Davvero sono esistite società matriarcali?

Lug 6, 2025 | Matriarcato e Femminismo | 0 commenti

Sebbene gli antropologi abbiano creduto per molto tempo che non esistessero società matriarcali viventi e abbiano insistito nell’affermare che non si può ipotizzare che sia mai esistito niente del genere, da più di 50 anni molte culture matriarcali stanno venendo allo scoperto in ogni continente. Gli Studi Matriarcali moderni hanno...

Sebbene gli antropologi abbiano creduto per molto tempo che non esistessero società matriarcali viventi e abbiano insistito nell’affermare che non si può ipotizzare che sia mai esistito niente del genere, da più di 50 anni molte culture matriarcali stanno venendo allo scoperto in ogni continente.

Alle conferenze internazionali di studi matriarcali che si sono tenute in Lussemburgo nel settembre 2003 e a Austin, Texas, nel settembre 2005, le relatrici e i relatori non erano solo antropologi che si permettono di dissentire dalla teoria mainstream sui matriarcati, ma anche donne e uomini di culture matriarcali che sono vive e vegete oggi.
Ad Austin una donna appartenente ai Berberi Kybele del Nord Africa ha parlato delle potenti pratiche femminili che riguardano il parto nella sua cultura e dello shock che ha vissuto quando è arrivata negli Stati Uniti e ha visto come venivano gestite le nascite negli ospedali americani.
Un uomo della cultura Moso ha parlato della loro libertà sessuale e del fatto che il matrimonio non esiste nella loro struttura di clan matriarcale, in cui donne e uomini sono liberi di amare chiunque desiderano, senza il vincolo del matrimonio. Gli uomini fanno visita alle donne la notte nella loro “stanza dei fiori” e la mattina ritornano a casa – nella casa del loro clan materno, dove lavorano a beneficio della famiglia a cui appartengono. Nella loro lingua non ci sono parole per marito o per padre, perché presso i Moso non esistono tali ruoli sociali e non esistono accordi matrimoniali. Il fratello della madre aiuta a crescere i figli della sorella. Quindi non mancano i modelli maschili di riferimento, non ci sono madri single, non ci sono bambine/i illegittimi, non c’è violenza domestica e non ci sono suoceri!

Non trovate che l’importanza sociale del matrimonio sia molto controversa alla luce della nostra attuale situazione? In Italia il 48% dei matrimoni finisce in separazioni e divorzi mentre in altre nazioni come la Lituania e la Romania la percentuale sfiora il 75%. Negli Stati Uniti i matrimoni che falliscono sono il 50%. Inoltre sempre negli USA due terzi dei padri non pagano gli alimenti previsti dalla legge. In altre parole, l’istituzione matrimoniale è quasi sinonimo di fallimento.
Trovo incredibile che ancora oggi siamo così legate al matrimonio coniugale; perfino le coppie gay e lesbiche lo richiedono e, se possono farlo, vi ricorrono. Ricordo la mia riottosità a sposarmi – non ci credevo, non ne capivo il senso… eppure l’ho fatto! Quindi per quando possa sembrare illogico mi interrogo su quanto il matrimonio sia carico di significato simbolico se ancora oggi così tante persone “lo vogliono”.
Penso alle Amazzoni e di come il termine che le definisce sia stato “tramandato” nell’accezione di “senza un seno” mentre il vero significato della parola è “senza marito”. Le Amazzoni appartenevano alle ultime culture con strutture claniche matriarcali. Quando i loro vicini patriarcali, gli Sciti, vennero in contatto con loro rimasero colpiti dal fatto che non avessero l’istituzione del matrimonio. Nelle antiche tribù matriarcali le donne erano leader religiosi, celebravano rituali per la comunità, e da tempo immemore performavano atti sciamanici oltre che rivestire ruoli nella gestione dell’economia del clan ed essere responsabili delle reti sociali e politiche. Le potenti donne sciamane dell’Età del bronzo e del ferro – sovente sacerdotesse o regine dei loro clan e popoli – furono fatte prigioniere dagli invasori indoeuropei e sposate con la forza (con una forma istituzionale chiamata “matrimonio misto”). Probabilmente molte di noi si ricordano i libri di storia antica pieni di donne d’alto rango che venivano sottratte alle loro tribù per diventare mogli-trofei dei capi degli invasori patriarcali. Penso alle storie romanzate che ancora oggi vengono studiate a scuola: quelle delle troiane Elena e Cassandra, quella di Medea della Colchide. Una lista infinita di donne di lignaggio regale che vennero portate via come schiave nell’Età del bronzo.
Nella successiva Età del ferro le spose regali erano semplicemente scambiate/barattate tra re di diverse regioni, attraverso contratti che sancivano alleanze o addirittura in cambio di cavalli e armenti.

Vicki Noble scrive che le sepolture delle sacerdotesse sciamane ritrovate nel Vicino oriente e in Asia centrale erano molto ricche di offerte ed elaborati manufatti, e i loro costumi assomigliavano moltissimo agli abiti nuziali delle spose di epoche successive. Ancora oggi, in molti luoghi dell’Eurasia, il costume tradizionale della sposa è chiaramente reminiscente di ritrovamenti archeologici antichi di migliaia di anni. I corredi delle sacerdotesse nel tempo sono stati trasferiti, virtualmente intatti, come parafernali alle spose. In un saggio Noble si interroga sul “desiderio di andare all’altare che le donne hanno ancora oggi, con la speranza di vivere un giorno speciale. Forse desideriamo ritornare a essere la sacerdotessa, la donna sacra, l’incarnazione vivente della Dea stessa. Eppure ancora oggi il concetto di donna sacra è qualcosa di anomalo – di strano.
Il termine sacro e il termine donna nei tempi antichi di fatto erano sinonimi: tutte le donne erano sacre. I ritrovamenti sparsi in tutto il mondo di figurine, murales, contenitori e ciotole con forme femminili e persino di templi a forma di donna come quelli di Malta, ci parlano di un’altra civiltà e contrastano con l’oggi in cui il concetto di sacralità femminile è davvero sconosciuto (unica eccezione le sante, che appunto sono sante e non sacre).

Sacro è una parola che genera imbarazzo come la parola femminista o come quando una donna si definisce seguace della dea. Gli antropologi e gli archeologi hanno messo in atto una sorta di demonizzazione delle potenti conoscenze delle donne del passato, come avevano fatto a suo tempo le religioni chiamandole streghe e accusandole di sortilegio. Hanno tolto dagli altari le sacre rappresentazioni del corpo femminile e ancora oggi seppur con intensità minore il termine strega rimanda a una donna sì magica, ma anche “manipolatrice”. Nell’immaginario collettivo sono rimasti lo sciamano e la strega, cioè due pesi due misure – gli uomini potenti che fanno del bene e le donne malvage che praticano una magia che danneggia.

Voglio ricordare la frase coniata negli anni ‘70 dalla tealoga femminista Mary Daly:“Viviamo in una società inversa – effetto del patriarcato”. Quindi se la nostra è tuttora una società inversa – e il fenomeno è globale – tutto ciò che riguarda la donna è demonizzato a partire dai misteri del sangue (al centro delle pratiche sciamaniche femminili da millenni) per arrivare alla sessualità della donna che invece di essere un portale verso la liberazione è degenerata in una merce che viene venduta, acquistata e commercializzata ovunque con il fenomeno del trafficking che nutre una pornografia pervasiva, divenuta una tra le industrie più redditizie del mondo.
Invito a leggere il report annuale di Amnesty Inernational: ancora oggi le violenze e gli abusi contro le donne sono in cima alle graduatorie delle violazioni dei diritti umani, in particolare per il numero di donne “usate” come schiave sessuali, l’uso deliberato e intenzionale dello stupro come tattica (o arma?) di guerra e, più grave in assoluto, il numero di abusi domestici sulle donne sempre in crescita esponenziale tanto da definirlo una pandemia.
E allora torniamo al matrimonio…È diventato il luogo dove le donne NON sono al sicuro, e rischiano la salute, la vita e non solo la loro ma anche quelle dei e delle figlie. Quindi perché non raccogliere la suggestione di Mary Daly e invertire la prospettiva, guardando alle società in cui le donne (e gli uomini) vivono in pace, senza violenza, dove le condizioni di vita permettono di crescere bene figlie e figli?

Grazie agli Studi Matriarcali moderni che hanno ridefinito il termine che l’accademia aveva rovinato oggi Matriarcato significa “all’inizio le madri” (arché nella sua accezione non di potere ma di origine) e non implica un ruolo di dominio delle donne.
Possiamo lasciarci ispirare da queste culture egalitarie e cominciare a creare forme di convivenza che non si focalizzino sulle relazioni con “Mr. Right”, smettendo di ricercare una base sicura nel contratto di coppia con un uomo.
Portiamo il discorso su un diverso livello: si può creare una struttura matriarcale oggi? Sìììì! Con amiche e compagne, non tante, ma due o tre; loro saranno la nostra base sicura per gestire casa, allevare bambini e supportarci l’un l’altra. Gli uomini, gli amanti, i padri, possono andare e venire (che di fatto viste le percentuali di cui prima è già quello che fanno) e noi rimaniamo centrate – al centro della nostra vita e insieme ad altre donne, creando una nuova forma di clan. 
Vergine non significa una donna che non ha rapporti sessuali bensì una donna che appartiene a sé stessa. Le Amazzoni non sono un incubo per gli uomini, non sono le donne con un’ascia, bensì donne indipendenti/autonome. Femminismo non è una parola sporca o desueta ma ancora oggi un movimento attivo e globale che continua a dedicarsi a pratiche di demistificazione del patriarcato e di liberazione delle donne.
Invochiamo per tutte che si riattivi l’Amazzone che è dentro di noi e che lei ci riporti a una dimensione autentica di noi stesse, al centro della nostra vita e al centro di nuove forme di comunità.

E che questo possa diffondere condizioni di pace e vita egualitaria e giusta per tutte e tutti.

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