Le pionere del matriarcato: Elizabeth Gould Davis

Ott 6, 2025 | Libri e … | 0 commenti

Per i “maschilisti” di entrambi i sessi, la “femminilità” implica tutto ciò che gli uomini hanno incorporato nell’immagine femminile negli ultimi secoli: debolezza, imbecillità, dipendenza, masochismo, inaffidabilità e una certa sessualità da “babydoll” che in realtà è solo una proiezione dei sogni maschili. Per la “femminista” di entrambi i sessi,...

Dopo aver frequentato il college e l’università, Elizabeth Gould Davis divenne bibliotecaria a Sarasota (Florida). Fu lì che iniziò a scrivere quello che nelle sue intenzioni doveva essere solo un saggio. The First Sex venne pubblicato nel 1971 e tre anni dopo diventò uno dei libri essenziali del femminismo americano del XX secolo. L’autrice fece in tempo a raggiungere la fama e a essere circondata da fan e seguaci prima di morire.
L’idea che la spinse a scrivere, come ebbe a dire lei stessa, era riportare le donne dentro una storia grossolanamente distorta dagli uomini. Il libro ha il sapore di una sfida. Vi si afferma che le divinità, gli artisti, i creatori di civiltà, i maestri e gli architetti di un lontano passato erano donne. A supporto della sua tesi, Gould Davis propone un’enorme quantità di citazioni che spaziano dalla mitologia alla psichiatria, dall’archeologia all’antropologia senza disdegnare la linguistica, citazioni a suo dire addirittura ridotte dagli editori.
Per chi studia i matriarcati è un libro prezioso, perché riporta tutte le informazioni che si potevano spulciare nei testi maschili dell’epoca, usati secondo una visione politica femminista che farà scuola.
Il testo è diviso in tre parti: nella prima troviamo i matriarcati, società a guida femminile nettamente superiori a quelle che sono venute dopo, quando gli uomini le hanno spodestate. Nella seconda parte viene messa in evidenza la perdurante ostilità degli uomini verso le donne e gli aspetti misogini che hanno sempre caratterizzato i patriarcati. Infine, la terza raccoglie le permanenze delle società pre-cristiane che sopravvivono ancora oggi. Nella conclusione si parla della “tragedia delle donne occidentali”, che hanno perso il ruolo che spettava loro di diritto.
Alcuni esempi delle chicche contenute in The First Sex sono il ridimensionamento in epoca non sospetta del valore del cromosoma Y, un errore genetico, dice l’autrice, come dimostrano gli studi di criminologia del tempo che affermano che i serial killer sono tutti maschi, o la menzione agli studi sulla partenogenesi che già venivano fatti agli inizi del Novecento. Preziose sono anche le citazioni di donne “insospettabili” come Nausicaa che secondo alcuni studi (maschili tra l’altro) avrebbe scritto l’Odissea o la dottoressa Mary Leakey, paleontologa a cui attribuisce le importanti scoperte grazie alle quali il marito ha raggiunto fama e onori. Per chi ama leggere e studiare compaiono testi di cui non abbiamo neppure sentito parlare come The Lady; Studies of Certain Significant Phase of her History di Emily James Smith Putnam o Sexual Reproduction di Susan Michelmore, testimonianze di originali tesi femministe ante-litteram.

Ho scelto di tradurre un capitolo di The First Sex come esempio dell’originalità delle tesi dell’autrice, che, anche se non sempre si attengono al concetto di “scientificità” cara ai maschi, restituiscono il brio e l’humor che attraversa tutto il libro.

L’enorme sopravvalutazione della verginità si trova solo
nelle comunità che trattano le loro donne come fossero schiave.

E. Wexberg

Altro sottoprodotto del capovolgimento patriarcale è stato lo sviluppo nella femmina umana, attraverso la selezione sessuale, dell’imene, membrana che condividiamo solo con l’elefante, l’asino e il maiale. Come la circoncisione femminile, l’attenzione per l’imene si manifesta solo in aree molto ristrette del mondo – principalmente in paesi semitici e cristiani. Più un’usanza o una credenza sono universali e più scopriamo che sono antiche. L’ubiquità della mutilazione del pene, della couvade e della circoncisione maschile testimonia la loro antichità, mentre la restrittività spaziale della circoncisione femminile e dell’imenolatria prova che hanno origini recenti.
È stato a lungo osservato da marinai, missionari e altri viaggiatori che le giovani delle società primitive sono prive di imene a un’età molto precoce. Dalla scoperta di un’apparente assenza di verginità nelle popolazioni del Pacifico e dell’Estremo Oriente sono nate parecchie canzoni sguaiate. L’assunto era, ed è, che queste ragazze avevano perso la loro verginità con un rapporto sessuale in tenera età, che indicava la sfrenata sessualità dei popoli “nativi”. La canzone che i marinai cantavano sulla “vergine dell’isola di Cebu” – “c’è una vergine, mi hanno detto, ma ha solo tre anni” – è tipica delle oscenità che suscitava la presunta assenza d’illibatezza in aree un tempo remote per la civiltà giudaico- cristiana occidentale.
La verità, invece, era che queste ragazze avevano perso la verginità in età precoce per un atto deliberato di deflorazione e non in seguito a un rapporto sessuale. In Cina, Giappone, Siam, Cambogia, nelle isole Molucche, nelle Filippine e altre isole limitrofe, “l’imene veniva rotto nella prima infanzia da un’anziana ingaggiata dal villaggio per questo scopo”.[i] Tra i Toda un uomo veniva da un’altra tribù per stabilirsi nel villaggio e deflorare le ragazzine che si stavano avvicinando alla pubertà.[ii] Dato che nelle tribù primitive la pubertà nelle ragazze si manifesta tra i nove e i dieci anni, ne consegue che la maggior parte di loro vengono deflorate all’età di otto anni. La deflorazione “deve avvenire prima della pubertà [corsivo dell’autore] ed esistono poche cose tanto deprecabili quanto il fatto che la cerimonia subisca dei ritardi.”[iii] In Estremo Oriente e nelle isole del Pacifico evidentemente non esiste il feticcio dell’imene, come sarebbe invece se l’imene – e con esso l’imenolatria – avesse un antico lignaggio. La sua venerazione si restringe a quei pochi popoli dove il patriarcato è stato letteralmente imposto con un intento vendicativo – e cioè tra i Semiti del Medio Oriente e nelle culture che discendono dalla più tarda civiltà cristiana dell’Europa.
L’imene è un’appendice secondaria. Proprio come la forma e la misura del pene sono state il frutto della selezione sessuale operata dalle donne della preistoria, così l’imene è il risultato di un modello di selezione di gran lunga successivo da parte degli uomini patriarcali dei tempi storici. Quando il concetto di paternità iniziò a veicolare l’assunto di un diritto del padre insieme a quello di proprietà, gli uomini diventarono i selezionatori delle partner sessuali e la verginità delle donne si trasformò in qualcosa di valore.
“L’imene della vergine sembra sia stata una tarda acquisizione delle femmine umane, prodotta dalla scelta attiva del maschio possessivo,” scrive Eisler, “dopo il passaggio dai valori matriarcali a quelli patriarcali,” quindi molto tardi nella storia umana.[iv]
Lo sviluppo dell’imene nelle donne, per quanto approvato e incoraggiato da molti uomini, portò a problemi inediti, a nuove interdizioni e sensi di colpa nei loro rapporti con le donne. Il sangue femminile era sempre stato, fin dalla notte dei tempi, un tabù pericolosissimo. Il sangue mestruale e lochiale delle donne, come quello delle vene e delle arterie, era di una sacralità poderosa, un qualcosa da evitare a tutti i costi. Ma poi era diventato necessario far scorrere il sangue dell’imene femminile nell’atto sessuale, talmente l’uomo era circondato da tutte le parti da questa creatura pericolosa e piena di mistero: la donna.
Il fatto che in molte culture patriarcali abbiano obbligato le vergini a offrire il loro imene al dio può anche essere servito come modo per compensare le montagne di prepuzi, peni e testicoli con cui in tempi passati gli uomini ricoprivano la dea. In quasi tutte le società patriarcali nascenti, il primo coito di una vergine era messo in scena in forma sacrificale – dallo stesso dio nella persona del sacerdote o da uno straniero qualsiasi o un viandante che la sceglievano al tempio. I nati da tali unioni erano ritenuti figli del dio, specialmente se più tardi diventavano grandi eroi. Così Teseo si considerava figlio di Poseidone, a cui sua madre Etra si era offerta nel tempio di Trezene a lui dedicato, mentre Romolo era figlio di Marte per via della coabitazione nell’omonimo tempio ad Alba Longa di sua madre Rea Silvia. Ercole, l’eroe degli eroi, era naturalmente il figlio del re degli dei, Zeus, che aveva stuprato sua madre Alcmena nel tempio di Tebe che portava il suo nome.
La lacerazione dell’imene era vista come il sacrificio a un dio che corrispondeva al sacrificio del prepuzio alla dea nel rito della circoncisione.
Erodoto ci offre un quadro vivace della prostituzione al tempio, così come l’aveva vista a Babilonia nel V secolo a.C.[v] L’ingenuo viaggiatore non cercò di capire il significato di tale pratica. Strabone, nel I secolo, scriveva che le vergini armene offrivano il loro imene al dio Amiatus. Nell’India patriarcale la stessa membrana veniva offerta come ornamento al sacro lingam. Sappiamo che le matrone romane dell’impero erano solite sedersi sopra il fallo eretto di Priapo – ma non si trattava tanto del sacrificio dell’imene, quanto di un rito propiziatorio di fertilità, rivolto a Priapo come a San Fotino, che avrebbe avuto il potere di rendere feconde le donne.
Nel XVIII secolo, quando il Capitano Cook visitò i Mari del Sud, fu testimone di una cerimonia in cui una vergine di dieci anni venne deflorata pubblicamente dal capo tribù. Non si trattò comunque, come aveva ipotizzato Cook, di un sacrificio rituale dell’imene, ma di una misura orientata a rendere la ragazza pronta per il matrimonio, tanto l’imene era tenuto in bassa considerazione presso i popoli matriarcali. Infatti, “la verginità aveva così poco valore che raccogliere il primo fiore era ritenuto un obbligo di servizio e le ragazze che avevano ancora l’imene intatto dopo la pubertà venivano guardate dall’alto in basso”.[vi] In molte culture veniva adottata l’usanza di far deflorare la sposa da una parte terza, in alcuni casi un sacerdote, in altri una levatrice e in alcune società tribali ancora esistenti dalla sorella del padre della sposa.[vii] (Lo ius primae noctis medievale, per cui la sposa del contado veniva deflorata dal signore del maniero, non era il crudele appropriarsi del diritto del marito, come pensano i sociologi moderni, bensì la sopravvivenza della tradizione di spostare il pericolo del sangue dell’imene dal marito a qualcuno che avesse il potere di gestire meglio la minaccia.)
“Lo scopo dell’usanza è chiaramente quello di rimuovere il pericolo dal marito”, scrive Crowley.[viii] Tuttavia per quanto riguarda il “tabù della verginità”, Freud attribuisce il costume della deflorazione da parte del padre al “complesso di Elettra”, che, come per l’invidia del pene, si presuppone sia una cosa di cui soffrono tutte le ragazze. Si tratta cioè del desiderio di essere violentate dal padre. “Quest’usanza primitiva”, scrive Freud, “sembra convalidare in qualche modo l’esistenza dell’istinto sessuale primario [il desiderio di essere violata dal proprio padre] assegnando il compito della deflorazione, se non al padre, a un anziano, un prete o santone, cioè a un sostituto del padre.”[ix]
La sola cosa sbagliata in questo assunto è che non è vero. E comunque la ragazza non sceglie l’agente della deflorazione. La vera ragione per tale pratica prematrimoniale, indipendentemente da chi la esegue, è da far risalire all’atavica paura dell’uomo verso la donna e il defluire del suo sangue. “Nella deflorazione di una vergine, quello che entra in gioco non è solo la paura della donna in generale, ma anche del defluire del [suo] sangue.”[x]
L’uomo cercava in questo modo di allontanare da sé le conseguenze del versamento di sangue che la sua stessa scelta sessuale aveva reso necessario. Soffriva già di un atavico senso di colpa, quello per il peccato originale, nato dall’avere detronizzato la dea, dopo averla sfidata diventando un cacciatore e divoratore di animali. La dea aveva sempre proibito la fuoriuscita di qualsiasi sangue, anche di quello degli animali. Nel mito greco è stato solo con l’inizio dell’Età del bronzo, epoca del rovesciamento patriarcale avvenuto dopo i lunghi millenni dell’età dell’oro e dell’argento del periodo matriarcale, che gli uomini hanno iniziato cibarsi di carne d’animale. E Ginzberg, nelle Leggende degli ebrei, colloca l’innovazione ai tempi dei discendenti di Noè – dopo il diluvio del V millennio a.C. “Dopo il diluvio, Dio concesse a Noè e alla sua discendenza di usare la carne degli animali come nutrimento, cosa che era stata proibita fin dai tempi di Adamo.”[xi]
Può essere che il consumo di carne fosse diventato necessario come conseguenza della grande catastrofe che aveva colpito il mondo all’epoca. Il mito di Caino e Abele, come abbiamo già detto in precedenza, segnala un inaridimento della vegetazione con conseguente penuria di frutti della terra. La storia di Caino è un’allegoria, mal riposta nel tempo, del drastico slittamento delle abitudini umane da una ginecocrazia vegetariana e agricola a un patriarcato nomade e di caccia.
L’istituzione del sacrificio fu il prodotto della vergogna e della colpa dell’uomo di fronte a questi cambiamenti. Mentre la dea si accontentava delle offerte di frutta e vegetali,[xii] e dei prepuzi dei maschi circoncisi, il nuovo dio maschio esigeva sacrifici di sangue. “Quando da frugivoro l’uomo diventò carnivoro”, scrive Eisler, “si sentì in dovere di lenire la sua colpa con sacrifici animali, e perfino umani, ai suoi nuovi dei.”[xiii]
Il sangue che veniva versato in questi sacrifici era maschile, essendo lo stesso atto un segreto vergognoso tra l’uomo spargitore di sangue e i suoi dei che ne erano assetati. Il sangue delle donne continuava a rimanere rigorosamente tabù. Perfino dopo la fine della venerazione della dea e del matriarcato, il sangue della donna non doveva essere versato. Soffocala, avvelenala, annegala, bruciala oppure immergila nell’olio bollente, ma non versare nemmeno una goccia del suo sangue! Nell’Europa medievale e cristiana, quando gli uomini non ricordavano nemmeno più l’atavica ragione dell’interdizione imposta sul sangue femminile, le donne non venivano mai decapitate o sventrate e squartate come succedeva agli uomini. Bruciarle vive era un modo consono per giustiziare le donne. Un grande inquisitore, quando gli fu chiesto perché era così, senza essere consapevole della vera ragione rispose che “una morte priva di sangue era più gradita alle donne!”. Paracelso, il famoso medico del XVII secolo, perpetuò l’antica fede nella misteriosa sacralità del sangue femminile, scrivendo nel suo testo sulle malattie: “Una persona rozza pensa che il sangue della donna sia lo stesso del sangue dell’uomo… Il maschio e la femmina animali sono fatti della stessa materia; ma la donna… è dunque di una più nobile e raffinata materia…”[xiv]
Così dal versamento di sangue nell’accoppiamento nacque il senso di colpa connesso al sesso, che si andava ad aggiungere per l’uomo agli altri due: nutrirsi di carne e aver detronizzato la dea. “La colpa sessuale”, dice Eisler, “non poteva esistere nello stadio matriarcale, prima che un patriarca possessivo riuscisse, grazie a una mutazione accidentale [corsivo dell’autore] dal prezzo altissimo, a inseminare una specie di fanciulle provviste di imene, un’anomalia genetica paragonabile ai piedi palmati – che fino da allora venne identificata con l’onore della donna.”[xv]
A mano a mano che il rovesciamento patriarcale avanzava, in qualche modo diminuiva la coscienza del peccato legata al versamento di sangue, e l’uomo si convinse sempre di più che lui era davvero l’artefice della creazione. Dato che la fiducia in se stesso e il suo potere erano aumentati, l’imene intatto divenne il criterio della sua selezione naturale. L’enfasi maschile sull’indispensabilità dell’illibatezza nelle ragazze in età da matrimonio portò poi alla maledetta pratica dell’infibulazione femminile e all’impiego della cintura di castità. Nell’Europa cristiana e patriarcale l’imene divenne così importante da imporre alla futura sposa di sottoporsi a un esame intimo da parte dei parenti del suo promesso prima di essere accolta nella sua famiglia. Negli importanti casati dinastici il vergognoso test veniva eseguito da un prelato che rappresentava il papa. Di questa verifica, così scriveva nel XVIII secolo il grande naturalista francese Georges Louis Bouffon: “Per la verità la prova fisica della verginità spesso si perde con la ricerca. E l’indignazione che fa arrossire [rougir, sanguinare] di vergogna la fanciulla pura e riservata spesso è la reale deflorazione della sua purezza.”[xvi]
La selezione naturale operata in base all’imene si spinse fino al punto di produrre un pugno di signore di nobile famiglia con un imene così impenetrabile da renderle delle perpetue vergini loro malgrado – come potrebbe esser stato per la Regina Elisabetta I, la regina vergine d’Inghilterra.

Lo sviluppo dell’imenolatria portò in seguito all’infibulazione di donne e ragazze. Come dice Eric Dingwall: “L’infibulazione delle cavalle era conosciuta da tempo dai veterinari di professione, e non c’è alcuna differenza con il sistema di infibulazione delle donne: sono identici e consistono nello stringere insieme le grandi labbra con un anello, una fibbia o un lucchetto.”[xvii]
Il metodo descritto da Dingwall apparteneva all’Europa cristiana – blando e pietoso se confrontato con quello semitico praticato nei paesi arabi dell’Africa e dell’Asia. Secondo Mantegazza, è stato “uno dei primi re cristiani a introdurre per la prima volta la pratica dell’infibulazione in Nubia.”[xviii] Tuttavia dopo le Crociate, quando l’idea fu riportata dall’Oriente insieme alla cintura di castità, la pratica venne attribuita agli infedeli (mussulmani), da cui i crociati l’avevano, non senza piacere, imparata.
La forma europea dell’infibulazione era senza dubbio dolorosa per come veniva applicata e altamente fastidiosa per la durata. Ancora nel 1871, meno di cento anni fa, una donna in Europa si lamentava con il suo dottore che il peso del lucchetto che suo marito le aveva imposto, le lacerava le labbra della vagina causandole forti dolori e perdita di sangue. Visitandola il dottore aveva scoperto che il marito le aveva praticato nelle labbra dei fori in cui aveva inserito due anelli di metallo, simili a quelli per le tende, che aveva poi serrato insieme con un lucchetto chiuso a chiave.[xix] Si erano registrati casi simili a New York, con il coinvolgimento di una coppia d’immigrati tedeschi, e nell’Europa dell’Est nel 1906![xx]
In Europa questo tipo di cose era probabilmente molto più comune di quanto si pensasse, visto che i pochi casi venuti alla luce furono scoperti del tutto casualmente. Sempre in Europa si praticava ripetutamente anche la cucitura delle labbra sopra l’apertura vaginale di cui abbiamo parlato prima in connessione alla cliterectomia, sebbene probabilmente meno spesso del tipo di infibulazione con lucchetto. Nel XVIII secolo però fu scoperto un caso in Inghilterra.[xxi]
Tutto sommato le donne europee sfuggirono alla forma più atroce di infibulazione, che consisteva nel raschiare le labbra e ricucirle insieme sopra la vagina. Questa forma di tortura veniva eseguita sulle giovani dei paesi mussulmani in Africa e in Asia per proteggerne l’imene in caso di incontri non leciti. La dolorosa operazione di raschiamento veniva eseguita, forse ancora, sulle ragazzine senza il beneficio dell’anestesia. Mantegazza ci fornisce il racconto rilasciato da un testimone oculare dell’operazione, così come veniva fatta nel XIX secolo:

L’infibulazione si fa in questo modo. Si cruentano con un rasoio le grandi labbra nella superficie interna, poi si pone nell’uretra una cannula a modo di catetere per lo scolo dell’orina, poi si riuniscono con un nastro i pollici dei piedi, quindi dai malleoli si comincia una fasciatura più o meno regolare che arriva sino alla metà delle cosce, il tutto con lo scopo di tenerle avvicinate così che le grandi labbra vengano poi ad aderire. È quindi falso che si faccia una cucitura, come sta scritto in molti libri.
Quando si toglie l’apparecchio non resta che un piccolo orifizio per lo scolo dell’orina e dei menstrui in corrispondenza della forchetta. Per otto giorni si prescrive il decubito e poi si permette alle ragazze di alzarsi, mantenendo loro per altri otto giorni i piedi congiunti, onde le labbra non abbiano a scollarsi.
Venendo una ragazza infibulata a marito, la mammana si presenta con un coltello, e prima della consegna della sposa, taglia dal basso in alto, in presenza dello sposo, la cicatrice per tanto che basti, riserbandosi di praticar più ampi tagli prima del parto, onde l’angustia delle parti esterne non cagioni grave ostacolo all’uscita della testa del feto. […] le bambine nel Pegu son cucite in modo che non rimanga loro che un piccolo forellino, e quando si maritano, lo sposo fa l’apertura più o meno grande, come più gli conviene.
[…] talvolta i mariti riuniscono la cucitura ogni volta che devono allontanarsi per un lungo viaggio…[xxii]

Nell’era delle civiltà pre-cristiane greca, romana e persiana, antecedenti a Geova e Allah, non ci si sognava nemmeno di mettere in atto questa barbara e impietosa crudeltà verso le donne, portata avanti con lo scopo apparente di mantenerle caste. Perché in questi regni, se non ci si fidava della fragile virtù di una donna non era lei, ma gli uomini che aveva intorno che venivano torturati. Gli veniva semplicemente tagliato il pene. In questo punto troviamo un’analogia con gli usi attuali del controllo delle nascite: Perché nei paesi cristiani sono la salute, il benessere e la sicurezza delle donne che sono sacrificati in nome del controllo demografico, mentre nell’India non cristiana sono sterilizzati gli uomini.

In Europa, le classi più basse facevano ricorso all’infibulazione, mentre la cintura di castità era appannaggio delle più alte “che potevano permettersi tali lussurie ed erano consapevoli che la crudeltà corporale è una punizione più pesante della tortura mentale.”[xxiii] È sicuramente vero che la cintura di castità causava molto meno dolore dell’infibulazione, ma fastidio e disagio, per non parlare dell’aspetto umiliante, erano del tutto identici.
L’idea della cintura di castità, come quella dell’infibulazione, venne importata dall’Est semitico dai crociati e in Europa divenne moda a partire dal XIII secolo.
Il dispositivo consisteva in un corsetto di ferro o d’argento che si curvava in mezzo alle gambe in una barra di metallo aderente alla parte e perforata da una stretta apertura circondata da file di denti taglienti. La donna veniva chiusa a chiave dentro questo strumento di tortura e la chiave l’aveva solo il marito. Già era una cosa orribile, senza ombra di dubbio, quando il marito era a casa e poteva aprire ogni tanto il marchingegno per dare alla povera donna un po’ di sollievo e permetterle di lavarsi. Ma nei periodi in cui il signore e padrone era lontano per la guerra, e passavano mesi se non anni, si fa fatica a immaginare lo sporco che si accumulava. Molte erano le mogli medievali che si gettavano dai bastioni del castello in preda all’agonia senza fine causata da questa invenzione misogina.
Henri Fleury, che vide nel palazzo ducale di Venezia la cintura di castità che nel XIV il duca di Carrara aveva imposto alla moglie, scrisse in quello stesso anno (in En Italie, 1860):  “Quest’apparecchio mostruoso scaturiva dalla feroce gelosia del marito per assicurarsi la fedeltà fisica della moglie, e rendere colei a cui era imposta vittima di una tortura permanente davvero atroce.”[xxiv]
L’abate di Brantôme rimarca, nel suo libro del XVII secolo, che la cintura di castità approdò in Francia dall’Italia, dove nel Medioevo un notabile di Padova aveva inventato un apparecchio di metallo “che ingabbiava l’intera parte inferiore del corpo di sua moglie”. In Francia, alcuni anni dopo, durante il regno il regno di Francesco I, una canzone popolare faceva menzione a questa forma di cintura a tutto tondo, come riporta Brantôme:

L’uomo che vuol preservare la moglie
Dal troieggiare una volta che ha cominciato
Deve chiuderla in una botte per sempre
E prendersi il piacere attraverso il tappo.[xxv]

Dei suoi tempi, cioè sotto il regno di Enrico II, Brantôme racconta un incidente occorso alla fiera annuale di Saint Germain a Parigi, quando un venditore di ferramenta mise in vendita “una dozzina di arnesi per imbrigliare le parti di una donna.” Parecchi mariti gelosi li acquistarono e subito ci chiusero a chiave le mogli. Sfortunatamente alcune di queste erano dame di corte, dove la castità delle donne era considerata stravagante. Così “un bel po’ di stimati nobili di corte minacciarono il venditore di ferramenta che se avesse osato portare ancora questa merce spregevole al mercato lo avrebbero ucciso”.[xxvi] Brantôme descrive l’invenzione del fabbro ferraio “fatta di ferro, consistente in una cintura e in un pezzo attaccato sotto che veniva chiuso a chiave in posizione, così ben fatto che una volta che una donna era stata imbrigliata risultava impossibile per lei indugiare in soave piacere, poiché c’erano solo minuscoli fori da cui poteva urinare”.[xxvii]
Questo esempio è di una cintura di castità del XVI secolo. Trecento anni dopo, nel 1880, una ditta produttrice francese distribuiva il seguente foglio illustrativo insieme al prodotto la camisole de force:

I vantaggi sono molteplici. Non solo sarà preservata la purezza della vergine, ma si potrà esigere fedeltà dalla moglie. Il marito potrà allontanarsi da lei senza temere che il suo onore venga oltraggiato e i suoi affetti deviati altrove. I padri saranno certi della loro paternità e non coveranno il terribile dubbio che i loro figli siano prole d’altri, potendo così tenere sotto chiave cose più preziose dell’oro.[xxviii]


Che lo scopo della cintura non fosse solo prevenire il concepimento di bambini illegittimi comunque lo si evince dal fatto che il più comune dei dispositivi proteggeva sia l’apertura anale che quella vaginale. La stessa azienda francese menzionata sopra scriveva così in risposta alla richiesta di una camicia di forza di doppio tipo da parte di un cliente:

L’attrezzatura può essere costruita in modo che lei riesca a proteggere sia il davanti che il dietro. Dobbiamo tuttavia informarla che c’è un inconveniente per il secondo, e cioè che per defecare è necessario rimuovere l’apparecchio, cosa che altrimenti non è richiesta, poiché si può urinare con il dispositivo in posizione. Si chiude come una comune serratura.[xxix]

L’imene era diventato così importante in Europa nel XVI e XVII secolo che le donne, per salvarsi la vita e preservare i beni e il benedetto onore erano obbligate a simulare l’imene anche se non esisteva. La “prova del lenzuolo” un tempo era universale in Europa e oggi continua a esistere in alcune comunità di paese. Secondo il rito, lo sposo mostra con orgoglio agli ansiosi ospiti del matrimonio lì riuniti il lenzuolo nuziale macchiato di sangue, prova della verginità e del successo dell’avvenuta rottura. Quando il sangue dell’imene sembrava non fluire spontaneamente, la sposa faceva in modo di schizzare prima sul lenzuolo del sangue di piccione, perché quello del volatile è quasi indistinguibile dal sangue di una vergine. (suggestione della Grande Dea e della colomba di Rhea!)[xxx]
L’uso del sangue di piccione sembra abbia gabbato lo sposo fiducioso, ma per quello diffidente e puntiglioso ci voleva qualcosa di più concreto e drastico. Quando la sposa o sua madre temevano che il sangue di piccione non bastasse, la futura sposa, mesi prima della notte nuziale, provava a creare un imene finto da mettere al posto della membrana mancante. Nelle parole di Brantôme: “Bisogna poi porsi delle sanguisughe entro la vulva e farsi succhiare il sangue. Queste sanguisughe, succhiando, producono delle piccole bolle, sì che il marito quando monta all’assalto le rompa al primo colpo e ne fa uscire il sangue, con gran gioia, con vivissima gioia d’entrambi.”[xxxi]
Nel XIX secolo, che potremmo chiamare l’apogeo dell’imene, questa faccenda della verginità aveva assunto proporzioni tali che venivano pubblicati dei manuali sull’arte di identificare le vergini.
Nel 1821, un certo dottor Bell pubblicò a beneficio della categoria maschile un libro in cui cercava di istruire giovani uomini ingenui nell’importantissima arte di selezionare mogli dall’“onore” intatto. Dopo aver ammesso che l’unica prova assolutamente certa di deflorazione era la rottura dell’imene, prova che purtroppo non poteva essere rilevata in tempo per evitare l’errore fatale di sposare una donna perduta, il buon medico procedeva descrivendo alcuni segni esteriori del degrado femminile: “È certo che nelle vergini la mammella è sostenuta e rotonda e l’occhio non rileva irregolarità sulla superficie. Ed è altrettanto certo che a deflorazione avvenuta la superficie mammaria presenta alcune irregolarità.”[xxxii] Profondo rammarico per quelle povere vergini che non erano state benedette dalle gloriose rotondità così tanto ammirate in tutti i tempi dai patriarchi. Devono essere ricorse a ogni tipo di espediente per dare al proprio seno cadente, piatto o immaturo l’aspetto di un’opulenza “virginea”. Secondo l’uso romano il seno di una vergine, contrariamente all’opinione del dottor Bell, doveva essere più piccolo di quello di una donna non illibata. A dirla tutta, si riteneva che il seno si espandesse subito dopo la deflorazione, come testimonia l’abitudine dei Romani di misurare la sposa “prima e dopo”. A Roma, dove la verginità non era nemmeno lontanamente quel dogma inviolabile che sarebbe diventata nella cristianità, uno sposo ancora gioiva se le misure del seno superavano quelle del giorno del matrimonio. Catullo fa riferimento a questa prova di verginità nella frase Non illam nutrix, oriente luce revisens hesterno collum poteret circumdare filo, che si può tradurre pressappoco così: “Al levarsi del giorno, non si riusciva più a chiudere il filo che cingeva i suoi seni.”[xxxiii]
Ma ritorniamo al dottor Bell e al XIX secolo dell’Inghilterra cristiana. Il secondo consiglio ai giovani uomini che volevano scoprire l’inganno sulla verginità aveva a che fare con le ghiandole del collo: “Un improvviso gonfiore del collo delle giovani è segno di deflorazione [corsivo dell’autore].”[xxxiv] Ci si chiede quanti fidanzamenti siano stati interrotti precipitosamente da chi aveva delle fidanzate che avevano parotiti o raffreddori che ingrossavano le ghiandole del collo. Povere ragazze, probabilmente non hanno mai sospettato di dovere la loro condanna a una vita da zitelle perché in una giornata meravigliosa avevano preso freddo durante un giro in barca sul fiume Cam.
La successiva chicca di Bell non è molto chiara: “La deflorazione altera il timbro della voce in un modo tale che il cambiamento è facilmente percepibile a chi ha buon orecchio.”[xxxv] Purtroppo il solerte medico non ci dice come cambia la voce, se non aggiungendo in maniera criptica che “nelle prostitute che si abbandonano quotidianamente agli uomini, l’alterazione è forte e ovvia”.
Ma quest’ultimo avvertimento abbraccia tutto: “Gli osservatori intelligenti e attenti, in tale occasione [cioè quando deflorano una vergine] scopriranno una variazione nell’espressione, nella carnagione, nell’aspetto, nel portamento e nella conversazione, da cui si capisce molto.” In altre parole, se la fanciulla diventa improvvisamente più audace, più schietta, meno timida e modesta, lo scapolo attento diventerà subito sospettoso e si ritirerà alla prima occasione, perché è al cospetto di una donna traviata.
Il dottor Bell non si accontenta di mettere in guardia chi è a caccia di una moglie: cerca anche di liberare dall’inganno quelli che ci sono già caduti ma che nutrono dei dubbi sulla castità prematrimoniale della moglie. “Per quanto possa essere vero che l’imene sia spesso morbido nelle vergini, o rotto e ridimensionato da incidenti che non hanno a che vedere con il coito, simili accadimenti sono alquanto rari, e l’assenza di imene è sicuramente buon terreno per la nascita di un forte sospetto [corsivo dell’autore].” Non pago il buon dottore avverte i mariti sospettosi: “La leggera tendenza a riformarsi dell’imene quando si rinuncia al sesso per anni o dall’uso di astringenti, può sconcertare solo il marito più sprovveduto [corsivo dell’autore].”[xxxvi] Perciò uomini, attenzione.
“Grazie a tutti questi segnali”, conclude il dottor Bell, “l’osservatore acuto non sarà mai ingannato.”
E il futuro marito che segue i manuali non correrà mai il rischio di vedersi rifilare come moglie una vergine di seconda mano.
Se per caso sorgesse qualche dubbio sulla precisione delle diagnosi del dottor Bell, sappiate che vengono confermate dalla sua determinazione del sesso dei bambini. Nello stesso libro consiglia ai mariti che desiderano procreare dei maschi di concentrarsi sul proprio organo sessuale e sul proprio piacere durante il rapporto; nello stesso modo, se desiderassero una figlia, devono concentrarsi solo sulle parti sessuali della moglie e sul suo piacere.”[xxxvii] (Di fatto, viene concepita e nasce una percentuale più alta di maschi che di femmine, ma dalla spiegazione sulla determinazione del sesso del dottor Bell ci si aspetta che la percentuale dei maschi possa essere ancor più elevata.) “Le fantasie del genitore maschio”, prosegue il dottor Bell, “possono determinare non solo il sesso del bambino, ma anche la sua bellezza e compiutezza.” Il modo per ottenere quest’ultima però non può essere spiegato in una forma abbastanza delicata per essere adatta allo sguardo pubblico…”[xxxviii] E veniamo lasciati nell’oscurità riguardo alla prescrizione medica per determinare l’aspetto e il talento del nascituro. Forse si aspettava che i suoi lettori maschi lo andassero a cercare nei suoi alloggi in Harley Street per ricevere a pagamentoulteriori delucidazioni su questo punto.
Davenport, che scrive poco dopo Bell, avverte di non basarsi sull’assenza d’imene per stabilire la mancata verginità in una donna. “La più casta e la più morale del suo sesso”, scrive, “potrebbe avere un imene distrutto per malattie pregresse, e perciò essere nell’impossibilità di fornire al marito la prova della sua purezza. Bisogna anche ricordare che ci sono persone in cui l’imene è così vago che diversi anatomisti hanno dubitato tutto sommato della sua esistenza. Con quanta eloquenza Buffon, che condivide questo scetticismo, inveisce contro l’assurda importanza che è stata posta su questa membrana da noi fautori dell’invenzione.”[xxxix] Davenport continua citando direttamente dalla fonte l’opinione di Buffon: “L’uomo primitivo e quelli di tutte le generazioni seguenti si sono dati un gran da fare per la proprietà esclusiva di quel che possedevano; e tale follia è stata espressa al meglio con l’insistere sulla verginità delle loro donne. Questa verginità è una cosa puramente fisica e non ha niente a che vedere con la purezza del cuore.”[xl] (Traduzione dell’autore.)
Ippocrate, il padre della medicina, scriveva nel V secolo a. C. che “le donne che convivono con uomini sono più sane di quelle che non lo fanno.”[xli] Quale che sia la verità di questo detto, e le statistiche moderne sembrano smentirlo, per molti secoli ci si è creduto. Eppure, sotto l’influenza del patriarcato, le donne stesse sono arrivate alla fine a venerare l’imene.
Zenobia, la grande regina di Palmira del III secolo a.C., “si avvalse delle libertà offerte dal suo stato di donna sposata unicamente per procreare dei figli.”[xlii] Isabella Gonzaga, duchessa di Urbino, rimase vergine per due anni dopo il matrimonio, ricevendo l’abbraccio del marito “attraverso la porta posteriore” – compromesso accettato probabilmente con gioia dal duca, il suo consorte per metà arabo – prima di capire che il rapporto frontale era consentito alle donne sposate. “Pensava che tutte le donne maritate facessero come lei. Alla lunga tuttavia le bende le caddero dagli occhi e svanirono,”[xliii] e così fece il suo imene.
Il pezzo forte sulla venerazione dell’imene si trova nella Bolla di canonizzazione di Santa Francisca Romana del 1608. Questa nobildonna, avendo preso il velo, era così tormentata dagli appetiti della carne e tuttavia così determinata a incontrare Cristo, il suo sposo, con l’imene intatto che “era solita controllare i suoi istinti carnali versandosi cera o grasso bollente sulle pudenda.”[xliv] Fu beatificata per questo.
E così abbiamo visto che quando gli uomini tolsero alle donne la venerazione del fallo, queste adottarono quella dell’imene. E dove la verginità è esaltata, la donna è soggiogata; dove l’imene è tenuto in gran considerazione, la donna è svilita.
Tutti questi risultati del capovolgimento patriarcale – sadismo sessuale, infibulazione, imenolatria e degradazione della donna – sono arrivati molto più tardi alle donne europee. La rivolta maschilista si è diffusa molto lentamente verso ovest, partendo dall’Oriente dei Semiti e attraversando l’Egeo solo in tarda epoca storica. Ma anche allora in un angolo dell’Anatolia, la culla delle civiltà, si mantenne intatto il seme dei ginarcati. Quel piccolo lembo di terra da cui erano partite le grandi civiltà dei Sumeri, degli Egizi e di Creta era destinato ancora una volta a far rivivere una civiltà in declino. Perché fu dalle piccole nazioni ioniche dell’Anatolia occidentale – la Lidia, la Licia e la Caria – che nacquero le grandi civiltà precristiane di Atene, Roma, Irlanda e dei Celti in Europa.


[i] Ernest Crawley, The Mystic Rose, Vol. II, Meridian Books, New York, 1962, p. 69.
[ii] Ibid.
[iii] Ibid.
[iv] Robert Eisler, Man into Wolf, Spring Books, Londra 1949, p. 200, n. 85. [Uomo lupo. Saggio sul sadismo, il masochismo e la licantropia (1949), trad. di M. Doni, E. Giannetto, Medusa Milano 2011].
[v] Erodoto, The Histories, trans, by George Rawlinson, Bk, I (New York, Tudor, 1944), p. 74. [Storie, Rizzoli, Milano 1984].
[vi] John Davenport, Curiositates Eroticae Physiologiae (stampato in privato a Londra, 1875, oggi disponibile), p. 36.
[vii] Crawley, op. cit., vol. II, p. 69.
[viii] Ibid., p. 67.
[ix] Citato in Crawley, op. cit., vol. II, pp. 74-75.
[x] Crawley, op. cit., vol. II, p. 72.
[xi] Louis Ginzberg, The Legends of the Jews (Philadelphia, Jewish Publications Society, 1909), p. 166.[Le leggende degli Ebrei, Adelphi, Milano 1992]
[xii] Montesquieu, The Spirit of the Laws, trans, by Thomas Nugent, Vol. II (New York, Hafner, 1949), p. 47, cit. Porphyry. [Lo spirito delle leggi, Rizzoli, Milano 1989].
[xiii] Eisler, op. cit., pp. 36-41.
[xiv] Citato in Franz Hartman, The Life of Paracelsus, 2° ed. (Londra, Kegan Paul, Trench and Trubner, 1841?), p. 78. [Il mondo magico di Parcelso. La vita e le dottrine di Philippus Theophrastus diHohenheim, conosciuto sotto il nome di Paracelso, estratte e tradotte dalla sua rara e vasta opera e da alcuni manoscritti, Edizioni Mediterranee, Roma 1982, traduzione di Mario Monti].
[xv] Eisler, op. cit., p. 200, n. 185.
[xvi] Citato in Davenport, op. cit., p. 35.
[xvii] Eric John Dingwall, The Girdle of Chastity (Londra, Routledge, 1931), p. 3.
[xviii] Paolo Mantegazza, The Sexual Relations of Mankind (Baltimora, Maryland, Eugenics Publishing Co., 1935), p. 117. [Gli amori degli uomini (1886), Marzocco, Firenze 1943].
[xix] Dingwall, op. cit., pp. 108-10.
[xx] Ibid.,note a pp. 109, 10.
[xxi] Ibid.,p.4.
[xxii] Mantegazza, op. cit., pp 118-19.
[xxiii] Dingwall, op. cit., p. 13.
[xxiv] Come citato in Dingwall, op. cit., p. 43.
[xxv] Pierre de Bourdeille, Abate di Brantôme, Les Vies des Dames Galantes (Elek Books, Londra 1961), p. 86. [Le dame galanti, traduzione di A. Savinio, Bur, Milano 1982].
[xxvi] Ibid., p. 87.
[xxvii] Ibid.
[xxviii] Dingwall, op. cit., pp. 118-19.
[xxix] Ibid., p. 120.
[xxx] “La credenza che il sangue dei piccioni sia simile a quello verginale è universale”, Richard Burton, Love, War, and Fancy (Kimber, Londra 1964), p. 149.
[xxxi] Brantôme, op. cit., p. 244.
[xxxii] Bell,Kalogynomia,(Stockdale, Londra 1821), p. 196.
[xxxiii] Come citato in Davenport, op. cit., p. 36, e tradotto da Davis.
[xxxiv] Bell, op. cit., p. 197.
[xxxv] Ibid., p. 198.
[xxxvi] Ibid., pp. 194-96.
[xxxvii] Ibid., p. 230.
[xxxviii] Ibid.
[xxxix] Davenport, op. cit., p. 34.
[xl] Ibid., p. 35.
[xli] As quoted in Ibid.t p. 37.
[xlii] Ibid., p. 32.
[xliii] Ibid., pp. 33-34.
[xliv] Ibid.

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