È sempre più utile nel nulla che avanza rivolgere all’indietro lo sguardo per cercare la radice da cui è scaturito il presente. Più che attribuire al femminismo radicale una vaga profondità (“andare alla radice”, nelle parole laconiche di una quotata del settore), ripercorrere i passaggi che ci hanno portato all’attualità offre l’occasione di vedere gli errori fatti nel rincorrere i diritti senza tener conto della mole di studi e riflessioni che il pensiero delle donne in movimento che ci hanno preceduto ha messo a disposizione di tutte noi. È in quest’ottica che il saggio del 2010 di Agnès Échene – di cui trovate la traduzione qui sotto – appare quanto mai illuminante per ripercorrere la storia dell’emergere del padre “nuovo” o, per meglio dire, “rifatto”, quello che le donne sognavano negli anni ’50 e che non solo si assumeva le proprie responsabilità impalmando la madre, ma si poneva in attiva presenza genitoriale trascurando il pallone e gli amici (e spesso le altre). Beh, il sogno si è avverato e si è trasformato nell’incubo della Legge 54 senza che nessuna paritaria se ne accorgesse. Siamo passate dal rincorrere il nostro amore affinché riconoscesse e mantenesse i suoi figli generati con noi al cercare di non farceli portare via. Tutto nel giro di poco più di 50 anni. Cambiamento antropologico? La specie si sveglia con un desiderio inedito di paternità? Sindrome del pinguino? Niente di tutto questo, siamo animali sociali e ancora le donne faticano a capire che viviamo in un patriarcato e che il ruolo paterno è il ruolo di potere su cui si basa l’intero costrutto della nostra organizzazione sociale. Un po’ come a dire “il padre è morto, viva il padre” in questi aforismi surreali che infestano il nostro sapere. Quindi non più codici Rocco sul delitto d’onore, non più donne ignoranti relegate in casa (lo studio ci rende libere!), non più cittadine inibite per indigenza nello sport del secolo che è il consumo, ma diritti su diritti (soprattutto sulla carta): l’importante è che il potere maschile mantenga la sua presa, anche se in modi stravaganti che profumano di progresso. Si ricade così sul vecchio modello di famiglia con il padre – nemmeno necessariamente eterosessuale – che mantiene resta sul piedistallo a ogni costo. La madre-compagna non si accontenta più? Denuncia le violenze? Organizza altrimenti il suo ruolo materno? Ma la famiglia basata sull’amore non può dichiarare disfatta nemmeno di fronte all’evidenza, il suo feticcio deve restare in piedi. Ecco allora che scatta l’affettività, nemmeno tanto timidamente ma con una ritualità ben precisa che approda, oggi lo sappiamo, nel vittimismo della Pas, nella bigenitorialità che difende i diritti del minore e tutto l’apparato narrativo che racconta dei nuovi padri. E siamo noi ad averli voluti presenti, attaccate oltre a ogni ragionevole dubbio al sogno d’amore. Agnès Échene ha voluto analizzare bene cosa entrava in gioco fin dalla sala parto e ha posto in tempi non sospetti le domande che andavano poste, prima di brindare, come succede ormai troppo spesso, alle vittorie delle Pirre… Con questo saggio ha descritto il glamour della partecipazione del padre alla nascita, senza dimenticare però che quello che caratterizza oggi il modello famigliare di coppia è la separazione. Ma noi, ancora una volta, siamo rimaste a guardare senza vedere…
La partecipazione del padre alla nascita…
uno sguardo al periodo successivo alla separazione
di Agnès Échene
Abstract
Questo studio mira a mettere in luce una delle evoluzioni della famiglia occidentale: l’uomo prende al suo interno un posto sempre più importante nella relazione con i propri figli. Dal concepimento, al quale partecipa consapevolmente, fino alla genitorialità alla quale partecipa più che mai, passando per il taglio del cordone ombelicale e il primo bagnetto, il padre si impegna intensamente nella vita del neonato, del lattante e poi del bambino. Tuttavia, la società odierna vede un numero sempre maggiore di coppie disgregarsi e, dopo la separazione, i figli vengono affidati principalmente alle madri. I padri si stanno battendo più che mai per ottenere qualcosa di più del tradizionale diritto di visita. Nessuna soluzione sembra essere soddisfacente, il che mette in discussione la struttura familiare stessa.
Questo lavoro si basa su 10 interviste con padri separati presenti alla nascita dei loro figli, contattati tramite un’associazione focalizzata sul parto in casa.
Parole chiave
Parto in casa, famiglia, padre, separazione.
Lo scopo di questo studio[i] antropologico è quello di mettere in luce una configurazione particolare e inedita in Occidente, quella delle famiglie in cui l’uomo occupa un posto nuovo, più vicino alla donna durante il parto e al nuovo nato; di evidenziare nello stesso tempo l’atteggiamento etico di questi padri molto impegnati quando si verifica la rottura coniugale; di mettere finalmente in luce le difficoltà a cui porta questo nuovo assetto, tutti quegli aspetti cioè che possono mettere in discussione la pertinenza di un tale investimento paterno – o addirittura la configurazione della famiglia occidentale. Si osserva infatti una congiuntura problematica, se non impossibile, dei progetti maschili e femminili nei confronti del bambino e della famiglia; se il secondo è abbastanza noto a un ampio pubblico grazie alla diffusione sociale delle rivendicazioni femministe, il primo lo è un po’ meno, se non come un’espressione mascolinista[ii] che gode di una cattiva reputazione. Era quindi importante ascoltare una parola maschile, qui paterna, su ciò che ha di soggettivo; questa visione soggettiva è infatti all’opera nelle lotte di un numero crescente di padri separati per ottenere la residenza alternata, o addirittura l’affidamento esclusivo dei figli. Si trattava di esplorare il loro investimento nella vita della prole per poterne trarre un eventuale legame con la loro combattività durante le separazioni.
Il bisogno delle donne di assumersi, di fronte a una separazione, delle responsabilità e agire un equilibrio genitoriale educativo verso i figli è riconosciuto (Cadolle, 2000), così come la necessità dei bambini di avere un riferimento paterno, presente e stabile (Hobson, 2002). Il bisogno delle madri di stare con i figli è legittimo e spesso soddisfatto, i desideri (e le necessità) dei bambini vengono raramente ascoltati, il bisogno dei padri di tenere i propri figli è legittimo ma spesso ignorato. Non c’è alcun mistero in questo: un bambino non può vivere contemporaneamente con persone separate. La giustizia deve quindi fare una scelta tra i due genitori, così il più delle volte il bambino viene affidato alla madre – cosa contro cui si oppongono molti padri (non tutti) e associazioni come SOS PAPA che ne denunciano la disuguaglianza e il sessismo. Questa asimmetria delle scelte sociali dipende innanzitutto dalla consuetudine, sia da parte del pubblico che da parte della giustizia. Le nuove disposizioni del diritto, integrando l’evoluzione dei costumi, permettono alcuni cambiamenti che gli interessati trovano molto timidi. Stanno iniziando a comparire numerosi studi che valutano gli effetti di questi cambiamenti; la “residenza alternata” per esempio risulta un argomento controverso.
Se i bambini possono andare incontro a situazioni di vita difficili, lo stesso vale per i padri e le madri. Dopo l’attenzione rivolta ai bambini, dopo aver osservato e compreso le lotte di donne e madri, oggi abbastanza ben documentate, è impossibile (e irresponsabile) occultare la posizione paterna, che appare in una “parola” certamente soggettiva, ma altrettanto preziosa di quella delle donne in ambito femminista. Lo studio riportato in questo articolo è stato condotto nell’Aveyron nell’ambito dell’associazione Naître à la maison (oggi chiamata Le Cordon). Fondata nel 1982, al termine delle grandi lotte del Larzac[iii], da Joëlle Le Goff, un’ostetrica che praticava il parto a domicilio (AAD), quest’associazione raggruppa coppie determinate a far nascere i propri figli “a casa”. Se i pionieri degli anni ’80 erano del tipo detto “baba cool”, le persone che oggi praticano l’AAD in Aveyron e altrove non hanno lo stesso profilo. La tendenza inizialmente tipica di uno stile di vita e di un gruppo sociale marginale si è poi esteso ad altri ambienti. La mia indagine si è svolta nel 2008 e 2009 sulla base di interviste con dieci padri separati che hanno partecipato alla nascita di venti bambini, tra cui i più grandi hanno oggi vent’anni; per due padri queste nascite sono avvenute durante una seconda unione, i loro primi bambini sono nati senza che fossero presenti al parto. I nostri colloqui – semi-strutturati, registrati e trascritti – si sono svolti sia a casa loro che al bar; ho anche avuto accesso a testi scritti da alcuni padri poco tempo dopo le nascite.
Nel corso di quest’indagine, ho potuto raccogliere narrazioni di ricordi felici e di un crollo, racconti di sofferenze e lotte, racconti anche diversi, singolari, a volte pittoreschi, ma legati da un filo rosso: la volontà dei padri di essere vicini ai loro figli. Oggi la presenza del padre appare inevitabile al momento della nascita, a tal punto che i futuri padri e le future madri sembrano non interrogarsi più sull’argomento ed è diventato difficile per un uomo rifiutare di essere presente al momento del parto della sua compagna e problematico per quest’ultima esprimere il desiderio di non condividere quel momento. La nuova usanza si impone a tutti con la stessa forza e i padri incontrati in Aveyron non sfuggono a questa sorta di obbligo di cui non sono consapevoli. Tuttavia, è stato dimostrato che alcuni padri sono profondamente impegnati nel loro ruolo pur rifiutandosi di sottostare a questa ingiunzione. Le parole dei padri sono state prese in considerazione nella loro soggettività e nella loro eventuale parzialità; non si è mai parlato di confrontarle con quelle delle ex compagne, dei figli o degli assistenti sociali e degli avvocati. Si trattava di prendere in considerazione l’esperienza dei padri in parallelo a quella delle madri, meglio conosciuta, non per confrontarle o contrapporle, ma con lo stesso approccio di empatia e ascolto del modo in cui sono vissute le mutazioni della famiglia occidentale.
Una paternità dalle molte aspettative
L’amore e il desiderio di figli
Tutte le coppie dello studio sono state in grado di pianificare il parto. È a partire da questa libertà che il desiderio di avere un figlio ha potuto manifestarsi in entrambi i genitori. Nel contesto attuale, il bambino è facoltativo e bisogna (in linea di principio) volerlo affinché sia concepito. La gravidanza non è più una sorpresa, è un progetto, e un progetto a due per tutti i nostri interlocutori.
Se le donne in generale manifestano frequentemente il desiderio di avere un figlio, per gli uomini del nostro gruppo avviene lo stesso. “Volevo un figlio perché ero innamorato”, afferma uno. L’amore fusionale che li unisce alla loro compagna in questa fase della loro vita sembra avere come corollario il desiderio condiviso di un figlio futuro, il bambino appare come la conferma della coppia, come la concretizzazione dell’amore che lo sostiene; “è come se ci donassimo un figlio come regalo tra innamorati!. Il bambino è una prova d’amore, la prova di un amore tra due persone, la prova che due persone sono state in un rapporto così forte che si sono date un figlio a vicenda. Questo desiderio di avere un figlio è così intenso che si irradia ovunque nella loro vita. Nel vecchio contesto, la gravidanza rimaneva uno stato intimo della donna. Nel nuovo contesto, è tutta la vita della coppia che è investita da questa novità dell’attesa del piccolo. La gravidanza e il ventre arrotondato manifestano l’intimità della coppia e si tratta di amplificarla. Il bambino che verrà deve essere all’unisono, in armonia, deve arrivare in un luogo che irradia i valori della coppia affinché ne sia permeato.
Questa volontà mobilita i due membri della coppia; si tratta di un lavoro a sé stante al quale ciascuno dedica molte energie. Non è più solo la donna che prepara il corredino, no, il progetto è più vasto, più globale; l’invito fatto ai padri di assistere alle ecografie li coinvolge ancora di più. La coppia è indotta a rafforzare sia la fusione dei due componenti sia l’investimento paterno. Fin dal tentativo di concepimento, il padre è consapevole del parto: il percorso di una coppia nel nostro gruppo che ha fatto ricorso alla procreazione assistita è emblematico. E qui siamo lontani dalle covate e da altri comportamenti mimetici poiché il padre vive “in modo maschile” e nell’intimo la gravidanza della sua compagna.

La nascita, un evento fondante
Come molti padri oggi, tutti gli uomini che incontriamo hanno partecipato attivamente alla nascita dei loro figli Si sono trovati protagonisti, ciascuno a modo suo, di un evento per loro essenziale, fondamentale e persino fondante. Il bambino gli compete dal momento in cui viene al mondo: lo accolgono, lo raccolgono, si afferrano, lo guardano, e questo prima della madre, poi lo danno a lei.
Prima di tutto questo, si scambiati degli sguardi, si è instaurata una relazione. Gli etologi hanno osservato che, durante l’ultima fase dell’espulsione, una forte scarica di una catecolamina, la noradrenalina, invade il bambino, permettendogli di adattarsi alla mancanza fisiologica e momentanea di ossigeno; la noradrenalina ha l’effetto collaterale di dilatare le pupille, cosa che dà ai neonati quello sguardo intenso che affascina tanto chi lo incrocia (Pillot, 2005). Questo effetto è paragonabile a quello della belladonna di cui facevano uso le graziose fiorentine del Quattrocento per dilatare le pupille e ottenere così quello sguardo avvolgente, irresistibile che ne assicurava la seduzione. Il bambino arriva quindi come un seduttore, il che sembra avere la funzione di suscitare un attaccamento che gli garantisca la sopravvivenza (Blaffer-Hrdy, 2002).
D’altronde è noto che i primi scambi verbali della madre e del suo bambino riguardano lo sguardo: “Apri gli occhi, amore mio, guardami”, “Che begli occhi che hai” (Klaus, 1996). Ma in questo caso, è l’attaccamento paterno che viene innescato ancor prima di quello materno. Si crea quindi un legame quasi fisiologico dove prima non c’era, e si crea in doppio, di modo che padre e madre si trovano fortemente legati al neonato. Questa nuova consuetudine risponde perfettamente all’aspettativa dei padri, come la descriveva nel 1980 lo psicanalista Bernard This, lacaniano e collaboratore di Françoise Dolto: “Notiamo, per inciso, che il fenomeno dell’attaccamento è sempre descritto come un legame che si stabilisce dal bambino alla madre, dalla madre al figlio. Il genitore, il padre? L’idea non viene nemmeno ai ricercatori: non esiste, ammettiamolo!» (This, 1981).
La rottura del cordone, un evento simbolico
Quando il cordone si secca, la maggior parte dei padri lo taglia. Questo gesto, un tempo considerato innocuo, ha trovato un senso negli ultimi decenni; fino agli anni ’70, l’idea che potesse essere importante non si era affacciata alla mente di nessuna generazione. È la psicoanalisi che ha creato un certo numero di idee che hanno avuto grande influenza sul corpo sociale, tra cui l’idea che il padre abbia una funzione separatrice tra madre e figlio. L’idea del padre in quanto “primo estraneo” la cui missione è di “intervenire nella relazione tra madre e figlio” è stata introdotta da Lacan e ripresa dall’insieme della psicoanalisi lacaniana.
Si ripete quindi dal libro agli articoli e dall’intrattenimento all’intervista l’assoluta necessità della presenza del padre in tutte le fasi dello sviluppo del bambino, dall’embrione al giovane adulto, presenza separatrice necessaria sia alla madre che al figlio. Anche se non tutti i nostri interlocutori hanno aderito a questa ingiunzione di separazione, tutti pensano tuttavia che il loro posto sia con la partoriente, con il nascituro, e la maggior parte rivendica l’atto di tagliare il cordone ombelicale, al punto che uno di loro si arrabbia con l’ostetrica che lo fa “al suo posto” senza avergli proposto di farlo lui stesso.
Il primo bagno, corollario dell’intronizzazione del padre
Dopo il taglio del cordone ombelicale, il bambino di solito viene posato sul corpo della madre, poi il padre ha la possibilità di fargli il bagno, e così fa la maggior parte dei nostri interlocutori. Si sentono maldestri, ma familiarizzano rapidamente e si sentono commossi dalla responsabilità che assumono verso questo bambino.
Tutti questi padri sono fortemente investiti in una genitorialità che inizia molto presto, tanto quanto quella delle madri poiché sono presenti alla nascita e instaurano con il neonato un rapporto precoce, allo stesso titolo della madre. Il contatto corporeo che li unisce fin dall’inizio crea un rapporto di vicinanza la cui incidenza affettiva è enorme. Lo scambio degli sguardi come segno fondante di una relazione fusionale, la contemplazione, il prenderlo in braccio: tutti questi atti un tempo sconosciuti ai padri creano tra loro e il figlio legami di una potenza considerevole, quei legami che fino ad allora hanno caratterizzato il legame madre-bambino, dandogli una forza indiscussa.
Queste pose sociali simboliche si concentrano quindi sull’attaccamento creato dalla presenza fisica del padre alla nascita del figlio; fanno cioè del padre una figura di attaccamento allo stesso titolo della madre, con l’aggiunta del riconoscimento – se non la benedizione – sociale per il suo ruolo di “ascesa al trono”.
La genitorialità
Al di là delle profonde differenze tra temperamenti e filosofie paterni, tra percorsi, storie, comportamenti particolari, nascite più o meno difficili, non si può che costatare l’investimento considerevole di questi padri nell’accudire i propri figli. Alcuni assomigliano abbastanza al padre tradizionale, molto impegnato nel suo lavoro e attento alle comodità della sua casa, altri sono innovativi, dedicando a volte anche più tempo delle madri alla cura, ma sono tutti impegnati fortemente nella loro affettività verso i figli. Non si tratta, in particolare, di inculcare regole o di dimostrare autorità come voleva la vecchia ripartizione dei ruoli; si tratta innanzitutto di amore. E questo amore lo sentono e lo dispensano abbondantemente, ciascuno a suo modo, “senza riserve”, come dichiara uno di loro. E l’amore non si discute né si misura, si esprime e si vive. Tra uno, spesso in viaggio, e l’altro, sempre a casa, c’è certamente un enorme divario di investimenti concreti, un coinvolgimento nei compiti molto disuguale, ma questa differenza ha un’incidenza sulla dimensione, la qualità dei sentimenti? Come valutarne la portata? È ovviamente impossibile. D’altronde, si pensa che una madre che beneficia dell’aiuto a tempo pieno di una tata ami meno i suoi figli di una madre casalinga?
L’attaccamento iniziato tra padre e neonato al momento della nascita si conferma fortemente nel comportamento paterno durante la parentela. Questi padri si sentono oggi in diritto di amare i loro figli carnalmente, sensualmente, si sentono legittimati nei compiti dei pasti, dei bagni, del risveglio. Questa legittimazione apre la strada a una relazione affettiva ancora più intensa e ricca.
Secondo i nostri interlocutori, più o meno lo stesso vale per le madri; in generale, la corrente emotiva non si è invertita durante la vita di coppia: il padre non è più coinvolto emotivamente con il figlio che con la madre e per lei sente lo stesso attaccamento di un tempo. C’è solo duplicazione: questi padri sono fortemente legati ai loro figli, e questi sono (come minimo) legati al padre altrettanto che alla madre. Senza dubbio il legame creato fin dalla nascita (e anche prima) ha avviato nei bambini un forte afflato per il padre. Ci si trova quindi di fronte a una situazione di equivalenza in cui padre e madre sono nello stesso rapporto emotivo con il figlio.
In tutti i casi, l’investimento paterno è stato di ampia portata: la partecipazione intensiva alla gravidanza, la fusione con il neonato alla nascita, lo scambio degli sguardi, l’investimento emotivo nella prima infanzia, tutto ciò forma un insieme di grande intensità che costringe a relativizzare la realtà fattuale della “condivisione dei compiti”, impossibile da misurare nella sua realtà poiché qui appare solo nel discorso dei padri.
Bisogna sottolineare che gli eventi della gravidanza e della nascita sono ormai così profondamente partecipati dagli uomini che la loro presenza in tutte le fasi della gestazione e poi del parto diventa talvolta invasiva; i nuovi rituali di taglio del cordone e del primo bagno sono ormai devoluti al padre, caricati di nuovi significati che ne aumentano l’importanza. Appare così – e qui sta la grande novità del nostro tempo – una forma di amplificazione del ruolo paterno, alla quale i padri della nostra indagine aderiscono ampiamente: la loro ricerca di una vita migliore, di un rapporto con il mondo autentico, tutto ciò li predispone a investire con forza nel ruolo di padre, e sono tanto più sensibili alle influenze dell’epoca che vanno in questo senso. Questa tendenza non può che aumentare anche la sofferenza della separazione.
Una paternità infelice
I padri separati sono sempre più numerosi, ma anche sempre più combattivi; ne dà ampiamente testimonianza il vigore dei dibattiti attorno al progetto di legge sulla “residenza alternata”, la bellicosità delle associazioni che difendono i diritti dei padri (come SOS Papa). e la tenacia di molti padri nelle loro lotte legali. Si pone quindi la questione di un’ipotetica correlazione tra questa accresciuta combattività paterna e l’amplificazione dell’attaccamento paterno attraverso un forte investimento dal concepimento fino alla genitorialità.
La separazione
Una sofferenza
Qualunque sia la forma, la separazione appare sempre come uno shock e un trauma per tutti i padri intervistati. Solo uno di loro si è “rifatto una vita”, alcuni cadono in una depressione di lunga durata, altri sperimentano una solitudine da cui non usciranno più, uno di loro si è suicidato. Nessuno di loro ha avuto l’iniziativa della rottura e questo è conforme a quanto dicono le statistiche del divorzio in Francia.
La separazione genitoriale ha costituito per tutti questi padri una forma di catastrofe; anche se i rapporti con la loro compagna non erano soddisfacenti, sembra che questi uomini preferissero lo status quo a una rottura che li avrebbe privati dei figli. E ciò che emerge con più forza dalle parole dei nostri interlocutori è proprio il dolore della separazione dai figli: “È peggio di una rottura sentimentale”, dice uno di loro. Molti insistono sul lato fisico, carnale, sensuale del loro attaccamento e sulla sensazione di amputazione provata durante la separazione dalla prole. Questo attaccamento fisico si combina con un forte attaccamento emotivo condiviso dai bambini.
Per questi padri così coinvolti, la separazione dal figlio è inaccettabile tanto quanto lo è per le madri; “è fuori questione che io non abbia più i miei bambini”, ripete instancabilmente uno di loro che chiederebbe l’affidamento esclusivo se non riconoscesse l’importanza della madre. È senza dubbio l’intensità di questa sofferenza che dà loro l’energia delle battaglie che conducono instancabilmente presso gli operatori sociali e presso i giudici in procedimenti che si protraggono per lunghi anni.
Una battaglia
Tra i padri intervistati, i due più anziani non hanno proposto né richiesto l’affidamento alternato, ritenendo che la madre sia più importante del padre per i figli. Per tutti gli altri – che sono più giovani – i ruoli sono intercambiabili e la residenza alternata si impone. Tre di loro, non sposati, hanno potuto beneficiare di una residenza alternata decisa in via amichevole; tra gli altri, nessuno accetta il verdetto della giustizia che affida il bambino alla madre e concede loro solo un diritto di visita. Il percorso di questi padri dopo la rottura è classico: ricorso ai servizi di un avvocato, indagini sociali su comportamenti discutibili ai loro occhi, conflitti con l’ex compagna, ritardi della giustizia, nulla sembra nuovo; si può tuttavia notare l’esistenza di bambini che fuggono dal domicilio della madre verso quello del padre.
Questi padri così combattivi possono essere visti come attaccabrighe. Ben informati sul diritto e sulla giurisprudenza, denunciano con virulenza le irregolarità di un’indagine o di una decisione giudiziaria e continuano a ottenere risarcimenti. Segnalano inoltre la scarsa attenzione riservata ai loro figli, il sospetto permanente di cui sono oggetto, il mancato rispetto dei diritti del padre (soprattutto da parte della scuola), la facilità con cui vengono accolte le false accuse delle ex-compagne, l’ascolto preferenziale accordato alle madri e molte altre lamentele.
Questo forte investimento dei padri nell’organizzare una separazione che permetta loro di vivere al massimo con i figli sembra equivalente a quello che hanno conosciuto nella vita familiare con i figli. E questo impegno si basa su un forte senso di legittimità.

La legittimità
Naturalmente, si può discutere la legittimità di ciascun genitore in termini quantitativi e misurare il contributo di ciascuno nell’effettiva cura dei figli; si può quantificare il tempo domestico e il tempo genitoriale. È noto che questi criteri portano alla conclusione di un sotto-investimento maschile generale (Barrère-Maurisson e al., 2001). Ma questo riduce il peso dell’investimento emotivo degli uomini? Non si può certo trascurare il fatto che le madri dedicano più tempo ai figli e alle faccende domestiche che questi generano, e non si può contestare la loro legittimità a rivendicare la loro custodia sulla base di questo criterio, ma è sufficiente a giustificare la decisione del tribunale? I padri interrogati si oppongono a queste decisioni; alcuni conducono battaglie legali di lunga durata, il più delle volte con l’appoggio dei loro figli; altri se la cavano, si arrangiano con la loro ex compagna senza mai essere soddisfatti, anche dalle soluzioni più eque; alcuni si arrendono o perdono la speranza. Si evince perciò che, al di là dei fattori osservabili e quantificabili, entrano in gioco fattori affettivi che vengono colti solo dallo scambio, dall’intervista o persino dalla fiducia. La loro evidente soggettività nulla toglie alla loro importanza e legittimità. Ma, lo ripetiamo, questa legittimità rivendicata dai padri della nostra indagine non annulla in alcun modo quella della madre, anzi si affianca a essa. Ed è questo il problema.
Le modalità
La maggior parte dei padri della nostra indagine ha quindi reclamato la residenza alternata, che appare come il mezzo per proseguire, anche impuntandosi, una relazione con i figli in cui si è molto investito. Ma i padri intervistati affermano che se la madre si oppone, l’affidamento condiviso non è concesso: il rifiuto della madre significherebbe un conflitto incompatibile con l’affidamento condiviso. A questo proposito va detto che quando le donne si mostrano concilianti e ben disposte verso i figli e il padre, la condivisione dell’affidamento e soprattutto dell’educazione dei figli procede relativamente bene. Ma questo riguarda solo una minoranza, in generale i padri devono combattere per ottenere più di un diritto di visita. In ogni caso, finché i figli sono piccoli, nessuno dei padri è felice della fetta di vita che gli viene concessa con loro; solo quando il più giovane raggiunge l’età di 10 anni, uno dei padri – avendo potuto organizzare la custodia alternata subito dopo la separazione dalla compagna -– dichiara che “inizia ad apprezzare il fatto di avere una settimana su due tutta per lui”.
La residenza alternata è un tentativo di soluzione che riscuote sempre più successo; riguarda un numero limitato ma crescente di padri e figli. Alcuni studi sostengono che questa situazione crea gravi problemi nei bambini (Phélip, 2006), mentre altri concludono che la sua incidenza è neutra e risponde perfettamente alle aspirazioni dei padri e dei figli (Neyrand, 2004). Per confermare questa affermazione, alcuni studi hanno voluto dimostrare che la capacità dei padri di assumersi i compiti educativi è buona quanto quella delle madri (Neyrand, 2002; Berger, 2002) – cosa che i padri del nostro studio attestano ampiamente.
Questioni irrisolte
Non si può che sostenere un’uguale legittimazione dell’uno e dell’altro genitore a rivendicare e ottenere la custodia dei propri figli.
Tale considerazione, se da un lato si difende sul piano teorico, dall’altro si scontra con un’impossibilità pratica poiché i genitori non risiedono insieme. Se, inoltre, con la residenza alternata, i padri non possono accontentarsi di una vita a intermittenza con i propri figli, si può pensare che lo stesso valga per le madri. Ci si chiede quindi se la richiesta generalizzata delle donne a un maggior coinvolgimento dei padri nella cura dei figli non abbia portato a una situazione paradossale, se non addirittura a uno stallo: senza che le loro aspettative siano soddisfatte quotidianamente, esse si trovano infatti di fronte a problemi quasi insolubili.
Pertanto, l’accompagnamento del coniuge durante il parto può essere idilliaco (come suggerisce la nostra indagine), ma può anche essere problematico: ad esempio, l’ansia del padre durante le doglie della sua compagna sembra ritardare l’espulsione del bambino, come segnalano alcuni ostetrici che già da tempo denunciano gli effetti perversi di questa presenza maschile in sala parto (Fonty, 2003; Odent, 2004).
Inoltre, l’evento della nascita spesso prende il sopravvento su quello del parto e diventa quindi un affare di uomini (il padre, l’ostetrico, l’anestesista, oggi talvolta la levatrice). Ciò rende difficile tener conto della volontà della partoriente posta in una situazione di fragilità di fronte a una coalizione maschile onnipotente. Anche la posizione del padre non è facile e si sono pubblicati alcuni studi sul malessere dei padri in sala parto (Hurstel, 2006), sull’inadeguatezza della presenza paterna e dell’istituzione focalizzata sulla madre che è la maternità (Truc, 2006)., sulla depressione postnatale dei nuovi padri (Neuter, 2001), sulla necessità di comprendere empaticamente l’esperienza degli uomini durante l’accesso alla paternità (Vasconcellos, 2003) o della crisi identitaria maschile che la accompagna (Moreau, 2001).
Si può quindi pensare che si tratti di una buona scelta per la donna? E per l’uomo? Più tardi, in caso di rottura, le madri si trovano di fronte a uomini infinitamente più ostili all’ancestrale “affidamento” materno di quanto non lo fossero quelli di un tempo; un padre investito, se non sovra investito, non accetta la separazione e le battaglie tra ex coniugi possono essere drammatiche. È importante ricordare che crescere un figlio da sola non è una soluzione che le donne vogliono.
Bisogna quindi porsi la questione della conciliazione delle richieste di uomini e donne all’interno della coppia, – prima all’apparenza armoniose, poi chiaramente contraddittorie nella separazione – ma anche alle aspettative di altri parenti del bambino: nonni, patrigno e matrigna. (in caso di eventuali nuove separazioni), tata…, tutte persone legittimamente legate al bambino. Questa questione riguarda anche le coppie omosessuali con figli che si separano. Bisogna interrogarsi sulla pertinenza e la validità della configurazione sociale che genera tali imbrogli, cioè la famiglia occidentale fondata su una coppia genitoriale, eterosessuale o omosessuale che sia. Il sapere antropologico in materia di forme familiari deve essere sollecitato per tentare di rispondere a questa domanda cruciale.
Agnès Echène – Dottoranda EHESS Toulouse 2 Le Mirail – Clausevignes, 12330 Valady
Agnès Echène (1948-2014) è entrata all’EHESS di Tolosa dopo gli studi in filosofia e scienze politiche. Qui ha proseguito le ricerche antropologiche nel campo della parentela sia nell’ambito rurale che delle prime forme letterarie (miti, romanzi, racconti e leggende). È stata scrittrice di saggi, consulente della comunicazione d’impresa, narratrice, autrice drammatica e direttrice di compagnie teatrali.
[i] Studio condotto sotto la direzione di Agnès Fine.
[ii]Questo neologismo, costruito nella stessa maniera del termine “femminismo”, rimanda a lotte maschili spesso radicali, qualche volta cariche d’odio – proprio come è stato detto delle lotte femministe.
[iii] La lotta del Larzac (Luta del Larzac in occitano) è stato un movimento non violento di disobbedienza civile contro l’allargamento di una base militare (N.d.T.).


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Anzi si, domanda:
la vita reale fatta di lavoro, retribuzione,
residenza dei genitori,
aiuto necessario per l’accudimento dei figli,
familiari o strutture disponibili per sostenere le famiglie,
quanto incidono sul benessere psicofisico
dei bambini?
La ricerca si arrovella solo sull’adulto o cerca di farsi carico del bambino?
L’adulto sopravvive, il bambino?
Il modello coniugale non è nato nell’interesse dei bambini ma per il controllo delle donne da parte dei maschi. I modelli di parentela che davvero hanno a cuore il benessere di tutti (bambini compresi) sono i clan matriarcali dove il sostegno ai più piccoli viene dato dalle madri e dalle donne del clan, collettivamente, e il ruolo “paterno” (guida protezione sostentamento) dai fratelli della madre. Il fatto che per gli uomini non ci sia un corpo di donna a disposizione potenzialmente ogni notte non ha nessuna importanza