Cinquant’anni dopo, una posta in gioco condivisa è ancora urgente…

Mag 5, 2026 | Matriarcato e Femminismo | 0 commenti

“Dopotutto, la forza trainante del movimento femminista è la convinzione che dovranno essere inventati nuovi metodi e che ciò sia possibile. Le femministe non sono cieche di fronte al pasticcio apparentemente senza speranza che gli uomini hanno combinato.”

Riflessioni su cosa è cambiato dopo mezzo secolo di femminismo, partendo dal saggio Towards a woman vision (Verso una visione delle donne) di Laurel Galana (su Amazon Quarterly, gennaio 1973 [1]) e alla luce delle recenti analisi dei nuovi Studi matriarcali elaborati da Heide Goettner-Abendroth.

Imbattersi in alcune pagine femministe degli anni ‘70 offre l’occasione più unica che rara di riflettere sul nostro presente e su cosa intendiamo per movimento delle donne. Ci permette di valutare quali pratiche e quale linea tenere. A noi pare che la distanza temporale nonché quella geografica vengano annullate dalla profondità dell’analisi e del pensiero che ne scaturisce. Forse perché l’immagine dell’uomo, la sua autoidentificazione, è rimasta la stessa nonostante il restyling della modernità che ha fatto fiorire migliaia di paladine del congedo paterno, del #notallmen, del codice rosso e del cognome materno. La radicalità degli obiettivi, l’autocoscienza e il separatismo diffusi e l’entusiasmo che animava le donne della seconda ondata sono in sintonia con la visione di un femminismo matriarcale che non concede sconti al sistema patriarcale e che persegue il desiderio/la necessità di un’autentica libertà femminile in grado di cambiare nel profondo il modo di abitare questa terra. in altre parole, condividiamo la “posta in gioco”.
Quella che segue è la traduzione dei punti “più politici” del saggio di Laurel Galana[1], di quelle parti cioè in grado di ispirarci ancora e soprattutto oggi, affinché non perdiamo di nuovo la componente rivoluzionaria che la (ri)scoperta delle società matriarcali ci offre. Rimettere le donne e la loro visione al centro è il punto da cui non si può andare in deroga.


Scriveva Laurel a proposito dell’efficacia dei percorsi di liberazione emancipazionisti:

Non si sofferma a elencare le innumerevoli analisi volte a smascherare le istituzioni patriarcali e il loro unico intento: quello di controllare le donne e limitarne la libertà. Sicuramente al tempo erano date per ampiamente conosciute in ambienti femministi, cosa che oggi non darei più per scontata. Le accuse rivolte, ora al neoliberismo, ora al colonialismo, al razzismo, all’ipertecnologia, ai magistrati e chi più ne ha più ne metta, sono posizionamenti critici che spesso fungono da distorsione di massa femminile dal problema principale: la bruttezza e la mancanza di senso della cultura creata dai maschi. Al tempo, dopo aver guardato per 4000 anni, alcune donne avevano visto, ma la cecità di gran parte del femminismo attuale non aiuta certo a vedere la posta in gioco.
Laurel invece vuol mettere sotto il riflettore “il nulla che è” il prodotto culturale maschile e come questo nulla ci colpisce molto più di quanto immaginiamo.più di quanto immaginiamo.

Il problema è rimasto lo stesso. Lo sa bene Daniela Pellegrini e ce lo ripete dagli anni ‘60. Tra le primissime a vedere quanto il pensiero maschile contamini le donne, continua ancora oggi a promuovere l’autocoscienza e a praticarla insieme al separatismo per demistificare i processi che abbiamo interiorizzato e neppure notiamo più. La fascinazione del maschile più che la brutalità del suo dominio mostra la pericolosità di un sistema bestiale. Pellegrini chiama questa cultura il grande bluff del patriarcato. (Link al suo audiolibro Liberiamoci della bestia. Ovvero di una cultura del cazzo).

Per Laurel …-

A sostegno della sua tesi cita diverse scrittrici, come Anaïs Nin:

O come Elizabeth Gould-Davis, che in The First Sex affronta il problema della visione maschile:

Non poteva mancare in questo saggio di Laurel un riferimento a Valery Solanas, la donna che diede seguito al suo pensiero sparando ad Andy Wahrol:

Forse influenzata da Quintessenza (1970)di Mary Daly, Laurel si proietta nello sguardo di una donna del XXII secolo che visita la sua epoca tramite una macchina del tempo: si renderebbe conto dell’affondo che l’arte e la letteratura sperimentali hanno agito nel potenziare la visione maschile verso il NULLA, verso il VUOTO che la caratterizza?

Oggi sappiamo che questi segnali che apparivano così devastanti a Laurel sono perfino diventati più eloquenti, ma pochissime donne riescono a vederli e a interpretarli. L’azione della cultura maschile ha avuto successo nel plasmare il nostro sguardo e la creazione di una nostra visione si allontana sempre di più all’orizzonte. Le armi di distrazione di masse femminili che i ‘Grandi Uomini’ continuano a propagandare con maestria ci stanno facendo accettare un mondo molto poco piacevole. La situazione è sostanzialmente rimasta la stessa, nella prigione in cui in troppe si sentono libere:

Per questo il femminismo dovrebbe continuare a liberarsi dalle pietre miliari dei valori umani costruite e diffuse dagli uomini, “le dobbiamo esorcizzare con la consapevolezza e sostituire con la VISIONE che stiamo sviluppando.”
La visione di cui si parla traspare nel saggio nei tanti versi riportati di poete femministe come Robin Morgan e Adrienne Rich e anche negli scritti di Mary Daly.
Dice Laurel:

Laurel si avvale dei loro afflati per incitare al coraggio.

Di positivo c’è che

Questo saggio ci dice che negli anni ‘70 la spinta a un cambiamento radicale nasceva dal rifiuto totale della cultura e del pensiero maschile, animato dalla speranza e dalla forza di un movimento delle donne in formazione. Entrambe le cose servono ancora oggi, certamente, e serve anche tanta consapevolezza autocoscienziale, ma è importante sapere che quella che ci viene narrata dagli uomini non solo non è la nostra storia ma non è nemmeno tutta la storia. È solamente la narrazione asfittica e menzognera di una parte dell’umanità, la più fallica e la più fallace, a cui posiamo contrapporre millenni di civiltà degna di questo nome, civiltà che i moderni Studi matriarcali stanno riportando alla luce dandoci conferma non solo che la cultura che Laurel e Robin e Adrienne e Mary e tutte le altre ci esortano a creare è già stata realizzata su questo pianeta, ma che i valori che le donne esprimono nella loro visione del mondo sono gli stessi che hanno ispirato le nostre antenate. La nostra visione è durata per un tempo molto più lungo dell’esistenza del patriarcato pericoloso, votato alla bruttezza e al nulla esistenziale che conosciamo bene. È una visione che ci ha sostenuto e che ha reso possibile la sopravvivenza in questi 4000 anni pieni di guerra e violenza, di assurdità e di morte.
Se qualche anno fa era difficile trovare tracce del nostro passato matriarcale e in tante erano scettiche riguardo alla sua esistenza reale, oggi l’utopia si sta a poco a poco trasformando in eutopia. Per questo dobbiamo ringraziare studiose come Marija Gimbutas, Heide Goettner-Abendroth, Judy Grahn, Genevieve Vaughan e tante altre. Il rigetto del potere di sfruttare e dominare, l’orrore per la guerra, la preoccupazione per le generazioni future e per il pianeta che ci ospita ci spingono verso valori alternativi, soluzioni antiche e inedite alle sfide della vita. Ci rimettono ancora una volta in movimento: e i valori matriarcali riscoperti ci forniscono l’ispirazione per cambiare strada.
Condivido con Laurel la scelta delle parole per concludere questa riflessione congiunta, tratte dai versi che definisce, con un gioco di parole, un taliswoman, un talismano a forma di donna per la nostra visione:

[1] Due notizie sulla nascita di Amazon Quarterly. Gina e Laurel, redattrici e fondatrici di Amazon Quarterly, furono ospiti della pensione in Green Street alla fine di luglio del 1973. All’epoca non si firmavano Gina Covina e Laurel Galana, come molte altre lesbiche radicali e secondo una moda che per qualche anno ha attecchito anche in Italia. L’estate precedente avevano iniziato a pubblicare la rivista d’arte femminista lesbica nel seminterrato della loro casa di Oakland, in California. Ora, con il prestito di un camper VW, stavano facendo un giro di tre mesi negli Stati Uniti e in Canada visitando le lettrici del Quarterly. Questa spedizione definita “lesbiche in tutto il paese” avrebbe poi percorso 12.000 miglia, raccogliendo cinquantadue interviste registrate con lesbiche lungo il percorso, oltre a nuove collaboratrici e abbonate.
[2] Il Cock rock è un genere musicale dove sia il ritmo che i testi enfatizzano una forma aggressive di sessualità maschile. Cock significa appunto cazzo. [N.d.T.]
[3] Il termine si differenzia da maschilismo in quanto sottolinea non un atteggiamento anti-femminista, ma un’alleanza tra maschi per mantenere i propri privilegi. Oggi, e forse anche allora in America, potrebbe evocare un’alleanza tra fratelli. [N.d.T.]

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