La sinistra acclama [De Sade] come l’avatar della libertà. Sainte-Beuve ha indicato Sade e Byron come le due fonti d’ispirazione più significative per gli innovativi e grandi scrittori maschi che li hanno seguiti: Baudelaire, Flaubert, Swinburne, Lautréamont, Dostoevskij, Cocteau e Apollinaire.
Apollinaire, tra gli altri, ha trovato in Sade ciò che Paul Tillich, un altro devoto alla pornografia, avrebbe potuto chiamare “il coraggio di essere”.
Andrea Dworkin, Pornography. Men Possessing Women, 1981
Il coraggio di essere… puttanieri
Flaubert ha scritto: «Si tratta forse di un gusto perverso, ma amo la prostituzione così com’è, indipendentemente da cosa nasconde sotto. Non ho mai potuto guardare una di queste donne in abiti succinti passeggiare sotto la luce dei lampioni senza che il mio cuore iniziasse a battere forte»[i].
Ad Andrea Dworkin interessava il sotto… e ci ha scritto parecchi libri, che sono ancora lì, in attesa che qualcuna li traduca.
Molti anni fa, quando ancora non ero arrivata alla conclusione che i maschi ben poco possono spiegarci di loro stessi – non importa se a livello di biologia, pensiero, costrutti sociali, psicologia, psichiatria, evoluzione e storia dell’umanità –, ho letto La casa delle belle addormentate di Yasunari Kawabata. La trama in breve è questa: un uomo, con la vita ormai alle spalle, si reca in una strana sorta di postribolo per passare la notte accanto a una ragazza vergine, giovanissima, completamente nuda, e addormentata. La dimensione della storia è palpabile fin dall’inizio. Non si tratta di pornografia, non nel senso che la vulgata attribuisce al termine: né soft, né hard, e nemmeno quella “intellettuale” alla Lars Von Trier. Il divieto di toccare il corpo dell’adolescente addormentata parla chiaro ed è oltremodo rivelatore. Di fianco a questo diafano simulacro muto e inanimato, infatti, il vecchio si racconta a se stesso al riparo da ogni smentita. Da lì parte il bilancio della sua vita, una sorta di viaggio onirico alla ricerca di una giovinezza perduta: i ricordi, i rimpianti, l’inquieta e sottile paura della morte, insomma una crisi esistenziale che il venir meno della forza – non del vigore, il protagonista ci tiene a precisare che il suo problema non è l’impotenza – impedisce di lenire con l’azione. Per inciso, non è il personaggio del libro a soccombere alla perdita di sé, bensì l’autore, che morirà suicida. L’atmosfera dettata dalla pudica delicatezza estetica orientale, forse anche dall’abilità nello scrivere, nasconde il suo legame con i puttanieri che nei bordelli legali del Nord Europa rispondono al medesimo disagio esistenziale con un consumo inaudito di donne e di alcool, accompagnato da bestiali sfoghi di violenza[ii]. Eppure, nel silenzio dell’anziano e nella caciara dei branchi maschili il malessere è lo stesso, e lo è anche il nostro sconcerto di donne di fronte a entrambe le cose – la sega mentale e l’azione brutale. Chi sono, cosa pensano – pensano i maschi?
Nel suo ultimo libro tradotto in italiano, Testosterone rex. Miti di sesso, scienza e società[iii], Cordelia Fine si cimenta a demolire le narrazioni che hanno contribuito a costruire le immagini dei due sessi così come le conosciamo oggi. Afferma in particolare che il comportamento sessuale maschile non è imputabile alla presenza di un singolo ormone, ma a un insieme di fattori evolutivi, sociali e storici in continua interrelazione, occultati nel loro funzionamento d’insieme da una pletora di luoghi comuni che alla lunga hanno finito per condizionare atteggiamenti e scelte sociali e individuali in linea con lo scopo per cui sono nati. Nel suo bel ripulisti di miti e stereotipi, in relazione alla prostituzione (cioè al desiderio compulsivo di infilarlo senza porsi particolari problemi) parrebbe che il maschio non sia esattamente quell’aspirante alfa che usa forza e aggressività (sessuale) per prevalere nella riproduzione e avere così la speranza di trasmettere i propri geni. Per porre rimedio alla corsa degli uomini verso le luci rosse, non c’è quindi nessun tarlo testosteronico da debellare con l’evoluzione della coscienza umana. Oltretutto, anche altri studi di varia natura propongono le femmine come quelle “intraprendenti e attive”, propulsore dei più importanti cambiamenti sociali.
Ma ampliamo un attimo il discorso e prendiamo in esame il contesto sociale, per noi fondamentale visto che la strada evolutiva intrapresa si basa soprattutto sulla risposta collettiva. Una volta svelato il carattere più normativo che indagatore di tante discipline accademiche a indirizzo sociale, e abbandonato il pregiudizio antropologico dell’Ottocento che voleva il selvaggio più propenso al sesso del civilizzato, prestando più attenzione possiamo trovare negli studi sulle popolazioni indigene comportamenti maschili diversi da quelli dei consumatori di youporn che spesso abbiamo sorpreso non esattamente con il mouse in mano. Non so se vi è mai capitato di riflettere sulla domanda che si facevano fra loro i “masculi” del secolo scorso e cioè «Meglio fottere o comandare?» a cui rispondevano all’unisono e compiaciuti: «Comandare perché se poi hai i soldi, hai anche da fottere». In questo secolo, nel tentativo di sondare l’abisso del pensiero maschile, ho chiesto a qualche giovanotto della mia cerchia, con tono sarcastico, se preferiva la figa o la playstation. Beh la risatina nervosa e lo sguardo puntato sullo schermo non lasciavano dubbi: forse non erano nemmeno due cose in competizione, al massimo due gusti di gelato. Lo stesso atteggiamento distaccato l’ho ritrovato nel libro Mariti alla brace[iv], in cui Betty Mindlin ha raccolto le testimonianze dei narratori indigeni della zona amazzonica del Brasile, dove la stessa curatrice ha vissuto per parecchi anni. Il linguaggio delle leggende tribali di queste etnie, senza tempo, tra il mitico e il fantastico, con immagini di una violenza così cruda da rasentare l’astrazione poetica, ma soprattutto la distopia dei rapporti tra i sessi, tra gli esseri umani e gli animali, gli spiriti, i bambini e le piante ci catapultano fuori da qualsiasi possibilità di una lettura sistemica all’“occidentale”. Anche la studiosa cerca di estrapolare in appendice quello che ci può essere d’intellegibile a livello antropologico nei miti di questa zona del Sud America, con più domande, per la verità, che risposte. Tra le linee che traccia (per esempio il conflitto tra i sessi, la varietà dei tabù, spesso in contraddizione tra un villaggio e l’altro, e quasi sempre puniti con esagerata violenza) una in particolare è parecchio illuminante per riflettere sul fenomeno prostituente. Cito le testuali parole di Mindlin: «In questi miti, la procreazione e il sesso sembrano interessare gli uomini meno della gola: quel che più desiderano avere è una buona chicha[v], dolce dolce come solo le donne sanno fare. È la divisione sessuale dei compiti, l’unica divisione del lavoro chiaramente definita che esiste nella vita del villaggio. In tal modo si dettano le regole della vita sociale, forse orientate dai miti stessi». Cioè l’essere inseriti (e accuditi) nel gruppo e non il sesso sembra essere importante.
Un altro indizio su chi siano in realtà i puttanieri, o quanto sono “puttanieri” gli uomini al di fuori del dibattito attuale tra due schieramenti, “case chiuse” da un lato e “moderni bordelli di autodeterminazione neoliberal” dall’altro, si è tentato di darlo nel 1981, in seguito a un’ondata di ribellione femminista in cui avevamo iniziato a vedere, dopo 5000 anni che guardavamo[vi]. Le stesse registe di Processo per stupro girarono per Rai Tre il documentario AAA. Offresi con l’intento di squarciare il velo sulla prostituzione. Al tempo, come ricorda una delle registe in un’intervista del 2016[vii], il fenomeno coinvolgeva 80 mila donne circa in Italia, ma il loro interesse era catturato dagli otto/nove milioni di puttanieri che ne usufruivano con regolarità. Ancora si auspicavano effetti positivi dalla liberazione sessuale che avrebbe sdoganato il desiderio femminile e consentito agli uomini di trovare soddisfazione sessuale senza ricorrere alle professioniste. Oggi, ma era già prevedibile allora, sappiamo che la liberazione sessuale ha finito per aumentare la pornografia, la tratta e lo sfruttamento di corpi sempre più giovani. Il documentario comunque non andrà mai in onda, sarà censurato e sequestrato prima di essere trasmesso. Perché? Intorno al 2000 ho avuto occasione di vederne alcune scene, forse addirittura in qualche filmato sulla storia della TV: mi era rimasto impresso il fatto che non si parlasse di sesso, né che ci fossero mugolii e grugniti, o nudi. Il cliente era di spalle e comunque non riconoscibile, ancora più osceno[viii] di come ce lo aveva lasciato immaginare una narrazione maschile reproba, ma pur sempre di parte. Era un uomo “medio”, banale, piuttosto timido: non l’assatanato maiale delle pellicole a luci rosse, con gli occhi scintillanti di lussuria e la lingua alla Fantozzi, ma un essere smarrito che faceva quasi pena nel suo pozzo della solitudine da cui giungeva la voce incerta. Eppure era un puttaniere, comprava le donne, usufruiva della loro posizione di debolezza, alimentava il sistema che le opprime. Senza branco, senza stereotipi, nell’intimità che solo una stanza con una donna comprata può permettere, si era messo a nudo. E Véronique, la prostituita francese che faceva da controparte, usciva di scena. Era solo una figura, lei sì davvero anonima, di donna che consentiva di vedere gli uomini, di mostrare gli uomini per quello che nemmeno loro sanno di essere. La situazione era così oscena da suscitare non solo la sollecitudine del censore, ma anche la denuncia per violazione della privacy e sfruttamento della prostituzione nei confronti di Loredana Rotondo e delle registe che con lei avevano realizzato il filmato. Il parlato e le riprese però non vertevano sulla miseria economica e sociale di una donna discinta, cosa che avrebbe potuto prefigurare lo sfruttamento, e nessuna privacy individuale era stata violata. L’unica generica miseria messa in luce era quella esistenziale dei clienti alla ricerca di un punto di riferimento, che volevano soprattutto parlare, raccontarsi, e, con il denaro, eliminavano il pericolo del giudizio. Quindi le accuse non hanno retto. Sebbene assolte tutte con formula piena, sono passati anni prima che fosse data disposizione del dissequestro e della restituzione alla Rai della pellicola. A oggi AAA.Offresi non è ancora stato trasmesso. Sempre in quell’intervista del 2016, Loredana Rotondo cita la retorica della prostituzione richiamando il film La città delle donne di Fellini per denunciare il processo di edulcorazione[ix] e distrazione dal problema reale che spesso copre le tematiche che necessiterebbero di un riflettore sugli uomini. La regista già redarguiva sulla bruttissima piega che le lotte “femministe” avrebbero preso di lì a pochissimo nel rivendicare l’autodeterminazione a vendersi al servizio del neoliberismo.
Oggi lo sguardo rimane ancora lontano dal cliente, che è ancor più che assolto: letteralmente al di sopra di ogni indagine, invisibile, innominato, ingiudicato: ob-sceno. Le rosee speranze e le illusioni che tante donne ancora scavano nei fondi dei barili degli “uomini sensibili e intelligenti che iniziano a intuire che così non va”, non porteranno a nessun cambiamento. Purtroppo il problema è la mancanza di coscienza e conoscenza di se stessi, non di buona volontà. Dall’altra parte del cielo non è che le cose vadano meglio: alle donne manca ancora un’indagine che ci dica chi sono davvero i puttanieri. Interessante sarebbe anche fare un paragone con lo stupratore o il violento/femminicida, per vedere come dinamiche di rimozione dalla scena, distorsioni di trama e cambi di costume scenico s’intreccino affinché l’esito rimanga lo stesso: l’assoluzione del comportamento prostituente senza che se ne sondi la natura. Anche nei CAM[x], la risposta ricorrente a chi si presta, speriamo in buona fede almeno, all’ascolto dei maltrattanti è un generale “mi dispiace, non so cosa mi sia successo, ho visto tutto nero”. Magari accendere una lampadina nel punto giusto illuminerebbe un quadro ben più vasto, vasto quasi quanto un patriarcato.
Chi sono, cosa pensano, pensano i maschi?
Nel 2002 Angela Giuffrida ha esposto in un libro[xi] la sua teoria del corpo pensante. Partendo dal presupposto che è la concatenazione tra corpo e mente, cementata dall’esperienza, che caratterizza la vita degli esseri umani, prende in esame la produzione filosofica maschile per evidenziare, con ripetuti esempi, come le assurdità della nostra società nascano dal pensiero maschile, cieco di vita. Il maschio, che ha un corpo inseminatore, non esperisce che una minima parte della costruzione di una nuova vita, che rimane appannaggio e quindi esperienza fondante della donna. Esperienza che è sedimentata nelle cellule di tutte noi (e in quelle di tutti gli organismi femminili) da milioni di anni evolutivi duranti i quali, andando per tentativi, errori e successi, si è arrivati alla peculiarità dell’essere umano. Anche gli uomini hanno beneficiato della stessa evoluzione perché nella riproduzione sessuata i due corpi rispondono alle leggi della stessa specie. Ma l’esperienza di costruire la vita non appartiene a entrambi i sessi. Lo sguardo su se stessi e sul mondo è diverso: come ripete spesso Giuffrida l’uomo ha una visione lineare, per obiettivi, costruisce uno sguardo di insieme sommando tutti puntini che vede come attraverso un buco (sic!), ma non riesce a cogliere la complessità a tutto tondo della vita che pure sente pulsargli dentro. Ha bisogno di elementi esterni che gli diano argini, riscontri, conferme, che gli restituiscano l’immagine di quell’esistere che sente palpitare ma che non vede né capisce nella sua essenza. Le belle addormentate, le belle di notte e quelle che ha eletto a belle di giorno impalmandole, servono a questo. Tutto quello che gli uomini riescono a uccidere, o a salvare poco importa, i mondi che scoprono e quelli che distruggono vanno a calmare la loro angoscia esistenziale. La loro esistenza è scandita dalle reazioni che riescono a ottenere fuori di sé, dagli altri. Più questi ultimi reagiscono e più la sensazione di essere vivi è forte. Per questo hanno bisogno del potere, per questo non si fermano mai davanti a nulla. Inutile cercare un senso: i banchieri devono accumulare, i generali devono collezionare medaglie (e cadaveri) e i puttanieri devono infilarlo. È come una droga, e finito l’effetto ne serve dell’altra, altrimenti, cessata la frenesia della sostanza dopante, la miseria esistenziale, sessuale, scientifica, logica li assale di nuovo e in maniera sempre più terrificante. È questa la vera oscenità del maschio, che deve rimanere nascosta, “fuori dalla scena, non visibile”. Come dice Giuffrida, non vedendo la vita non si vedono, e per vedersi agiscono sconclusionatamente.
Questo nessun intellettuale/genio/artista/scienziato/filosofo lo potrà mai dire, perché non lo sa. E anche per noi non è così immediato arrivare a capirlo, dopo una colonizzazione durata cinquemila anni, fatta di violenza, repressione, bastoni e carote, ricatti e premi, luci della ribalta, leggi ingannatrici (la 54, la melina dell’aborto, il diritto di famiglia, i cognomi materni, prima? dopo?), l’accesso alle forze armate e perfino all’astronave, ai saperi universitari, a podi e palchi e microfoni, qualche prima pagina sui giornali, fuori dal cappello a ogni elezione e di nuovo dentro, perché comunque il passo va sempre ceduto. Siamo delle “diasporate”, divise nelle case, nelle classi, nelle rivoluzioni e nelle restaurazioni, nelle correnti, nei gruppi, a confondere la riduzione del danno con la visione necessaria affinché le cose cambino. Alle derive pro-prostituzione e a favore del dono dell’“utero in affitto”, di fronte al delirio transumanista di poter sostituire ogni processo vitale con tecnologia e barbatrucchi, alle assurde gestioni maschili di territori e popoli è mai possibile che non riusciamo a opporre il nostro sguardo, a vedere la necessità di riprendere le redini del figlio inseminatore e fare in modo e maniera di incanalarlo di nuovo verso una progettualità intelligente, che veda i limiti e le possibilità di questa materia[xii] che da milioni di anni si occupa della vita?
Dobbiamo a Daniela Pellegrini[xiii] la fotografia impietosa, ma esatta, del nostro mondo attuale sebbene, come dice lei, “orpellato” in maniera ossessiva dalle sovrastrutture di un bluff patriarcale tragico non solo nella sua disperante incapacità di cogliere la materia che lo circonda e lo abita, ma addirittura nella volontà di provare a ricrearla in un delirio transumano. Da anni fa una disamina puntuale ed esatta della bestia del patriarcato, dei suoi meccanismi sociali tesi a nascondere l’inganno della sua “civiltà” e l’inesorabile degrado che si cela dietro le sue fanfare. «Sapiens de che?» si e ci chiede nei suoi due ultimi libri[xiv]. Penso come lei che la domanda sia da rivolgere alle donne, che sembravano essersi risvegliate agli albori del movimento femminista che ha preceduto il ’68. Ma una canzone dal tono amaro (scritta da uomini) ancora parla nel 1975 del solito risveglio, quello di “una bella addormentata che si sveglia a tutto quel che le regali…” Poveretti! Questa vita da puttanieri dove possono usare il potere del denaro non è per niente soddisfacente e non riescono più a volare…[xv]
Il mestiere più antico del mondo: la sciamana
«La Russia (e in particolare la Siberia) è l’antica patria dello sciamanesimo e testimonia una continuità che va dal Paleolitico (30.000 anni fa) fino ai giorni nostri». Così si legge nella prima pagina del terzo capitolo della Dea doppia[xvi]. La parola più antica per sciamano, utygan, è sempre femminile ed era usata in maniera uniforme in una zona vastissima: solo dopo la migrazione delle tribù dal luogo di origine è entrato in uso il maschile, assumendo nomi diversi a seconda delle regioni in cui approdavano[xvii].
Quindi non è solo il mestiere più antico del mondo, ma è il mestiere femminile originario, tanto che in diversi “dialetti, la parola sciamana significa anche ‘donna di casa’ e ‘moglie’”, ed è connessa etimologicamente alla Dea della Terra o Madre Terra[xviii]. Il fatto che la gestione delle cose della casa e poi della società passi attraverso un lignaggio femminile ancestrale conferma non solo la teoria del corpo pensante di Angela Giuffrida[xix], ma ci introduce anche alla “valenza” che gli uomini hanno attribuito fin dalle origini alle donne, riconoscendone il primato nella gestione della vita comunitaria e nella comprensione di quella cosmica, anche se la società di oggi è espressione della deviazione verso una visione maschile del mondo iniziata circa 5000 anni fa. Betty Mindlin[xx] ci dà conferma di una libertà femminile delle origini che potrebbe nascondere il primato delle donne, descrivendo come nelle leggende della regione amazzonica brasiliana permanga per loro una quasi totale assenza del tabù del sesso, assenza che pur coesiste con le ferree regole matrimoniali a cui devono sottostare nei villaggi. Tutt’altro che schive, anzi in preda a un appetito sessuale enfatizzato che le rende estremamente fantasiose e intraprendenti, per i loro incontri privilegiano però animali, esseri fantastici e spiriti della foresta, nonché oggetti di uso quotidiano più o meno carichi di significato sessuale. La presenza di tante di queste storie alquanto strambe legate alla vita erotica femminile suggerisce secondo me un significato attribuito al sesso che travalica sia la mera pulsione che il fattore procreativo.
Credo che si parli soprattutto della loro relazione privilegiata e di “contatto sciamanico” con tutti gli elementi che le circondano e che le portano al centro del gruppo umano. Scrive Mindlin: «È curioso come in questi miti gli aspetti biologici del sesso si confondano con i ruoli sociali, e vengano spiegati e interpretati anch’essi come effetti della lotta di potere tra i sessi». C’è quindi ancora una volta una forte sovrapposizione tra “natura” e “cultura” che ci parla del significato profondo che la donna riveste per la comunità, e quindi soprattutto per gli uomini, in genere narratori privilegiati anche nelle culture tribali. La lotta di potere tra i sessi, di cui troviamo i segni ovunque nei miti più recenti, e in particolar modo in quelli greci, testimonia invece il passaggio dal matriarcato al patriarcato. S’inserisce in questo contesto la “prostituzione sacra”, riscoperta dai puttanieri pagani della New Age, che altro non fu che un primo passo per sminuire le sacerdotesse della dea che ancora officiavano in quei templi che di lì a poco sarebbero diventati dimora di dei maschili[xxi]. Il passaggio dal matriarcato al patriarcato ha creato una frattura insanabile nell’immaginario maschile che, con la nascita del suo nuovo ordine violento e gerarchico, non poteva più permettere il ruolo fondamentale e centrale della donna. Per inciso, il rimando al legame tra uomo e donna era già stato messo nero su bianco da Luce Irigaray[xxii], che ne aveva privilegiato l’aspetto psicoanalitico, aprendo comunque un grosso squarcio nel velo che celava, sotto la ritrita complementarietà tra i sessi, un rapporto maschile con la madre e la donna quasi patologico nel gioco di specchi in cui ci hanno imprigionate.
Per continuare il discorso sulla prostituzione e sul perché gli uomini oggi sono intrinsecamente dei puttanieri, l’antropologia delle società tribali unita alla mitologia rimane il terreno più idoneo per risalire alle motivazioni di questa piaga sociale. Come ho detto, credo che il motivo sia da ricercare partendo proprio dall’importanza che la donna ha avuto all’inizio della nostra evoluzione e degli effetti profondi che ciò che ha determinato nei maschi. Mi ricollego al libro Il sangue, il pane e le rose. Come le mestruazioni hanno creato il mondo, dove Judy Grahn espone la sua ricerca durata più di trent’anni sulla nascita della coscienza umana, capovolgendo i parametri con cui fino a oggi si è guardato alla storia delle origini per offrirci un’interessante ipotesi. Secondo Grahn, è stato il coincidere dell’estro delle femmine di alcuni primati con il ciclo lunare a far scattare in loro l’intuizione di un mondo esterno misurabile proprio attraverso la connessione con l’astro che segnava, con la sua fase buia, l’inizio del sanguinamento e con l’apparizione in cielo di una falce di luce, la fine. Si è trattato forse del primissimo rito: l’isolarsi mensile delle femmine che in qualche milione d’anni sarebbero diventate umane e che, per proteggere l’orda dai predatori eccitati dall’odore del loro sangue. si sono allontanate infinite volte, in gruppo, nascondendosi con il buio e ritornando dai loro simili con la luce. Se non fosse bastato questo “comportamento” collettivo a rendere numinose le compagne, la lenta costruzione di una ritualità intesa a fissare le intuizioni che si affacciavano alla mente umana in formazione avrebbe fatto il resto. Il primo, più antico mestiere umano è stato quello delle donne che in un tempo lunghissimo di cui forse non conosceremo mai l’inizio hanno creato gesti, segni, reti, analogie tra il mondo materiale che “toccavano” e quello delle idee astratte che iniziava a prendere forma, per fissare saperi che hanno dovuto poi trasmettere a chi non ne faceva esperienza diretta. Molto più importante, per i proto-umani, ritrovare un luogo o capire fino a quando le notti sarebbero state buie e quando invece l’oscurità non li avrebbe più protetti dai felini e dai canidi, che trovare soddisfazione sessuale con un individuo della loro stessa specie. La sopravvivenza era legata alla conoscenza e alla sacralità che alimentava questo mondo esterno in formazione, che andava “trattenuto” nella mente affinché non si dissolvesse: probabilmente il ritorno all’istinto non era una via percorribile. E le nostre antenate erano le sciamane che sapevano della vita e della morte, della luce e delle tenebre, che stavano lavorando insieme per portare anche i loro figli inseminatori verso questa nuova dimensione coscienziale. Solo molto, ma molto tempo dopo, con l’imporsi di una cultura patriarcale gli uomini avrebbero fatto del gene egoista e della supremazia maschile l’ancora di salvezza alla parzialità esistenziale del figlio inseminatore che, dimenticando la sciamana, ha trovato comunque una rassicurazione nella puttana.
Nel testo di Grahn vengono analizzati molti aspetti della nostra cultura scaturiti da un’azione femminile che agli occhi di figli e fratelli dovette sembrare talmente magica da permette un’infinità di anni dopo a Yasunari Kawabata un viaggio auto-coscienziale semplicemente sdraiandosi di fianco a una giovinetta intatta e intoccabile nella sua numinosità atavica. O a risultare nella percezione di sé frustrante e confusa che esprimeva il puttaniere balbettante di fronte a Veronique, e ancora nello stesso cortocircuito che coglie i maiali stupidi, cattivi e violenti che consumano le giovinette dell’Est nei bordelli privati, che un tempo erano di stato. Di questo passato i maschi hanno trattenuto solo pulsioni inconsce: uscendo dal mondo che le donne avevano creato per integrarli e guidarli, si sono affidati a una mente astratta che non hanno mai ancorato al corpo e che li tiene in balia di una costante incertezza esistenziale che solo la “sciamana” potrebbe di nuovo calmare. Siamo chiamate a ricordare la nostra potenza e a metterla in atto se vogliamo dare una chance a questa nostra vita, insieme agli altri abitanti della terra.
Prima della figa: le vulve del Neolitico
“Servi della gleba a testa alta, verso il triangolino che ci esalta”
Elio e le Storie tese, Servi della gleba, 1992
Appurato che i nostri figli inseminatori non sono stati “ammalati di figa” fin dagli albori della specie umana – ci sono anzi parecchi segnali che ci dicono il contrario – vediamo di fare un breve escursus sul triangolino peloso che “tira più di un carro di buoi”. In origine non era peloso, appariva alquanto stilizzato e faceva bella mostra di sé in una miriade di luoghi sacri, nelle case e nelle tombe, su figurine minuscole o in pitture rupestri insieme ad animali, linee e puntini, ocra rossa e argilla bianca fissata con quarzo e calcite[xxiii]. Rappresentava sì l’organo sessuale femminile, ma non evocava quello che la parola “figa” richiama immediatamente alla mente oggi, e cioè un maschio arrapato. Per quanto su questo simbolo, come sulle ghiandole mammarie e le natiche, fior fiori di archeologi abbiano proiettato l’immagine di un cavernicolo tombeur de femme che si avvicinava alla prima dimensione artistica riproducendo succinte signorine per scopi masturbatori, finalmente è venuto alla luce l’immaginario che i nostri progenitori intendevano rappresentare con il triangolo pubico. Si trattava esattamente dell’entrata alla vita, del tentativo di capire il mistero dell’esistenza: era il parallelo della donna con la madre terra, con i simboli del nutrimento, con la morte stessa che permette la continuità della vita. Da qui l’incisione della vulva soprattutto nei luoghi di sepoltura, per la rinascita ciclica senza la quale non ci sarebbe più nessuna vita. Nascita, morte, rigenerazione sono i significati profondi legati al triangolo che simboleggia in ultimo la donna. È forse il cortocircuito del maschio al cospetto del mistero della vita il motivo psichico, unito a quelli economici e sociali posteriori, che spinge i puttanieri a violare corpi, i femminicidi a uccidere, i pedofili a rovinare l’innocenza? E il delirio continua su tanti livelli, scempio di animali, di piante e territori, di bellezza, per finire nello sconvolgimento di senso. Emblematico di una profonda assenza di intelligenza vitale è l’episodio delle bambole “gonfiabili” dall’aspetto quasi reale distrutte dai puttanieri nei bordelli, logico epilogo della riduzione in schiavitù della donna in matrimoni, ginecei e harem, iniziata quando gruppi di maschi guerrieri a cavallo si sono trovati fuori dall’organizzazione matriarcale e si sono messi a capo della civiltà.
Cosa ci manca ancora per riconoscere il figlio inseminatore per quello che è? Un bambino da guidare e tenere sottocontrollo… Per questo non ho fiducia in una risoluzione del problema prostituzione con gli strumenti del problematico. Perché è ormai chiaro che andare avanti non significa progredire, che scegliere una prigione dorata non rende libere e soprattutto che da questo disastro si esce insieme e non a piccole lobby accademiche, o a gruppetti d’inconsapevoli gregarie precipitate anch’esse nella cecità di sé che caratterizza il maschile. Solo sapendo chi siamo e cosa siamo in grado di fare noi donne, potremo ritornare a esercitare il mestiere più antico del mondo.
Conclusioni
I nostri figli inseminatori inseriti nelle società matriarcali si sono dimostrati funzionali e cooperativi per millenni. Gli Studi Matriarcali moderni inaugurati da Heide Goettner-Abendroth[xxiv] hanno permesso di rileggere in maniera non patriarcale diverse discipline, tra cui la storia antica e delle origini e l’antropologia, gettando una luce diversa sul passato dell’umanità. Non poche pensatrici femministe con le loro riflessioni hanno contribuito a indagare il comportamento delle donne e degli uomini e le regole sociali che lo determinano, e continuano a farlo, alcune proponendo ipotesi davvero inedite e illuminanti, in grado di spostare il nostro sguardo sul mondo e su noi stesse. Ne consegue l’idea che gli uomini non sono né buoni né cattivi, né rispettosi o maiali, femminicidi o eroi, educabili oppure irrimediabilmente persi: queste sono categorie di giudizio inutili se si vuole trovare soluzione al problema maschile di cui il sistema prostituente è un aspetto importante. Lo studio approfondito della storia delle origini unito ad altre considerazioni di carattere biologico e sociale rende abbastanza evidente che il maschio non può essere lasciato libero di agire in autonomia secondo la sua conformazione mentale, perché essa risponde per lo più a paure esistenziali e a sguardi sul mondo confusi e parziali. In quest’ultima fase storica, che dura ormai da qualche migliaio di anni, è successo invece che una gerarchia di maschi abbia addirittura preso le redini del gruppo umano, eliminando quasi del tutto qualsiasi condotta alternativa. L’invito è quello di tralasciare completamente elementi come il branco, il testosterone, la natura umana, la mamma troppo accudente, lo stress eccetera a cui dare la colpa dello scellerato comportamento maschile. Evitiamo anche la colpa perché non servono leggi più “severe e punitive”: quando mai i maschi vengono puniti e quando mai imparano dal bastone? La Legge è IL loro strumento del potere e spesso ha l’effetto di ingenerare nelle donne un malsano vittimismo. Se vogliamo liberarci dalla tratta e dallo sfruttamento, e farla finita con il sistema prostituente dobbiamo agire su noi stesse e cambiare il nostro sguardo sull’altra metà del cielo. Si tratta di ritornare a vederlo per quello che è: non il principe sul cavallo bianco a cui fa da contraltare un sadico puttaniere, ma un uomo confuso che può mettere il piede sull’arcione o entrare in un bordello senza nessuna particolare intenzione. Per questo è necessario che le donne tutte recuperino la loro centratura, scrollandosi di dosso secoli di vessazioni, plagi, adulazioni, narrazioni menzognere e fuorvianti. Come umanità abbiamo una storia matriarcale che si basa su valori totalmente altri da quelli patriarcali, così incompatibili che è difficile perfino immaginarli, ma se ne stanno rintracciando ovunque le permanenze e si sta consolidando l’interesse verso un’alternativa di questo tipo. Solo recuperando questi valori e facendoli agire collettivamente potremo ritornare al centro e guidare le società verso vie meno stupide e schizofreniche.
Lo sappiamo fare, lo abbiamo già fatto. E se non lo ricordi, inventa[xxv].
[i] Andrea Dworkin, Pornography. Men Possessing Women, 1981.
[ii] Julie Bindel, Il mito Pretty Woman. Come la lobby dell’industria del sesso ci spaccia la prostituzione, 2019; Rachel Moran, Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, 2017.
[iii] Testosterone Rex che ha vinto il prestigioso Royal Society Science Book Prize (miglior pubblicazione di scienza) del 2017. L’autrice, Cordelia Fine, è docente di storia e filosofia all’Università di Melbourne.
[iv] Betty Mindlin e i narratori indigeni, Mariti alla brace. Miti erotici dell’Amazzonia (1997), 2012.
[v] Bevanda leggermente alcolica originaria dell’America Latina. Deriva dalla fermentazione di mais o di frutta. Il risultato è una bevanda dolce a bassa gradazione alcolica.
[vi] Il “Manifesto di Rivolta femminile” (gruppo di Carla Lonzi) del 1970 esordisce così: «Abbiamo guardato per 5000 anni, ora abbiamo visto!»
[vii] http://www.iaphitalia.org/quando-vita-lavoro-e-politica-vanno-insieme-intervista-a-loredana-rotondo/
[viii] Un significato arcaico del termine è “disonesto” nel senso di “non come appare”. Un altro significato possibile dell’aggettivo “osceno”, sebbene non accettato da tutti, è quello del greco antico che lo designa come “fuori dalla scena” e cioè quello che non dovrebbe essere visto, probabilmente per ragioni estetiche. Andrea Dworkin nel suo discorso sulla pornografia usa il termine nel significato latino “contro il sudiciume, la sporcizia”, per sottolineare che l’oscenità richiede un giudizio astratto a cui aderire, mentre la pornografia è la “raffigurazione grafica delle puttane”.
[ix] Si pensi al film Pretty Woman, alla puttana “ottimista e di sinistra” di Lucio Dalla, a Bocca di Rosa e così via.
[x] Centri di ascolto uomini. Associazioni che si occupano della presa in carico degli uomini maltrattanti, quelli che mettono in atto comportamenti violenti nelle relazioni affettive, nel vano tentativo di contrastare la violenza contro le donne.
[xi] Il titolo è Il corpo pensa. Umanità o femminità? a cui ha fatto seguito La razionalità femminile. Il miglior antidoto alla guerra.
[xii] Freya Methews, Per amor della materia. Un panpsichismo contemporaneo. L’autrice rivoluziona il concetto di “materia” per invitarci a ripensare il futuro prendendo in esame tutti gli aspetti della realtà ed entrandone in “contatto” e in “dialogo”, perché niente è privo d’intelligenza nel cosmo.
[xiii] È stata una delle primissime femministe italiane. Fondatrice a Milano nel 1965 del Dacapo (Donne contro autoritarismo patriarcale), primo gruppo italiano di donne in seguito denominato Demau (Demistificazione Autoritarismo Patriarcale), insieme a Nadia Riva ha fondato nel 1981 il Circolo Culturale e Politico delle Donne, Cicip & Ciciap. Ripropone da svariati anni la pratica dell’Autocoscienza in un gruppo che si incontra alla Casa delle Donne di Milano e in altri gruppi online.
[xiv] Daniela Pellegrini, Liberiamoci della bestia, ovvero di una cultura del cazzo, pubblicato in proprio nel 2016; La materia sapiente del relativo plurale, Wanda Ed., Milano 2017.
[xv] Fabrizio De André, Canzone per l’estate, 1975.
[xvi] Vicki Noble, La dea doppia, Venexia, Roma 2005. Il testo ripercorre il cammino del potere e della sapienza femminile partendo dall’iconografia del doppio di donne, dee e sacerdotesse.
[xvii] Marie Antoinette Czaplicka, Aboriginal Siberia: A Study in Social Anthropology, Clarendon Press, Oxford 1914.
[xviii] Noble, op. cit.
[xix] Giuffrida, op.cit.
[xx] Mindlin, op. cit.
[xxi] Christa Wolf, Cassandra, 1983. Nel romanzo storico Cassandra ripercorre gli avvenimenti che hanno portato alla distruzione di Troia, mettendo in evidenza i momenti di discontinuità tra le usanze della città di quando era bambina e il costante affermarsi delle leggi patriarcali. Tra gli altri episodi che sancirono l’arretramento delle donne come custodi del sacro, c’è anche il suo dover sottostare a un’unione “sacra” con un sacerdote, segno che i rapporti tra i sessi adesso erano a vantaggio del maschio.
[xxii] Luce Irigaray, Speculum. L’altra donna, 1975.
[xxiii] La venerazione riservata fin dai primordi dell’umanità alle grotte dall’aspetto di una vagina, testimoniano della sua sacralità. Sulle rocce il simbolo sacro è stato inciso per millenni: un esempio alquanto suggestivo è il riparo della Ségognole a Noisy sur l’École, 9000 a.C.
[xxiv] Heide Goettner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, 2013. Uscirà in settembre del 2023 la traduzione del suo ultimo testo sulla nascita del patriarcato nel continente euroasiatico, che verte proprio sui cambiamenti occorsi nella società che hanno cambiato i rapporti tra i sessi e la visione della vita.
[xxv] Monique Wittig, Le guerrigliere, 1969. “C’è stato un tempo in cui non eri schiava, ricordati. Fai uno sforzo per ricordarti. O, altrimenti, inventa”.


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