisitori rimandarono Bellezza nella sua cella, dicendole che avrebbe dovuto fare di meglio. Nella sessione successiva riempie sette pagine scritte strette strette: mandava i gatti a spegnere le luci in modo che potessero succhiare il sangue dei bambini, fece i nomi delle donne che appartenevano alle schiere delle streghe. Perfino in questa fase, l’anziana contadina inseriva il suo lavoro e il suo sapere nella “confessione” rilasciata sotto tortura.
Bellezza disse che Befania, dea dei contadini italiani, era la regina della società delle streghe. Confessò agli inquisitori che le streghe si erano incontrate nella sua città, Rieti, il 1° novembre, giorno dei morti. Sebbene Befania fosse buona, il diavolo era più potente di lei. Così combatté il diavolo in segreto (proprio come aveva fatto Bellezza con l’Inquisizione). Befania proteggeva le streghe che violano la legge del diavolo curando e guarendo: “altrimenti non sarei stata in grado di curare così tante persone come ho fatto io che sono stata stregata, perché è contro la legge.” [Bondí (1989), Bonomo, p. 115 e alla pagina 118 commenta che la resistenza segreta di Befania è stata fatta “con la tipica pazienza e tenacia delle donne.”]
In altre parole, Bellezza rappresentò la difesa nascosta di una visione del mondo pagana e contadina che vedeva le streghe come buone, adoratrici di una dea animista collegata alla guarigione, alla profezia e ai giorni sacri pagani. La continuità è evidente tra questa dea e i racconti delle donne sulle streghe che rendevano omaggio alla Signora dell’Oriente in un processo inquisitorio alle streghe del 1390.
Collegamenti simili sono visibili in altri studi. Nel 1549 Margreth Thüttinger fu denunciata per aver partecipato nel Giorno dei morti a un raduno di cento streghe provenienti da tutta la Svizzera presso il “prato delle streghe’” a Pratteln. [Burghartz, p. 82, n. 18] Più avanti, nel corso del secolo, l’Inquisizione accusò le donne napoletane di recarsi alla Janara, termine che richiama Diana e le fate che da lei prendono il nome, le ianare. [Romeo, pp. 276-88]
Bellezza offre una versione sovversiva perché mette in campo la consensualità nell’immancabile sesso diabolico. Il diavolo “ha iniziato a giocare con noi e ha fatto quello che voleva e che volevamo e ci siamo soddisfatti a vicenda toccando ovunque i nostri corpi.” Quando portò le streghe a ballare sotto i noci di Benevento e di Todi, queste calpestarono il terreno sottostante, in modo che lì non crescesse nulla, come voleva la tradizione popolare per i luoghi dove danzavano le fate. [Bonomo, pp. 112-3]
Fece un ultimo disperato tentativo per placare gli inquisitori. Affermò di essere stata assolta dal vicario papale e di aver fatto penitenza pagando una multa, astenendosi dalla carne e mangiando tre libbre di terra all’anno per tre anni. [Bonomo, p. 116] Si rese conto che i giudici non ci credevano e che l’avrebbero bruciata. Riuscì a tagliarsi la gola con un chiodo. I carcerieri la trovarono mezza morta nella sua cella. Disse loro che per lei non importava più nulla se non rinunciare alla sua vita e fuggire da questo mondo. [Bondí, p. 109]
Gli oli vegetali prodotti da Bellezza erano parte integrante della medicina femminile italiana e lei non fu l’unica donna a essere processata dall’Inquisizione per averli utilizzati. (Si sospettava che questi oli fossero usati come possibili unguenti per volare alle riunioni delle streghe.)Beatrice di Rise, processata a Napoli nel 1578, si guadagnava da vivere filando, cucinando e curando, oltre a dedicarsi un po’ alla divinazione. I giudici interrogarono attentamente Beatrice sugli oli medicinali da lei preparati. Ecco la sua testimonianza:
Preparo questo unguento il giorno dell’Ascensione; dopo il sorgere del sole, vado al parco con i miei vicini a raccogliere tutte le erbe buone; e dopo aver raccolto queste erbe le metto tutte in un calderone a bollire insieme ad acqua, vino, olio normale e tutti i tipi di oli speciali. E dopo che queste erbe sono bollite le filtro e verso il liquore in fiaschette e poi lo do a qualche povero con il male delle canne. [Romeo, p. 216. Si tratta di artrite o malaria.]
I giudici chiesero a Beatrice il motivo per cui le erbe dovevano essere raccolte durante la festa dell’Ascensione. Rispose senza mezzi termini che era così che le aveva insegnato sua madre e che aveva anche visto i vicini farlo in questo modo. Beatrice era stata denunciata da un uomo che rispondeva all’appello della Chiesa a smascherare i guaritori laici. Disse che l’aveva vista andare a curare bambini malati. Fece anche il nome di “madama Faustina”, un’altra strega che aveva eseguito molte cure. [Romeo, pp. 215-16]

Le donne italiane solevano benedire l’olio d’oliva e il vino, che usavano per ungere i malati. Accompagnavano la benedizione con preghiere e “segnando” coloro che dovevano essere benedetti o curati, facendo croci e altre figure su di loro. Nel 1577 l’arcivescovo di Napoli processò Antonia del Giglio con l’accusa di aver proferito parole, segnato con la croce, recitato preghiere e reso omaggio ad angeli, il tutto per scopi medici. Le sue preghiere erano incomprensibili, pronunciate a bassa voce e quindi sospettate di non essere canoniche. Perché non le declamava ad alta voce, se si trattava solo del Padre Nostro o dell’Ave Maria? A meno che non cercasse di nascondere qualcosa.
Antonia la Medica era stata inizialmente denunciata come una persona che “aveva pubblicamente affermato di guarire con pezzi di stoffa e stracci e con alcune parole che pronunciava.” La sua specialità era curare le piaghe fasciandole e pregando su di esse. L’arcivescovo emanò un editto contro queste pratiche popolari, anche se Antonia poté continuare a pregare per le persone a condizione che recitasse le sue preghiere a voce alta, in modo che potessero essere monitorate per soppesarne l’ortodossia.
La medica napoletana era anche devota a una grotta locale ritenuta sacra per i suoi poteri curativi, il santuario di Santa Maria della Sanità (“della salute”). Nella grotta Antonia aveva curato il trauma cranico di un fuggitivo grazie “alla virtù nascosta nella santa immagine della Vergine, che all’epoca si trovava sottoterra.” La gente comune accorreva in massa in questo santuario rupestre. C’era un vivace commercio di petrolio, che veniva bruciato al cospetto di Santa Maria della Sanità, e di latte di capra che era stato “segnato” con la sua immagine.
L’arcivescovo lanciò un attacco contro le “false reliquie” del santuario, ordinando che la lampada a olio fosse gettata a terra e colpita con una spada. Ne scaturì una lotta tra i sostenitori dei preti e gli assalitori del santuario. [Romeo, pp. 207-12]
La gente riuscì a far confluire la propria tradizione animista nel cattolicesimo o questa venne completamente distrutta? Il santuario continuò a prosperare, ma la leadership femminile nei rituali di guarigione diminuì sotto gli attacchi di vescovi e inquisitori. Negli ultimi decenni del 1500, le donne napoletane furono costrette a smettere di usare il loro tradizionale unguento dell’Ascensione – o forse riuscirono a prepararlo in maggior segretezza. [Romeo, p. 220]

Anche la guaritrice toscana Gostanza di San Miniato utilizzava oli medicinali, in particolare un olio di pilatro (Hypericum perforatum, noto anche come erba di San Giovanni). Curava le persone di tre diocesi e la gente veniva a prenderla per i propri malati allettati. Il suo lavoro nella medicina le valse un processo alle streghe gestito dalla chiesa, completo di tortura, nel 1594. Molti contadini testimoniarono che praticava la medicina. [Cardini, pp. 6-10] Monna Gostanza riparava le ossa rotte, dava medicine e faceva nascere i bambini, ricevendo in cambio pagamenti in natura, in particolare cibo. [Cardini, pp. 135-7]
Mentre alcuni testimoni la definirono una ruffiana e la incolparono di ammaliare, per parenti e vicini era “una povera persona che filava e curava con le erbe, spesso ottenendo buoni risultati con queste attività”. [Cardini, p. 40] I suoi persecutori la interrogarono sulle erbe – betonica, iperico, madreselva – e sugli alambicchi pieni di oli medicinali che trovarono in casa sua. [Cardini, p. 80]
Nel processo di Lucrezia del Grosso del 1569, un tintore napoletano testimoniò che la gente preferiva ancora le cure mediche offerte dalle anziane e dalle matrone a quelle dei medici. Come accadde nel Nord Italia, quella fiducia era in procinto di essere schiacciata dalla persecuzione della Chiesa. A Napoli, un sinodo del 1565 metteva in guardia la gente da coloro che curavano i malati con incantesimi (incanti). Il vescovo di Treviso utilizzò le visite pastorali e la persecuzione delle streghe come armi contro la medicina popolare. Un vicario di Aquileia si scagliò contro le “orribili medicine” di “donne per metà tormentate dal diavolo.” [Romeo, pp. 204; 234-6]
Nel 1578, Aquilina da Grazzano fu convocata al cospetto del patriarca di Aquileia per aver effettuato cure chiamate preenti (presenti, regali) nel dialetto del Friuli. Le fu ordinato di interrompere l’attività, altrimenti sarebbe stata punita. Lei continuò e venne processata di nuovo. [Romeo, p. 231] Domenica Boare, precedentemente autorizzata a “segnare” dal vicario di Treviso, si trovò in difficoltà nel 1580 quando il vescovo la controinterrogò per aver pronunciato male le preghiere latine – invece di da nobis hodie (“Dacci questo giorno”), disse Dona Bisodia. Sembrava che stesse invocando una “Signora” (donna), come la dea-strega che gli ecclesiastici medievali avevano soprannominato Bensozia (emblema di una “buona società”).
Il timore che i contadini inserissero una dea nelle loro preghiere non si limitava al Friuli. Donna Bisodia appare nella lontana Sardegna come madre di San Pietro. La leggenda la mostra mentre cerca di indurlo a convincere Gesù a cambiare il Paternoster per includerla. Invece di “panem nostrum quotidianianum dona nobis hodie,” spingeva per fargli dire “Donna Bisodia.” Venne mandata all’inferno per impiccagione. [Enna, Fiabe Sarde, pp. 259-60]
Domenica si appellò al vescovo affinché le permettesse di continuare “perché così tanti mi chiedono [di segnarli], signori e altri, che non so cosa fare.” Come Bellezza Orsini, Domenica sperava che invocare il sostegno dei gentiluomini l’avrebbe protetta, ma le fu ordinato di smettere “di segnare” [Romeo, p. 233]
Nel 1565 l’Inquisizione di Modena ammonì un uomo di nome Nasella per aver praticato cure rituali. Antonia Muliza fu incarcerata nel 1578 per aver fatto un rituale di guarigione e cinque anni dopo, per essere stata sorpresa a praticare una seconda volta, fu consegnata allo Stato per essere giustiziata. Silvia Telesa fu processata come strega nel 1586 e di nuovo nel 1591, quando fu registrata la “confessione” di un patto diabolico. Telesa è stata accusata di aver usato le preghiere mentre applicava medicinali alle ferite, ma fu rilasciata quando disse loro che l’arcivescovo l’aveva autorizzata a usare le preghiere in questo modo. [Romeo, 231; 219]
Anche le donne che solevano praticare la medicina senza magia o “segnare”, dovettero affrontare l’opposizione della Chiesa. Nel 1594 Lucrezia Marana si lamentò con i giudici del fatto che i medici uomini non avevano problemi a conseguire la licenza medica, ma lei non era riuscita a ottenerla perché ciò sarebbe dispiaciuto all’arcivescovo di Napoli. Nel 1596 un sacerdote denunciò la sarta Battista da Latisana per aver curato le epistassi. L’Inquisizione di Udine la lasciò andare con l’ammonimento di smettere.
Gli inquisitori interrogarono Giacoma Zavattini a Pisa nel 1596. Due anni dopo interrogarono Bartolomea Genovese riguardo al suo unguento per il mal di stomaco. E l’Inquisizione di Modena processò Orazio Masaccio per stregoneria nel 1598 per aver messo un cerotto sul seno di una balia. Fu nuovamente processato e incarcerato nel 1604, ma fu finalmente liberato quando l’infermiera testimoniò che un medico considerava il disturbo che stava curando una malattia, non una stregoneria. [Romeo, pp. 220; 233-34]
Gli inquisitori di Aquileia sono andati dritti al punto con Gasparina Triscola. Quando le è stato chiesto se sapesse preparare i medicamenti per eventuali infermità rispose: “Padre no, a meno che non sia che io dia un po’ di olio di ruta o di Ascensione o per i vermi, da strofinare sullo stomaco o la schiena dei più piccoli per i vermi e le febbri.” Nel 1596 a Gasparina fu proibito di segnare, usare oli o distribuire medicine e le fu anche ordinato di non mostrare o insegnare a nessuno le sue capacità. [Romeo, pp. 309-310]
L’unico modo sicuro per le donne di lavorare con le erbe era sotto la direzione di professionisti uomini, che le impiegavano per raccogliere e lavorare le erbe

Persecuzione delle guaritrici in Svizzera, Francia e Germania
Anche nella Svizzera francese, dove la caccia alle streghe era condotta dai tribunali secolari, le donne guaritrici erano esposte a gravi rischi. In questa società rurale, le madri continuavano a trasmettere alle figlie trattamenti erboristici e rimedi medici. Molte di queste guaritrici erano donne disabili che comunicavano con “i santi” e da loro ricevevano potere curativo. Donna Rouhier, alla quale i santi apparivano ogni 15 giorni, sembra essere stata epilettica; “aveva frequenti attacchi durante i quali cadeva a terra e raschiava il terreno con le unghie” e in seguito rimaneva scombussolata. [Diricq, pp. 18; 21]
Marie Maigre, la strega di Courtfaibure, da piccola non era in grado di camminare. Si muoveva per le strade del villaggio trascinando il corpo sul terreno. “I suoi santi, che lei chiamava il suo popolo, la guarirono, ma rimase zoppa …” Marie racconta che quando aveva 17 anni, due bellissime donne vestite di scuro vennero a curarla, toccandole gli arti, poi la lasciarono. Fu allora che cominciò a camminare. Otto anni dopo curò un’altra donna zoppa con il loro aiuto, ma sua madre lo scoprì e “la picchiò finché non fluì il sangue.” Probabilmente temeva per sua figlia; fare la strega era un’occupazione pericolosa.
Marie continuò comunque a curare le persone, che venivano da lei da ogni dove. I suoi rimedi includevano lo sfregamento con oli preparati da lei: raccoglieva erbe in determinati orari mentre faceva dei segni e si recava in pellegrinaggio a Dornach per undici venerdì di fila. Col tempo i timori di sua madre si avverarono; fu arrestata nel 1589. Sotto tortura, i suoi santi si trasformarono in un uomo con i piedi ungulati vestito di nero e la sua paralisi fu attribuita a una pera donatale da una strega quando aveva dieci anni. Marie venne bruciata sul rogo. [Diricq, pp. 41-7]
Altri processi alle streghe erano il riflesso della demonizzazione degli erboristi popolari. Claudine Collin, ad esempio, ha raccontato sotto tortura di aver incontrato per la prima volta il diavolo mentre raccoglieva erbe in un campo. [Diricq, p. 87] Marie Joly e Clauda Bruyne, bruciate a Neuchâtel nel 1568, sembrano aver praticato la guarigione e la divinazione. [Horsley, p. 185] Nessuna guaritrice osava definirsi una strega e, se qualcun altro lo faceva, ciò provocava una vigorosa autodifesa. Nella foresta dei Vosgi, ad esempio, le guaritrici negavano di essere streghe. [Monter, circa a p. 170]
L’erborista Marie Martin di Neufville le Roy in Piccardia fu accusata intorno al 1587. Le sue favolose cure gettarono su di lei sospetti: “guarigioni che faceva con le erbe su persone che avevano languito a lungo.” La Martin fu anche ritenuta responsabile della morte di persone e animali. Fu imprigionata, ma negò ogni addebito. Un giudice stava pensando di lasciare andare la guaritrice, “quando uno stregone o un mago venne nella suddetta città e ammise di averla vista in alcune assemblee di stregoni.” Sebbene avesse affermato di aver presieduto queste riunioni, lo stregone non fu catturato né processato. Era un uomo e per questo veniva trattato come un collega nella caccia alle streghe. Il giudice seguì il suo consiglio di radere l’intero corpo di Martin, una procedura che si qualificava più come una forma di tortura che come una ricerca di prove. Trovarono un segno bianco sulla sua spalla sinistra e lo spacciarono per diabolico.
L’esperienza di questa “perquisizione” ha tirato fuori confessioni su “tutto ciò che le venne chiesto,” persino sulla morte del padre del giudice. A questo punto il processo fu rinviato a una corte superiore, che interrogò nuovamente la Martin. I funzionari di Montdidier ritenevano che soffrisse di umori malinconici e di turbamento dello spirito e la misero nelle mani dei sacerdoti. Il Parlamento francese respinse il suo appello e lei fu impiccata e poi bruciata. [Mandrou, p. 95]
Secondo studi condotti a Brema e nello Schleswig-Holstein, in questo periodo la caccia alle streghe nella Germania settentrionale stava travolgendo anche le guaritrici. [Horsley, p. 188, cita Schwartzwalder su Brema e Heberling sullo Schleswig-Holstein.] Qui come altrove, le guaritrici venivano spesso accusate di non essere riuscite a curare qualcuno. Nel 1575 Kattrine Statlander fu processata per aver trattato un uomo con una “polvere malvagia.” [Horsley, p. 188]
La tortura ha fatto nascere racconti di diavoli che fornivano piante dannose alle streghe. Durante i processi svoltisi a Neuchâtel nel 1600, le streghe svizzere affermarono che il diavolo le portò sul fianco di una montagna per insegnare loro l’uso delle erbe malefiche. Nel 1580, tre donne coinvolte in un processo nella Germania settentrionale dissero che i demoni le portarono sul fianco del Brockenberg (una montagna sacra alla dea Holle) per mostrare loro la mortale “pianta del diavolo” [Meurger, p. 380]
Ma il folclore successivo dimostra che nell’Europa centrale queste erbe venivano accolte in modo positivo. I tirolesi chiamavano i posti migliori per raccogliere le erbe i “giardini” o “campi del diavolo.” Le erboriste popolari della Slesia rendevano omaggio a Rübezahl, spirito patrono della guarigione. Raccontavano di un “giardino di Rubezahl” o “giardino del diavolo” posto sul versante orientale del monte Brunnberg. [Ibid, 3p. 81fn]
In Austria, un alto numero di donne accusate di stregoneria erano guaritrici popolari e indovine. Le testimonianze processuali spesso si basavano su “un catalogo virtuale di erbe utilizzate nella medicina popolare” e su incantesimi d’amore, di protezione e atti a impedire ai mariti di bere. [Horsley, p. 186, che cita studi di Byloff]
Tratto da The Terror, Vol XIV della mia collana Secret History of the Witches. Questo volume, ancora inedito, tratta del culmine della caccia alle streghe in Europa, tra il 1500 e il 1700. ©1990 Max Dashu.
La sezione successiva si sposta in Spagna, dove i guaritori furono accusati di “conoscenza non autorizzata”, e di rivalità professionale (medici contro “streghe”) in Gran Bretagna, con discussione sui rituali curativi.
Nota: molti pensano ancora che i roghi siano stati tutti perpetrati dalla Chiesa, che certamente guidò l’accusa inventando l’ideologia diabolista e intentando i processi inquisitoriali; ma dopo il 1500 fu principalmente lo Stato – re, duchi e baroni, magistrati e cittadini – a prendere il posto dell’Inquisizione papale. In Italia quest’ultima si trasformò nell’Inquisizione romana e continuò le sue persecuzioni. La Spagna aveva una propria Inquisizione statale, gestita dai monaci ma amministrata dalla corona spagnola. L’Inquisizione spagnola istruì procedimenti contro le streghe e diede il via ad alcuni roghi; ma era più preoccupata di perseguitare ebrei e musulmani.
Sul vecchio sito:
Una nuova iconografia di Max Dashu
Noi e le streghe
Max Dashu, creatrice dei Suppressed Histories Archives


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