Riflessioni su cosa è cambiato dopo mezzo secolo di femminismo, partendo dal saggio Towards a woman vision (Verso una visione delle donne) di Laurel Galana (su Amazon Quarterly, gennaio 1973 [1]) e alla luce delle recenti analisi dei nuovi Studi matriarcali elaborati da Heide Goettner-Abendroth.

Imbattersi in alcune pagine femministe degli anni ‘70 offre l’occasione più unica che rara di riflettere sul nostro presente e su cosa intendiamo per movimento delle donne. Ci permette di valutare quali pratiche e quale linea tenere. A noi pare che la distanza temporale nonché quella geografica vengano annullate dalla profondità dell’analisi e del pensiero che ne scaturisce. Forse perché l’immagine dell’uomo, la sua autoidentificazione, è rimasta la stessa nonostante il restyling della modernità che ha fatto fiorire migliaia di paladine del congedo paterno, del #notallmen, del codice rosso e del cognome materno. La radicalità degli obiettivi, l’autocoscienza e il separatismo diffusi e l’entusiasmo che animava le donne della seconda ondata sono in sintonia con la visione di un femminismo matriarcale che non concede sconti al sistema patriarcale e che persegue il desiderio/la necessità di un’autentica libertà femminile in grado di cambiare nel profondo il modo di abitare questa terra. in altre parole, condividiamo la “posta in gioco”.
Quella che segue è la traduzione dei punti “più politici” del saggio di Laurel Galana[1], di quelle parti cioè in grado di ispirarci ancora e soprattutto oggi, affinché non perdiamo di nuovo la componente rivoluzionaria che la (ri)scoperta delle società matriarcali ci offre. Rimettere le donne e la loro visione al centro è il punto da cui non si può andare in deroga.
Scriveva Laurel a proposito dell’efficacia dei percorsi di liberazione emancipazionisti:
“‘Parità di retribuzione per pari lavoro’ è sicuramente il grido di battaglia più debole mai sentito in una guerra con una posta in gioco come la nostra. Il fatto che dovremmo anche solo pensare per un minuto che questo sia un obiettivo significativo e onnicomprensivo è una chiara indicazione di come il patriarcato non sia al di fuori dei ritiri, delle comuni, delle piccole isole al sole dove siamo riuscite a fuggire. E pensare che abbiamo riso dei nostri genitori che, spaventati, hanno costruito rifugi antiatomici nel cortile sul retro, quando tutti sapevano che se fosse mai arrivato l’allarme di un attacco nucleare, non sarebbe certo stato un piccolo buco nel terreno a fare la differenza.”
“Nelle ultime decadi le donne hanno fatto progressi enormi, più velocemente che in ogni altra epoca storica per liberarsi dalle definizioni e dalle istituzioni che ci tenevano prigioniere. Ma dopo che le più vistose sbarre della prigione patriarcale sono state divelte, anche se ci sembra di essere libere, resta solo un’unica cultura patriarcale in cui essere libere.”
“Anche le donne che sono state così fortunate da sottrarsi alla loro prigione personale, sia che si trattasse della famiglia, della chiesa, del matrimonio, dei ricatti economici dei maschi, eccetera, non possono essere libere se non, secondo la visione esistenziale di Sartre, “condannate a esserlo” in un inferno creato dagli uomini. Per questo ‘Parità di retribuzione per pari lavoro’ è sicuramente il grido di battaglia più debole mai sentito in una guerra con una posta in gioco come la nostra.”
Non si sofferma a elencare le innumerevoli analisi volte a smascherare le istituzioni patriarcali e il loro unico intento: quello di controllare le donne e limitarne la libertà. Sicuramente al tempo erano date per ampiamente conosciute in ambienti femministi, cosa che oggi non darei più per scontata. Le accuse rivolte, ora al neoliberismo, ora al colonialismo, al razzismo, all’ipertecnologia, ai magistrati e chi più ne ha più ne metta, sono posizionamenti critici che spesso fungono da distorsione di massa femminile dal problema principale: la bruttezza e la mancanza di senso della cultura creata dai maschi. Al tempo, dopo aver guardato per 4000 anni, alcune donne avevano visto, ma la cecità di gran parte del femminismo attuale non aiuta certo a vedere la posta in gioco.
Laurel invece vuol mettere sotto il riflettore “il nulla che è” il prodotto culturale maschile e come questo nulla ci colpisce molto più di quanto immaginiamo.più di quanto immaginiamo.
“Non so da dove iniziare a descrivere questa “cultura” perché non è BRUTTA solo nelle cose reali che i maschi fanno, ma la sua bruttezza si espande nei paesaggi della mente: nella filosofia, nella psicologia, nella letteratura, nell’arte per citarne alcuni.”
“Anche se lasciassimo gli uomini, non avessimo più figli, scomunicassimo la chiesa, ci licenziassimo dal lavoro, abbandonassimo la scuola ed ereditassimo abbastanza denaro da non dover mai più sopportare la vista di un uomo, SAREMMO ANCORA IMPRIGIONATE NELLA CULTURA MASCHILE, FINCHÉ NON SARÀ ESORCIZZATA E NON CREEREMO LA NOSTRA. Anche se potessimo respingere il costante assalto visivo, sonoro e olfattivo della macchina patriarcale (per non parlare dei veri pericoli fisici come lo stupro e l’omicidio) non potremmo evitare l’inquinamento mentale e spirituale di una cultura patriarcale. Anche se potessimo ignorare l’ambiente contaminato dalla plastica, i neon, il cemento, non respirare lo smog, non sentire il ronzio costante delle autostrade e dei jet, non vedere i pesci e gli uccelli morti sulle spiagge, non provare dolore per le schiene piegate e i volti addolorati di quelli in basso che sostengono quelli in alto, non sentire le notizie della guerra costante, della politica, della devastazione economica ed ecologica, non leggere le etichette incollate sui nostri cibo che ci illustrano che scelta abbiamo tra i veleni che ci mettono a diposizione, non vedere riflessa ovunque la posizione degradata delle donne e delle minoranze razziali, anche se i nostri occhi possedessero il tocco di Re Mida per rendere più tollerabile tutto ciò che gli uomini hanno creato, le nostre orecchie fossero sintonizzate su musica dolce in grado di soffocare il cock rock[2], di coprire il rumore dei martelli pneumatici, degli spari nella notte; e se le nostre narici piene di profumo coprissero il fetore dell’inquinamento – NON POTREMMO ANCORA ESSERE LIBERE DALLA CULTURA PATRIARCALE.”

Il problema è rimasto lo stesso. Lo sa bene Daniela Pellegrini e ce lo ripete dagli anni ‘60. Tra le primissime a vedere quanto il pensiero maschile contamini le donne, continua ancora oggi a promuovere l’autocoscienza e a praticarla insieme al separatismo per demistificare i processi che abbiamo interiorizzato e neppure notiamo più. La fascinazione del maschile più che la brutalità del suo dominio mostra la pericolosità di un sistema bestiale. Pellegrini chiama questa cultura il grande bluff del patriarcato. (Link al suo audiolibro Liberiamoci della bestia. Ovvero di una cultura del cazzo).
Per Laurel …-
“La cultura… è un prodotto dell’uomo: egli si proietta in essa, si riconosce in essa; solo quello specchio critico gli offre la sua immagine.
“Abbiamo trascurato un esame approfondito dei valori che l’uomo documenta nella letteratura, nella filosofia e nelle arti, e siamo state indotte a pensare che la “condizione umana” ivi descritta sia ugualmente nostra. È tempo di dare un’occhiata più da vicino.”
A sostegno della sua tesi cita diverse scrittrici, come Anaïs Nin:
“Lo scrittore agisce sul suo ambiente selezionando il materiale che desidera evidenziare. In ultima analisi, è lui il responsabile della nostra immagine del mondo e del nostro rapporto con gli altri. Lo sguardo negativo e insensibile verso l’altro di uno scrittore crea negli occhi di chi legge l’equivalente delle cataratte. Non solo offusca o deforma la sua vista, ma può anche portare alla cecità totale. L’insensibilità non è operabile. Genera insensibilità.”
O come Elizabeth Gould-Davis, che in The First Sex affronta il problema della visione maschile:
“L’era del mascolismo[3] sta ormai volgendo al termine. I loro ultimi giorni sono illuminati da un ultimo bagliore di violenza universale e disperazione come il mondo raramente ha visto prima…Tutte le riforme sociali sovrapposte alla nostra civiltà malata non possono essere più efficaci di una benda su una ferita aperta e putrefatta… Solo il rovesciamento della bestia di un materialismo maschilista vecchio di tremila anni salverà la razza.”
Non poteva mancare in questo saggio di Laurel un riferimento a Valery Solanas, la donna che diede seguito al suo pensiero sparando ad Andy Wahrol:
“… l’artista maschio, essendo totalmente sessuale, incapace di relazionarsi con nulla al di là delle proprie sensazioni fisiche, non avendo nulla da esprimere al di là dell’intuizione che per l’uomo la vita è priva di significato e assurda, non può essere un artista. Come può colui che non è capace di vivere dirci in cosa consiste la vita? La maggior parte degli uomini, assolutamente codardi, proietta le proprie debolezze intrinseche sulle donne, le etichetta come debolezze femminili e crede di avere punti di forza femminili; la maggior parte dei filosofi, non così codardi, affronta il fatto che le mancanze maschili esistono negli uomini, ma non riesce comunque ad affrontare il fatto che esistano solo negli uomini. Quindi etichettano la condizione maschile come condizione umana, pongono il loro problema del nulla, che li inorridisce, come un dilemma filosofico, dando così statura al loro animalismo, etichettano magniloquentemente il loro nulla come un “problema di identità”, e procedono a blaterare pomposamente sulla “crisi dell’individuo”, l’“essenza dell’essere”, ecc., ecc.”
Forse influenzata da Quintessenza (1970)di Mary Daly, Laurel si proietta nello sguardo di una donna del XXII secolo che visita la sua epoca tramite una macchina del tempo: si renderebbe conto dell’affondo che l’arte e la letteratura sperimentali hanno agito nel potenziare la visione maschile verso il NULLA, verso il VUOTO che la caratterizza?
“Cosa penserebbe, ad esempio, della scultura di lattine di zuppa di pomodoro nei musei, dei concerti suonati dai “sintetizzatori Moog” e composti dai computer, o di un concerto rock in cui l’esibizione si conclude con il chitarrista solista che spacca la chitarra mentre si masturba tra il pubblico? Se la nostra signora visitasse le capitali della cultura di questo paese per trovare il nuovo, lo sperimentale, troverebbe i musei traboccanti di sculture di bidoni della spazzatura, tele bianche e frutta in decomposizione. Il teatro d’avanguardia potrebbe offrirle un po’ di black commedy mentre gli “attori” la insultano e/o la aggrediscono per aumentare il suo ‘coinvolgimento’. Al cinema potrebbe trovare il bestseller della stagione: Gola Profonda.”
Oggi sappiamo che questi segnali che apparivano così devastanti a Laurel sono perfino diventati più eloquenti, ma pochissime donne riescono a vederli e a interpretarli. L’azione della cultura maschile ha avuto successo nel plasmare il nostro sguardo e la creazione di una nostra visione si allontana sempre di più all’orizzonte. Le armi di distrazione di masse femminili che i ‘Grandi Uomini’ continuano a propagandare con maestria ci stanno facendo accettare un mondo molto poco piacevole. La situazione è sostanzialmente rimasta la stessa, nella prigione in cui in troppe si sentono libere:
“Dove non c’è violenza e sesso degradante, c’è un cupo senso in attesa di Godot, o della BOMBA, della caduta del governo, o semplicemente della propria morte.”

Per questo il femminismo dovrebbe continuare a liberarsi dalle pietre miliari dei valori umani costruite e diffuse dagli uomini, “le dobbiamo esorcizzare con la consapevolezza e sostituire con la VISIONE che stiamo sviluppando.”
La visione di cui si parla traspare nel saggio nei tanti versi riportati di poete femministe come Robin Morgan e Adrienne Rich e anche negli scritti di Mary Daly.
Dice Laurel:
“[…] mi concentrerò su queste tre scrittrici nella speranza che possano trasmettere lo spirito che anima tutti i nostri risvegli. Tutte e tre sono giunte alla coscienza femminile nel corso del loro lavoro creativo, quindi i loro viaggi dal sottosuolo sembrano mappe del percorso labirintico di qualsiasi donna che sorgerebbe.”
“…, tutti riecheggiano il tema NO MORE!”
Laurel si avvale dei loro afflati per incitare al coraggio.
“Dobbiamo aspettarci di essere continuamente messe alla prova: alcune di noi si scoraggeranno e si ritireranno, alcune di noi cadranno vittime del simbolismo, altre si accontenteranno troppo presto e salteranno su qualche carro di liberazione umana o proveranno ancora una volta per quella evasiva soluzione individuale nella ‘‘crescita personale’, e ci saranno quelle che rivolgeranno erroneamente la nostra rabbia l’una contro l’altra.”
Di positivo c’è che
“Per la prima volta nella storia documentata un movimento di massa non richiede alcuna diminuzione di sé per il bene della massa”.
Questo saggio ci dice che negli anni ‘70 la spinta a un cambiamento radicale nasceva dal rifiuto totale della cultura e del pensiero maschile, animato dalla speranza e dalla forza di un movimento delle donne in formazione. Entrambe le cose servono ancora oggi, certamente, e serve anche tanta consapevolezza autocoscienziale, ma è importante sapere che quella che ci viene narrata dagli uomini non solo non è la nostra storia ma non è nemmeno tutta la storia. È solamente la narrazione asfittica e menzognera di una parte dell’umanità, la più fallica e la più fallace, a cui posiamo contrapporre millenni di civiltà degna di questo nome, civiltà che i moderni Studi matriarcali stanno riportando alla luce dandoci conferma non solo che la cultura che Laurel e Robin e Adrienne e Mary e tutte le altre ci esortano a creare è già stata realizzata su questo pianeta, ma che i valori che le donne esprimono nella loro visione del mondo sono gli stessi che hanno ispirato le nostre antenate. La nostra visione è durata per un tempo molto più lungo dell’esistenza del patriarcato pericoloso, votato alla bruttezza e al nulla esistenziale che conosciamo bene. È una visione che ci ha sostenuto e che ha reso possibile la sopravvivenza in questi 4000 anni pieni di guerra e violenza, di assurdità e di morte.
Se qualche anno fa era difficile trovare tracce del nostro passato matriarcale e in tante erano scettiche riguardo alla sua esistenza reale, oggi l’utopia si sta a poco a poco trasformando in eutopia. Per questo dobbiamo ringraziare studiose come Marija Gimbutas, Heide Goettner-Abendroth, Judy Grahn, Genevieve Vaughan e tante altre. Il rigetto del potere di sfruttare e dominare, l’orrore per la guerra, la preoccupazione per le generazioni future e per il pianeta che ci ospita ci spingono verso valori alternativi, soluzioni antiche e inedite alle sfide della vita. Ci rimettono ancora una volta in movimento: e i valori matriarcali riscoperti ci forniscono l’ispirazione per cambiare strada.
Condivido con Laurel la scelta delle parole per concludere questa riflessione congiunta, tratte dai versi che definisce, con un gioco di parole, un taliswoman, un talismano a forma di donna per la nostra visione:
“… non siamo mai state così vicine alla verità
delle bugie che stavamo vivendo, ascoltami:
la bellezza che posso immaginare è una fioritura di erba
nel catrame, un’iniezione di energia blu
atomi ammassati in un’incredulità di fondo.
(Adrienne Rich, When We Dead Awakened)
[1] Due notizie sulla nascita di Amazon Quarterly. Gina e Laurel, redattrici e fondatrici di Amazon Quarterly, furono ospiti della pensione in Green Street alla fine di luglio del 1973. All’epoca non si firmavano Gina Covina e Laurel Galana, come molte altre lesbiche radicali e secondo una moda che per qualche anno ha attecchito anche in Italia. L’estate precedente avevano iniziato a pubblicare la rivista d’arte femminista lesbica nel seminterrato della loro casa di Oakland, in California. Ora, con il prestito di un camper VW, stavano facendo un giro di tre mesi negli Stati Uniti e in Canada visitando le lettrici del Quarterly. Questa spedizione definita “lesbiche in tutto il paese” avrebbe poi percorso 12.000 miglia, raccogliendo cinquantadue interviste registrate con lesbiche lungo il percorso, oltre a nuove collaboratrici e abbonate.
[2] Il Cock rock è un genere musicale dove sia il ritmo che i testi enfatizzano una forma aggressive di sessualità maschile. Cock significa appunto cazzo. [N.d.T.]
[3] Il termine si differenzia da maschilismo in quanto sottolinea non un atteggiamento anti-femminista, ma un’alleanza tra maschi per mantenere i propri privilegi. Oggi, e forse anche allora in America, potrebbe evocare un’alleanza tra fratelli. [N.d.T.]


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