È la parità con gli uomini quello che davvero vogliamo?

Nov 9, 2025 | Matriarcato e Femminismo | 0 commenti

Francesca

La scelta emancipatoria, che sembrava aver dato qualche risultato, ci si sta rivoltando contro. Meglio accogliere le suggestioni che ci offrono le società matriarcali, dove le donne non hanno mai perso la centralità.

Questo breve saggio, Cacciatori e raccoglitrici di Tanis Walter e Edie Black, comparso sulla rivista Second Wave, vol. 3 n. 4, 1974, testimonia come l’entrata delle donne nelle università abbia contribuito a cambiare la narrazione stereotipata del ruolo della donna in parecchi ambiti. Quella che ancora oggi sembra una conquista femminista, cioè l’aver posto una raccoglitrice accanto al Grande cacciatore, già da allora veniva analizzata più in profondità per restituire al nostro sesso l’importanza e la centralità che le donne e le loro attività hanno avuto in un passato lontano, e che in alcune società hanno mantenuto fino a oggi. (Vedi anche La sporta di Ursula Leguin.) Attualmente la parola d’ordine sembra essere “Anche le donne erano cacciatrici”, come se il punto fosse quello di raggiungere una parità postuma con gli uomini. Ma le donne erano qualcosa di diverso, come si evince da quest’incisione rupestre risalente al 10/6000 a.C., ritrovata in una Grotta preistorica del sito di Tiout nell’Oranais meridionale (Algeria). Un’antenata benedicente, simbolicamente madre del cacciatore – vedi la linea che come un cordone ombelicale lo collega al suo ventre – e dell’animale – il cerbiatto davanti a lei – regola dall’alto della sua saggezza la venagione, in modo che non venga impedita la rinascita delle prede. Il rito di rappacificazione con la fauna dopo l’uccisione di un animale è stato riscontrato in moltissime società indigene del Nord America e del Nord Europa. Senza la conquista americana e l’avvento del patriarcato europeo non sarebbe avvenuta la riduzione ad appena 300 individui di 60 milioni di bisonti nel giro di poco più di un centinaio d’anni. Nel corso del XIX secolo i coloni che avevano occupato le terre dei nativi americani, iniziarono a uccidere i bisonti a milioni per cibarsene, per motivi commerciali, ma anche per sport e soprattutto per privare i nativi del loro più importante patrimonio naturale, inducendoli così alla resa e a trasferirsi nelle riserve.

Cacciatori e raccoglitrici

di Tanis Walter e Edie Black

I vecchi stereotipi conoscono una lenta ma persistente morte. E questo è particolarmente vero per l’idea che abbiamo dell’uomo cacciatore e della femmina raccoglitrice in quelle società che hanno lo stesso livello economico della cosiddetta Età della pietra. Il mito del cacciatore: è fisicamente forte, quasi brutale, porta a casa la carne per sua moglie e i bambini, che sono totalmente dipendenti dalla sua abilità di cacciatore per sopravvivere. In virtù di una maggiore aggressività, dell’essere indispensabile economicamente e per la sua innata capacità di comandare, domina la famiglia, soprattutto la moglie. È l’artefice e l’innovatore di ogni progresso culturale. E sua moglie, la raccoglitrice? La sua attività è limitata dalla biologia, dalla debolezza fisica innata e dalle funzioni legate alla riproduzione. Si accovaccia intorno al fuoco incinta e allatta il suo annuale bambino. Si rivolge al Cacciatore per essere protetta. Lei è la sguattera che cucina, si occupa della casa e trasporta grandi carichi, perché le mani dell’uomo devono essere libere per cacciare e difendere la sua famiglia. Nel tempo libero può anche allontanarsi dall’accampamento per dissotterrare qualche misera radice, ma è chiaramente subordinata all’Uomo. Abbiamo qui il rapporto che esiste oggi tra un marito e sua moglie negli Stati Uniti. Coincidenza? Oppure questo quadro antropologico è semplicemente una proiezione della moderna famiglia nucleare sul passato? Forse la propaganda antropologica ci ha venduto una fregatura. L’antropologia tende a riflettere un forte pregiudizio maschile, così come tutte le scienze sociali. Se esaminiamo i dati delle società di caccia e raccolta contemporanee da una prospettiva femminista, possiamo iniziare a correggere questo pregiudizio e a ricostruire la nostra storia. Gli uomini cacciano mentre le donne raccolgono. Tendenzialmente il quadro è accurato, ma la divisione del lavoro non è così rigida come si è portati a credere. Ad esempio, le donne pigmee dei Mbuti partecipano alla caccia e in molte altre società sono le donne a pescare per la maggior parte del tempo, mentre agli uomini non è proibito raccogliere se un tubero succoso cattura la loro attenzione. La nostra visone della caccia è stata spesso distorta. Ci viene raccontato il suo lato romantico, l’eccitazione, l’avventura, le emozioni e l’amicizia tra i cacciatori del gruppo. Non ci vengono raccontate le infinite, spesso infruttuose, giornate trascorse a seguire le prede, le ore di attesa al buio, l’isolamento e la solitudine che soffrono i cacciatori che devono rimanere strategicamente invisibili e silenziosi. Per contro, il lavoro delle donne è solitamente descritto come monotono e noioso – non ci vengono raccontati i legami di sorellanza che si sviluppano durante le lunghe ore della raccolta passate chiacchierando in tranquillità. Dato che richiede una grande conoscenza dei frutta, noci e tuberi commestibili, la raccolta richiede un’abilità tanto quanto la caccia. Tra i boscimani della tribù G/wi una “…la competenza nel campo della botanica… posseduta dagli adulti G/wi… viene trasmessa alle ragazze mentre sono fuori insieme alle loro madri e alle altre donne del gruppo. Imparano a riconoscere le specie buone da mangiare [commestibili] e quelle utili, quali sono le stagioni in cui sono disponibili, in quali luoghi e insieme a quali altri vegetali si possono trovare.” [1] Spesso le zone ricche di cibo non sono immediatamente evidenti e solo una conoscenza approfondita della zona può avere successo. La lavorazione di questi alimenti richiede abilità: gli indiani della California si nutrivano principalmente di ghiande che dovevano essere sbollentate per rimuovere l’acido tannico, una tecnica quasi certamente sviluppata dalle donne. In termini economici, l’Uomo cacciatore in realtà non porta a casa la maggior parte del cibo. Ad eccezione degli Eschimesi,[2] la maggior parte delle società di caccia e raccolta vive principalmente del cibo fornito dalle donne – che varia dal 60 all’80 per cento di tutto l’approvvigionamento, a seconda della società.[3] La caccia non è essenziale per soddisfare il fabbisogno proteico, poiché questo tipo di cibo ha bisogno di essere nutrizionalmente equilibrato. La maggior parte delle società di raccolta e caccia sono lontane dall’esistenza di sussistenza che soddisfa i bisogni immediati spesso immaginata. Sebbene poche di queste società immagazzinano cibo o sviluppano un surplus, raramente sperimentano la scarsità e in genere dedicano proporzionalmente poco tempo all’approvvigionamento alimentare. Alcuni antropologi oggi definiscono la società di caccia e raccolta la ‘società originaria del benessere’[4] – e la sua ricchezza si basa principalmente sulle attività economiche delle donne. L’uomo faber è un altro stereotipo diffuso. Gran parte degli utensili rinvenuti nei siti archeologici sono quelli associati alla lavorazione degli alimenti: chopper, raschietti, denticolati – molto probabilmente strumenti da donna –, anche se solitamente si pensa alla fabbricazione di attrezzi dell’Età della pietra in termini di punte di freccia e altre armi. La debolezza delle donne è un’altra proiezione culturale: in molte società le donne sono considerate il sesso più forte. Poiché le mani dell’uomo devono essere libere per difendersi, le donne trasportano gli effetti personali e i bambini piccoli da un campo all’altro —carichi che in media variano dai 25 ai 50 chili. Poiché il loro sviluppo muscolare è stato favorito fin dall’infanzia, a differenza del nostro, sono in grado di trasportare tali carichi senza grandi sforzi. Ecco uno dei numerosi esempi: tra i Chenchu, un popolo di raccoglitori dell’India “donne anziane che sembrano tutte pelle e ossa lavorano instancabilmente per estrarre tuberi e trasportare legna e acqua senza il minimo segno di stanchezza.”[5] L’uomo è descritto come fisicamente forte; la donna è descritta come gravata dalla sua biologia, dalla sua debolezza fisica e dalle sue funzioni riproduttive. Le donne svolgono un certo ruolo biologico nella società, così come gli uomini, ma è raro sentir dire che l’uomo primitivo fosse biologicamente limitato perché non poteva avere figli. In tutte le società da noi studiate, la base della divisione del lavoro sembrava essere il fattore rischio piuttosto che la forza. Nelle società nomadi di cacciatori-raccoglitori, gli uomini, in base alla loro spendibilità in termini di sopravvivenza della specie, sono relegati alle funzioni più pericolose, come la caccia e la difesa. Così come la forza fisica è culturalmente correlata, lo è anche il dolore provato dalle donne durante il parto. Esistono numerosi esempi di donne che hanno partorito e sono tornate a partecipare pienamente alla società nel giro di poche ore. Tra i pigmei Mbuti “è probabile che la madre sia a caccia o in viaggio da qualche parte quando è il momento del parto, visto che la sua attività diminuisce durante la gravidanza. Si dice che il parto avvenga facilmente e che le complicazioni si verifichino solo di rado… Entro due ore dalla nascita, se questa è avvenuta in un campo, di solito la madre compare sulla soglia della capanna tenendo tra le braccia il fagottino avvolto in un tessuto di corteccia. Se la nascita avviene durante uno spostamento entro lo stesso lasso di tempo continuerà il viaggio.”[6] Nonostante la favola dello stereotipo della donna unica responsabile della cura e dell’alimentazione di un’enorme covata di bambini – la tipica casalinga di periferia sprovvista di elettrodomestici moderni – l’educazione dei figli, una volta svezzato il bambino, è responsabilità della famiglia allargata. I piccoli non sono visti come un peso – un concetto questo che potrebbe essere una proiezione degli atteggiamenti dell’industria moderna nei confronti della gravidanza e dell’educazione dei figli. I padri socializzano i ragazzi negli ultimi anni “dell’infanzia”, insegnando loro la fabbricazione delle armi e le tecniche della caccia; le madri socializzano le ragazze insegnando loro la fabbricazione di cesti e capanne, e le addestrano alla raccolta e alla lavorazione del cibo. Vorremmo sfatare due miti specifici riguardanti le donne delle società di caccia e raccolta. A causa dell’ignoranza’ della maggior parte degli antropologi[7] riguardo alle attività delle donne, si ritiene che la funzione cerimoniale delle donne aborigene australiane sia di gran lunga inferiore a quella degli uomini. Berndt e Berndt, che hanno indagato sulle attività cerimoniali femminili, hanno concluso quanto segue: “…[La donna aborigena] si è sempre mantenuta in quella che potrebbe essere descritta come uguaglianza con gli uomini – economicamente, sessualmente e persino per ritualmente.”[8] Infatti “in passato non veniva data sufficiente importanza al ruolo svolto dalle donne aborigene, essendo oscurato [agli occhi di osservatori maschi forse pieni di pregiudizi] dal ruolo più ovvio e spettacolare degli uomini.”[9] Gli Eschimesi sono alquanto noti per i loro scambi di mogli – più precisamente di coniugi, poiché le mogli hanno la stessa probabilità dei mariti di accedervi. Diamond Jenness, nel suo delicato libro The People of the Twilight, descrive la sua sorpresa quando una donna si è unita alla sua guida sul sentiero: “Questa donna aveva apertamente effettuato una sostituzione di mariti per alcuni giorni per visitare i suoi parenti; e c’erano momenti in cui gli uomini sembravano scambiarsi mogli senza nemmeno quella scusa. Avevo letto di questa usanza nei libri, ma l’impatto è stato diverso quando è successo davanti ai miei occhi senza il minimo tentativo di nascondere la cosa… non stavano commettendo alcuno sgarro secondo gli standard di vita tramandati da innumerevoli generazioni. Il trasferimento di matrimonio non avveniva indiscriminatamente, ma secondo regole precise. Un uomo aveva spesso mogli in una mezza dozzina di tribù, alcune delle quali le vedeva solo una volta nella vita e anche le mogli avevano altri mariti… Uno straniero in una tribù eschimese era un potenziale nemico che poteva essere ucciso a vista; ma con questo sistema di scambio temporaneo delle mogli i nativi potevano viaggiare in sicurezza da una parte all’altra del paese.”[10] Consapevoli dell’importanza economica e della forza fisica delle donne, è ancora possibile concepire gli uomini come dominanti in queste società di caccia e raccolta? È difficile cancellare quest’ultimo brandello di stereotipo, ma nella maggior parte di questi esempi emerge chiaramente l’immagine di una società relativamente egualitaria. Le loro dimensioni non hanno generato gerarchie e, poiché non c’è surplus economico per cui lottare, c’è poca competitività. Gli uomini sono preminenti nella caccia, le donne nella raccolta e lavorazione del cibo; sebbene alcuni individui si distinguano o esercitino un’influenza insolita, il sesso non sembra essere un fattore discriminante. Se l’individuo è maschio, gli antropologi tendono a sottolineare la sua dominanza mentre una donna di spicco è troppo spesso vista come la moglie assillante di un marito succube. Un recente programma televisivo sui Tasaday delle Filippine esemplifica questo pregiudizio: il conduttore ha riconosciuto il ruolo di primo piano svolto da una donna in questa società, ma non è riuscito ad accettarlo come una vera leadership e l’ha definita una” personalità sgradevole”. Indagare su queste prime società aiuta a sfatare i miti che marchiano le donne come inferiori. Sapere di aver avuto una lunga, lunghissima storia di importanza economica e sociale ci restituisce rispetto per noi stesse, mentre sapere che i nostri ruoli nella società non sono determinati biologicamente ci dà la possibilità di un futuro più giusto.

  1. George B. Silberbauer, “The G/wi Bushmen,” in Hunters and Gatherers Today, a cura di M.G. Bicchieri, Holt, Rinehart and Winston, New York, 1972, p.287.
  2. Le Eschimesi, che non cacciano, rivestono un ruolo di vitale importanza come fabbricatrici di abiti senza i quali tutti, compreso l’Uomo cacciatore congelerebbe. Vedi Farley Mowatt, People of the Deer, Pyramid Books, New York, 1968, p. 117-119, per un’esaustiva spiegazione dell’importanza del vestiario per gli Eschimesi.
  3. Elman R. Service, The Hunters, Englewood Cliffs,Prentice-Hall, Inc., New Jersey,1966, p.11.
  4. Marshall Sahlins, “Notes on the Original Affluent So ciety,” in Man the Hunter, a cura di Irven DeVore, Richard B. Lee, Aldine, Chicago, 1972, p.85.
  5. C. von Furer-Haimendorf, The Chenchus, Macmillan, Londra, 1943, p.19.
  6. Colin Turnbull, Wayward Servants, Eyre and Spottiswoode, Londra, 1966, p.129.
  7. Le eccezioni sono Kaberry, Berndt e Berndt, che hanno rotto con l’abitudine di ignorare le donne aborigene per studiare in profondità solo gli uomini. Le donne non sono state semplicemente prese in considerazione.
  8. C.H. Berndt e R.M. Berndt, Sexual Behavior in Western Arnham Land, Viking Fund Publications in Anthropology #16, 1951, p.52.
  9. Catherine Berndt, “Women’s Changing Ceremonies in Northern Australis,” L’Homme, I (1950), p.24.
  10. Diamond Jenness, The People of the Twilight, The University of Chicago Press, Phoenix Books,Chicago, 1964, p.53-54.

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